CI PRESENTIAMO

Arianna ,  presidente , braccia e occhi di Support and Sustain Children.

Prima di essere questo, sono donna inquieta,  madre e compagna, lavoratrice e sognatrice. Nel mondo ho sempre cercato poesia e di mettere a tacere nell’ordinario la mia inquietudine.

Poi ho incontrato tanti occhi e tante mani vuote di bambini vittime della guerra e ho capito la mia inquietudine aveva trovato la sua strada. Per poter iniziare ad aiutare sempre più concretamente questi bambini, io ed un gruppo di amici abbiamo fondato Support and Sustain Children.

Sono la persona più esposta perché sono colei che parte mensilmente, ma accanto a me esiste un team speciale di donne e uomini che si spendono nell’anonimato. Animati solo dal desiderio di fare la loro parte.

Sento un vero e proprio dolore nel pensare a quante morti di bambini innocenti si consumano sotto i nostri occhi, e la mancanza di un conforto nelle loro piccole vite mi ferisce come una lama.  E allo stesso modo mi manda avanti, partenza dopo partenza. Lasciando spesso a casa i miei figli, i miei cari: disorientati certo, ma sempre miei complici. Questo il mio contributo: partire, cercando equilibrio tra il “qui ed il là”, e lasciare a casa la mia famiglia.

Il mio sforzo quotidiano è di trasformare il dolore in azione.

 

Mi chiamo Barbara e un paio di anni fa ho iniziato con Arianna l’avventura nei campi profughi sul confine turco siriano.

E’ stata all’inizio una forza che mi ha spinto a guardare oltre a quella che era la mia famiglia e il mio lavoro per cercare di non chiudere gli occhi di fronte alla tragedia immane che si verifica alle porte dell’Europa. Da allora è cresciuto il desiderio di rimanere coinvolta, secondo le mie possibilità di tempo, in questa condivisione di interessi col Gruppo che si è andato formandosi.

Le idee, nuovi traguardi, l’appoggio morale, i diversi punti di vista, danno modo a tutti noi di crescere, sondare nuove opportunità, ampliare i propri orizzonti e non chiudersi egoisticamente nelle proprie comodità escludendo una realtà che purtroppo è scomoda ma esiste. Questo comporta rinunce, del tempo libero, del tempo da dedicare alla famiglia, agli amici….ma ciò che ne ho in cambio è più profondo è più grande di qualsiasi sacrificio da parte mia e delle persone che mi circondano.

 

 

Gaia, 40 anni, bergamasca, un marito e due piccole pesti al seguito. A questo aggiungo un lavoro a tempo pieno e, come tutte le mamme lavoratrici, tanti sensi di colpa e zero tempo per me. Ho iniziato a interessarmi alla guerra siriana nel 2012 quando ero in attesa del primo figlio e, saranno stati gli ormoni della maternità, mi sembrava inconcepibile non riuscire a fare qualcosa di concreto per aiutare i bambini siriani. Mi sono avvicinata a un’associazione dove ho conosciuto altre bergamasche; prima in modo virtuale e poi in modo reale siamo diventate amiche, condividendo gli stessi  ideali, gli stessi obiettivi e la voglia di fare di più.  Così è nata l’associazione Support and Sistain Children. Oggi, nonostante il quotidiano prenda sempre il sopravvento, è impossibile per me staccarsi da questa realtà. Vedere  crescere i propri figli penso sia lo scopo della vita di ogni mamma ma  per le mamme siriane è ormai un lusso. E parliamo di famiglie normali, come noi, che prima della guerra conducevano una vita fatta di lavoro, scuola, tempo libero.

Quindi la domanda che spesso mi faccio è: e se succedesse a noi? Se succedesse a me di vedere i miei figli morire lentamente sotto i miei occhi senza potere fare nulla?   Questo pensiero mi assilla ogni giorno e mi permette, nonostante la fatica, di continuare a credere che ognuno può davvero dare il suo piccolo contributo per cambiare le cose.

 

 

 

Mi chiamo Guia e ho 43 anni. Sono nata a Bergamo dove vivo con Christian e Marilù. Lavoro a Milano per un istituto di ricerca sulle migrazioni e faccio parte di SSCh fin dalla sua nascita. Essere parte di SSCh è gioia e fatica. Fatica di trovare il tempo, di inscatolare gli aiuti, di fare mezzi traslochi ad ogni mercatino, di partecipare agli incontri, di scrivere progetti a tarda notte per raccogliere fondi. È gioia di fare la differenza, di nutrire e riscaldare  bambini che hanno perso tutto. Gioia di condividere con amiche sincere gli sforzi e la soddisfazione.

L’anno scorso il dolore è entrato nella mia vita con forza inaudita. Ho perso mio figlio Marco, un meraviglioso bimbo che ci ha lasciato prima di compiere il suo quarto mese di vita. Come spesso accade quando si vivono eventi tragici, molte cose della propria vita diventano totalmente secondarie. Ma SSCh era ed è rimasta una delle mie priorità.

Perché aiutare gli altri è aiutare se stessi. È ricordare che noi umani siamo tutti una stessa cosa. È non fare differenza tra il dolore proprio è quello altrui. È amare l’altro come te stesso. È mettere in moto la propria parte migliore affinché il mondo diventi un luogo migliore.

 

 

 

 

Lidia detta Holly, di Bergamo, vivo e studio Relazioni Internazionali a Padova. Il rapporto con SSCh è nato quasi due anni fa, durante le vacanze di Natale. Volevo fare qualcosa perché rimanere a guardare mentre milioni di bambini vedevano morire i propri genitori, vedevano la loro infanzia polverizzata dal piombo e dal fosforo. Questo a me non stava bene, sentivo il bisogno di dover reagire. Così durante quella vacanza, conobbi Arianna e mi parlò del suo progetto e  mi ha dato la possibilità di farne parte.

Quello che più mi ferisce è come la situazione di questi bambini venga messa in secondo piano dagli interessi, venga accettata dalla maggior parte delle persone. Mi ferisce il fatto che in pochi cerchino di informarsi, di avere una visione più completa della situazione, mentre spesso l’informazione sembra trasformarsi in una mera tifoseria da stadio.

Il mio più grande contributo, l’anno scorso in Ottobre. Era la settimana del mio compleanno e i miei amici stavano organizzando una grande festa. Quando tutto era stato organizzato, Arianna mi propose di andare con lei in missione. Lo desideravo da tempo e accettai subito; quando lo dissi ai miei amici qualcuno ci rimase male. Perché andare a rischiare la vita? Cosa cambiava la mia presenza? Non ero un medico e non conoscevo l’arabo, per cosa sarei stata utile?

Queste domande mi lasciarono nel dubbio per un paio di giorni e poi capii: lo facevo perché il mondo doveva sapere; volevo fotografare e scrivere, mostrando con i miei occhi quello che loro vivevano quotidianamente. Avrei aiutato con il trasporto del cibo. L’avrei fatto perché io voglio che le cose cambino, perché io non ci sto. Quando vi dicono “se non lo fai tu lo fa qualcun altro”, non è vero, per il semplice motivo che Tu sei unico al mondo, e nessuno può dare il Tuo contributo al cambiamento. Così, festeggiai il mio compleanno con i bambini del campo profughi dimenticato dal mondo, condividendo con loro palloncini,  cioccolato, lecca-lecca e  un melograno mezzo marcio.

 

 

Mi chiamo Margherita, sono entrata in contatto con SSCh tramite Arianna, che conosco da diversi anni.

Mi ha colpito il suo andare in prima persona a portare aiuto in zone dove nessun altro o pochi altri intervengono, il suo contatto diretto con persone, spesso bambini, donne e anziani.

I volontari vanno in Turchia in missione  periodicamente ci riportano storie, foto di visi e occhi che pian piano anche noi impariamo a riconoscere. Nessuna persona e specialmente nessun bambino dovrebbe vivere quello che stanno vivendo loro e io cerco di dare il mio contributo, anche se piccolo, alle attività di Support and Sustain Children .

Non è semplice, ho un lavoro e una famiglia con 3 figli e trovare il tempo a volte è un’impresa, ma la consapevolezza di contribuire ad aiutare altri bimbi meno fortunati dei miei mi ripaga di tutto.

Il contributo che ho sentito come più significativo è stato non andare alla festa di fine scuola dei miei figli perché avevo già dato disponibilità a partecipare ad un evento di raccolta fondi per SSCh.

 

 

 

Mi chiamo Luigi, ho 50 anni,un lavoro ed una splendida famiglia che amo. Una vita normale insomma.

Ho cominciatoa collaborare con l’Associazione, per combattere i sensi di colpa che, da qualche tempo mi affliggevano. Sensi di colpa nei confronti di tutti quei bambini a cui noi adulti non siamo in  grado di garantire serenità e amore. Ho sempre cercato di essere una buona persona.
Ma ad un certo punto, non bastava più, dovevo fare qualcosa. Ho la convinzione che ognuno di noi abbia il dovere di spendersi affinchè ogni bambino non debba vivere i drammi di una guerra.

 

 

 

 

 

Mi chiamo Maria Teresa e sono la mamma di Gianluca. Un adorabile cinquenne, felice ed assetato di vita.

Dicono mi assomigli, sempre entusiasta, felice, ma con una nota malinconica di fondo comunque, dovuta, credo, ad un’inclinazione naturale verso l’ascolto e la comprensione degli altri, al tentativo di risolvere i guai di tutti … sorrido … non è la prima volta che parlo di lui per parlar di me stessa!

Sempre di corsa, come tutte le mamme e le professioniste di oggi, sempre fuori casa tra lavoro, sport, amici, più in generale relazioni … con gli altri … gli altri di nuovo!

Circa un anno e mezzo fa una collega, Gaia, mi parla di SSCh e della situazione nei campi profughi che il comitato cura.  Orribile la condizione in cui queste persone sono costrette a vivere,  soprattutto bambini come il mio Gianluca.

Il profondo dolore, la disperazione per quanto accade in posti relativamente vicini a noi, a bimbi e donne come noi, si tramuta subito in voglia di fare e concretezza.  Avvicinarmi a SSCh è stata la naturale conseguenza di questa inclinazione, ho trovato un gruppo di cuori capaci di impegnarsi e battersi per aiutare concretamente i meno fortunati, accantonando per questo la frenetica quotidianità e trovando tempo da dedicare.

Aiuto come posso, sempre con profondo entusiasmo, soprattutto garantendo presenza e due mani pronte a darsi da fare in occasione di eventi e mercatini per crowdfunding in modo da finanziare le missioni ed i progetti SSCH.

Il mio successo più grande? Gli occhi felici del mio bambino che, durante un mercatino per raccolta fondi SSCH, mi corre incontro con qualche monetina urlando “Mamma, mamma ho venduto i miei libri di Peppa Pig, guarda mi hanno dato questi per i bambini siriani, mettili lì (indicando la cassetta dei soldi)”.

 

 

Simone,  informatico.  Conosco Arianna da parecchi anni , da quando eravamo colleghi nella stessa azienda, molto prima che Support and Sustain Children venisse concepito.

E’ tramite lei che ho conosciuto l’associazione , vedendo gli sforzi e l’impegno che ci metteva per aiutare esseri umani che non avrebbero avuto alcuna speranza, perché abbandonati da tutto e da tutti.
Un’impresa che chiunque, me compreso, avrebbe considerato una lotta contro i mulini a vento, senza alcuna chance di successo. Ma nonostante tutto, nonostante le difficoltà e gli ostacoli di ogni tipo che si sono presentati di volta in volta, un’impresa invece possibile.
Davanti ad un esempio così, ho capito che potevo smettere di sentirmi impotente guardando questi bambini, donne, anziani, uomini, famiglie, persone scaraventate da una vita normale del tutto simile alla nostra in un incubo dove la sopravvivenza quotidiana diventa l’unica ragione di vita.
Ecco, SSCh mi ha dato la possibilità di fare qualcosa di concreto, dare una mano per aiutare queste persone, per farcela nonostante tutto.

Non è spesso facile per me riuscire a seguire il gruppo.  Non ho figli, pertanto ancor prima di diventarne membro ho saturato ogni angolo di tempo della mia vita con tutto quello che riuscivo a metterci dentro, secondo le mie passioni e inclinazioni.
Se mi fossi preoccupato di far conciliare tutto , non sarei neanche partito, semplicemente mi ci sono solo buttato dentro per come la mia vita incasinata me lo consentiva, e quando ce n’è la necessità , cerco di mettercela tutta per far saltare fuori il tempo che serve per fare ciò che devo per il comitato….e poi se ci riescono le altre volontarie che sono mamme, mogli e hanno un lavoro a tempo pieno……

 

 

Mohamed, consigliere,  traduttore e “intermediario culturale” di  Support and Sustain Children. Italiano e di origine marocchina.

Svolgo una vita abbastanza “semplice”:  il mio lavoro è disegnare componenti meccanici, sono un marito e a breve, se Dio vuole, diventerò anche padre.

Ho sempre sentito la causa dei più deboli, specialmente quelli che vivono o fuggono da situazioni di guerra.

Nel cercare di dare sfogo a questo senso di “inutilità” nei loro confronti, ho avuto modo di incontrare alcuni tra i colleghi di  Support and Sustain Children, e  pian piano si è formata una squadra  incredibile, di persone appassionate e fidate, di cui rimango sempre più meravigliato.

Il mio supporto è legato principalmente all’intermediazione con alcune persone che vengono aiutate direttamente e in modo continuativo dal comitato.

Ho partecipato attivamente a diverse missioni, e quella piccola goccia nell’oceano che riusciamo a portare, tramite le donazioni, aiuta ad alleviare il senso di inutilità che ho citato prima, ma soprattutto aiuta loro, permette loro di mangiare, di vestirsi, di non avere freddo, di curarsi.

La speranza è quella di non partire più per zone di guerra,  di non tradurre più frasi come “Non mangiamo da giorni, ci  potete aiutare?”, e  magari  di dedicarci a situazioni meno drammatiche rispetto a quelle che troviamo quando siamo in missione.

La mia speranza è che in tutto il mondo regni la pace.

Mohamed, consigliere,  traduttore e “intermediario culturale” di  Support and Sustain Children Italiano e di origine marocchina.

 

 

Sono Maruska , abito in un piccolo paesino di montagna in provincia di Bergamo, sono molto legata alla terra dove sono cresciuta e lavoro come impiegata a tempo pieno per un internet provider.

Faccio parte del comitato gia’ dalla sua nascita grazie alle mamme che gia’ conoscevo come Arianna, Guia, Margherita e Gaia e con le quali ci accomunava la voglia di aiutare i bambini vittime della guerra in Siria.  Quando guardo gli occhi di quei bambini nei campi che aiutiamo mi ferisce il fatto che siano indifesi, che, anche i loro genitori, se hanno la fortuna di averne ancora, non possano provvedere ai  loro bisogno primari …e il mio desiderio costante è voler aiutare quei genitori a sentirsi meno impotenti di fronte a questo dramma, perche’ in fin dei conti avremmo potuto essere noi al loro posto.

All’interno di Support and Sustain Children mi occupo della raccolta del materiale che i nostri sostenitori ci inviano , della  preparazioni dei bagagli per le varie missioni e della preparazione di volantini per gli eventi.