Exemple

Missione Marzo 2018 -Turchia

AL DI QUA DEL CONFINE – Diario di Viaggio – di Lidia Boncoraglio

MARZO 2018

La partenza è sempre un momento carico di emozioni, frenetico. La suddivisione dei kili nei borsoni, la preparazione degli stessi, la divisione del materiale, sembrano cose facili e immediate, ma quando da dividere ci sono ben 120 kg tra giocattoli, barrette e qualche vestito, il compito diventa arduo. Poi bisogna incontrarsi, pianificare il da farsi. Anzi, tentare di pianificare, poichè per esperienza sappiamo molto bene che gli imprevisti sono all’ordine del giorno. La situazione muta velocemente da quelle parti, di giorno in giorno, ogni tanto di 12 ore in 12 ore. Giá si incomincia a discutere di loro: “ti ricordi quella bambina col vestitino rosso…” oppure “abbiamo questo specifico medicinale per il bambino con il problema all’apparato digerente” o ancora ” guarda questa fotografia: la ho scattata 6 mesi fa, speriamo di ritrovare questi due fratelli”. Ed è così che scorre il tempo: emozionandoci nel rivedere le fotografie, nella speranza di poterli riabbracciare

La questione dei ricordi è una questione delicata, emotivamente parlando. Noi a loro lasciamo un segno, loro a noi ne lasciano uno forse ancora più grande. Questo segno che lasciano in noi, che nemmeno saprei definire, lo si vede nei nostri occhi. Per esempio, lo si vede negli occhi di Luigi che brillano mentre ci mostra il vestitino che ha comprato per Samia, bambina di 5 anni. Lo si vede negli occhi di Arianna che si emozionano quando mi chiede “Ti ricordi di Fiore vero?”, o mentre fa i nomi di quei bambini che ha visto crescere in questi 5 anni. Andrea non parla, non fa nomi, ma ciò si vede nelle emozioni che traspaiono dalle sue fotografie. In questo momento ha in mano una GoPro, e si sta studiando le istruzioni. Abbiamo anche un nuovo componente in questa missione, si chiama Matteo ed è colui che ha fatto i calendari. In totale saremo in 6, Arianna, Luigi, Andrea, io, Matteo e Marino che vediamo direttamente a Istanbul. Finalmente aprono. Bene, si parte.

In aereo è difficile parlare, così qualcuno dorme, qualcuno come scrive e qualcuno parla. Siamo tutti in fila, e non riusciamo a sentirci l’un l’altro, così rimandiamo la discussione sul da farsi immediato al volo successivo. Io sono al finestrino, a fianco a Matteo. Dato che non lo conosco, ci siamo presentati e abbiamo chiacchierato un po’ sulle nostre vite. Siamo piuttosto in ritardo, e devo ammetterlo, abbiamo tutti un po’ ansia di perdere l’aereo. Matteo dice “non essere pessimista”, io ribatto con il mio solito “sii realista”. Ma in fondo spero tanto che lui abbia solo che ragione.

Abbiamo beccato il secondo volo per quella che in gergo si dice “botta di culo”. Di conseguenza siamo riusciti a passare in fretta e abbiamo visto subito Marino che ci aspettava nel nostro solito barettino vicino all’imbarco. E’ sempre lui, non è cambiato di mezza virgola, né nell’aspetto fisico né tantomeno nei modi di fare “Ti vedo pallida, sei almeno ingrassata un po’ negli ultimi mesi? Anche se guardandoti forse posso rispondermi da solo, hai l’aria un po’ deperita” (“Ciao Marino, anche io ti trovo in forma grazie!”).  Andrea e Luigi sono andati a fumare, mentre noi ci siamo seduti al bar, avvisando a casa che tutto era regolare, almeno al momento. Anche su questo volo è difficile riuscire a parlare, passo qualche minuto a ricordare, ridendo, gli episodi divertenti dell’anno passato, dopodiché mi metto a guardare fuori dal finestrino e a pensare.

Una volta atterrati ad Adana siamo andati a prendere i bagagli al nastro.

UNA VITA BASA SU IMPREVISTI

Parlavo di imprevisti all’inizio, di come praticamente programmare il tutto nel dettaglio serva relativamente poco? Una volta fuori dall’aeroporto ci siamo avviati verso quelli che sarebbero dovuti essere i nostri furgoni. Dico dovrebbero poiché anziché 2, come da prenotazione, sono risultati essere 1. Piccolo per di più. Per dire ci saremmo stati giusto se io e Arianna ci fossimo sedute in braccio a qualcuno. Abbiamo perciò chiesto al signore che ci ha portato il furgone di farne arrivare un altro dopo che lui ha tentato, invano, di convincerci a prendere un’auto normale.

Imprevisti parte 2. Siamo alle solite, ho un piccolo dejà vù di questa situazione. Stiamo girando per la città di Adana senza riuscire a trovare il negozio che ci ha preparato i pacchi alimentari. Abbiamo anche la posizione inserita in google maps, ma non è corretta. Infatti quella che abbiamo noi ci manda in una zona della città abbandonata con dei capannoni dalle finestre rotte. Non proprio invitante come posto, diciamo. Per di più c’è il nostro carissimo interprete che ci aspetta al negozio. È più di un anno che lavora con noi, ed è davvero un personaggio, ma è molto molto generoso. Ha sempre rifiutato che gli pagassimo il viaggio, dato che dalla sua città fino ad Adana è un’ora di macchina. Lui quando ha visto che ci occupavamo di profughi siriani ha detto “voi venite dall’Italia per aiutare la mia gente. Non posso accettare soldi da voi”.  Abbiamo azzeccato la zona (grazie Arianna), ma non riusciamo a capire quale sia il negozio. Ce ne sono due dove noi ci riforniamo, ma non sappiamo quale dei due sia. Jaja, il nostro interprete, la cui pronuncia del nome risulta tutt’ora un mistero, ci ha detto di essere lì dalle 8.30. Sono le 9.45 e noi siamo in quello che palesemente è il negozio sbagliato. Io e Arianna ci dirigiamo verso il ponte, cercando l’altro negozio.

Il negozio lo abbiamo trovato ed è relativamente vicino all’altro. Siamo andati a prendere i furgoni, mentre i negozianti hanno iniziato a caricare il loro furgone e la macchina di Haj Ali. Lui e il figlio Hussein vengono e vivono nel campo. È lui che ci da i numeri delle famiglie  del campo. Hussein ha stretto un rapporto di amicizia con Luigi e Arianna, e quando lo vedo abbracciarli forte a sé è bellissimo. Sembrano amici di vecchia data che si vedono una volta l’anno per le feste di Natale. Andrea sta aiutando con i pacchi, e lo seguo con lo sguardo  quando mi accorgo di un ragazzino che è seduto poco distante da noi, su una panca di legno e sacchi di immondizia. E’ solo, sporco, e ci guarda con estrema tristezza.

Così sono andata verso la macchina, lo ho fatto notare agli altri. Io ho preso un paio di barrette mentre Luigi e Andrea si sono messi a cercare dei giochi e dei dolci. Mi sono avvicinata piano perché non volevo spaventarlo. Come mi sono avvicinata ha posato la mano sul coltellino che teneva in tasca. Così ho messo le mani bene vista, e lentamente mi sono abbassata porgendogli le barrette. Avrà avuto non più di 11 anni, probabilmente meno. Aveva gli occhi azzurri e una fascetta bianca legata sulla fronte. Ha preso le barrette e le ha guardate. Gli ho preso la mano libera  e gli ho accarezzato la guancia. Lui non ha mollato il coltellino fino a che non gli ho fatto segno di mangiare la barretta. La ha aperta lui con il coltellino. Poi mi ha presa lui la mano. Sono arrivati anche Andrea e Luigi nel frattempo. Lui ha preso tutto ciò che gli porgevamo e noi lo abbiamo guardato allontanarsi di qualche metro. Lì ha aperto quello che una volta doveva essere un bidone dell’immondizia. Ha tirato fuori quello che doveva essere il suo tesoro, vestiti rotti e stracci, e ci ha nascosto le cose, tranne una barretta, che ha mangiato. Andrea si è avvicinato a lui, mentre io e Luigi siamo tornati ad aiutare gli altri con i pacchi. Che contenevano riso, olio, legumi, biscotti, sale e zucchero. Di Jaja nemmeno l’ombra.  Lo ho chiamato, e proprio mentre lo chiamavo è venuto verso di noi. Lui, tutto straniato saluta. Iniziamo quindi a spiegargli il programma quando lui ci guarda e ci dice “Io non sono qui per questo, sono solo venuto a salutarvi”.  Arianna si è girata verso di me. Io l ho guardata e chiedendole “Lo insulto?” senza ben sapere se ridere o piangere. Andrea ha iniziato a ridere ripetendo “E’ il mio idolo”  e a ruota lo abbiamo seguito, fino a che Arianna ha provato a ricordargli quanto fosse importante per noi avere un’interprete, mentre io tra me e me borbottavo la mancanza di logica, perdendo la pazienza ad ogni sorriso di Jaja. Dopo quasi venti minuti, lui ha deciso che sarebbe venuto. Ma solo dalle 3 in poi del pomeriggio. Mentre noi stavamo discutendo su come organizzarsi, lui si avvicina e ci dice “va bene, ci sono da ora fino alle 3 circa, orario in cui dovrò essere qui”.  Io mi sono giarata con un misto di esasperazione e sconcerto, ma tutti abbiamo accettato il bizzarro corso degli eventi.

QUEI CAMPI CHIAMATI CASA

Siamo ripartiti alla volta dei campi, prendendo la direzione di Karatas. In macchina con Arianna e Luigi si discute di quanto sia cambiato il paesaggio. Campi agricoli perfettamente regolari, curati, infrastrutture perfette. Quando la manodopera è gratuita, è un risultato non difficile. Stiamo percorrendo una strada leggermente diversa questa volta, ma comunque tra i campi agricoli. Dall’auto si vedono alcuni di questi schiavi, le schiene piegate. Molte sono donne, alcuni bambini. Lo stomaco inizia a brontolare, e sono solo le 11 del mattino. Prendiamo una barretta di mandorle, e cerchiamo di tamponare la fame in questo modo. Sono buone e dolci, quindi non mi posso lamentare della cosa. Ci aspettano giorni in cui queste barrette saranno un pasto, quindi tanto vale abituarcisi subito. Sicuramente con questa dieta non avremo troppi problemi per la mancanza di bagni.  Bene, vedo i campi in lontananza. Il cuore inizia a battere, rapido. Vorrei urlare ridere e piangere nello stesso tempo, ma mi limito a guardare negli occhi i miei compagni di auto; ci guardiamo, sorridiamo emozionati e in silenzio iniziamo a scendere.

 

 

 

 

OSSERVANDO IL CIELO DAL FINESTRINO DI UN’AUTO

E’ sempre con un grosso peso sul cuore, che lasciamo il campo. E’ buio, fa freddo e siamo sulla strada per Rehyanli, poiché domani, anzi tra poche ore, dobbiamo incontrare un medico parte di un’associazione (per la verità due, ma l’altra non sappiamo bene quando, a proposito di imprevisti), con la quale provare a collaborare. Al dito ho un anello verde, e mi vengono le lacrime agli occhi mentre lo guardo. Un po’ mi vergogno di piangere, così cerco di sfogare il peso scrivendo. Arianna e Luigi sono silenziosi, probabilmente anche loro immersi nei loro pensieri. Non sento più nemmeno la fame.

Al campo come siamo scesi ci sono corsi incontro tutti. Ci hanno riconosciuti. Lo so, lo bene perché un gruppetto di bambine si è messo attorno a me contando in inglese. Arianna è stata praticamente assalita, e presa dal momento non ho visto gli altri. Ma appena mi sono messa a cercarli con lo sguardo, ho visto Luigi con in braccio un bambino piccolo e Andrea che camminava mano nella mano con un bambino biondo. Anche Marino era inginocchiato per mettersi all’altezza di un bambino, mentre Matteo pareva, come normale, spaesato. In questo gruppo c’è una bambina, che ho riconosciuto dallo scorso anno. Non è la piccola turca, ma è una ragazzina alta, con un vestito rosso. Me la ricordo proprio per questo vestito particolare e gli occhi verde scuro. Adesso è alta quasi quanto me, e quando mi ha vista mi ha subito preso la mano. Ho alzato lo sguardo e ho visto Arianna che ridendo cercava di spiegare ai bambini che, avendo due mani, non poteva dare la mano a tutti; loro per tutta risposta si sono messi a bisticciare e attaccarsi in cerchio alla sua mano. Andrea qualche metro più avanti stava fotografando il bambino biondo che giocava con la manina di un bambino che spuntava dalla teda, rotta, dietro di lui. Mi sono accorta in quel momento di non aver dato un’occhiata in giro.  Il terreno è quello di sempre, sabbioso e a tratti fangoso. Il numero delle tende di plastica è aumentato dalle 174 nel 2015 alle 283 (almeno questo è il numero di famiglie che ci è stato segnato)  di adesso, non esiste abbastanza spazio vitale tra le varie tende. I bagni sono sempre i buchi nel terreno circondati da tende e plastica, che non danno alcuna privacy a coloro che li usano. Mi sono avvicinata ad una fonte d’acqua con la bambina dal vestito rosso per la mano. Non mi ha lasciata nemmeno un minuto.

Per comodità l’ho soprannominata Esmeralda, un po’ per gli abiti  e gli occhi che ricordano Esmeralda del Gobbo di Notredame. Lei mi ha anche detto il suo nome, ma è davvero impronunciabile e non me lo ricordo. L’acqua era sporca, di colore verdognolo almeno nel recipiente dove viene raccolta. C’è una specie di fontana adesso, un buon cambiamento rispetto alla canna dell’acqua che avevo visto il primo anno in cui sono venuta qui. Nonostante ciò l’acqua non è trasparente, è sporca e maleodorante. Un bambino, a piedi nudi, si arrampica la sopra per prenderne un po’ con la mano. Nella tasca ho la mia bottiglietta; ce n’è molta poca di acqua ma almeno per una volta berrà qualche sorso di acqua pulita. Sono tornata dalla parte di campo dove c’erano anche gli altri. Abbiamo iniziato quindi a distribuire i pacchi alimentari utilizzando una lista. Quello della distribuzione è sempre un momento piuttosto difficile le famiglie hanno fame, soffrono la mancanza di cibo. Jaja ha incominciato a gridare di mettersi in ordine, che avremmo chiamato tutti, e ha controllato che Haj Ali chiamasse tutti i nomi sulla lista. I pacchi erano pesanti, e alcuni bambini erano soli, con i genitori nei campi agricoli a lavorare. Quindi li abbiamo aiutati a trasportarli. Non è andata proprio come speravamo, alcune famiglie non sono state inserite nella lista. Non è la prima volta che accade ed è per questo che mi da fastidio la persona di Haj Ali, di cui però non possiamo fare a meno. Arianna qui è stata bravissima a mediare, e Jaja è stato molto molto abile ad utilizzare le parole giuste, calmare gli animi e mantenere calmi gli animi. Un po’ di nervoso nei suoi confronti è andato via in questo momento. Luigi era dietro di noi che teneva in braccio ancora quel bambino. Allora io e Esmeralda ci siamo avvicinate. Per ridere gli ho detto “ehi, puoi sempre fare il padre adottivo”, e lui senza nemmeno sorridere “il padre mi ha detto di portarlo pure via”.

Adoro stare nel campo. Certo la sete e la fame, così come la mancanza di igiene lo rende il posto che è, un  piazzale sporco nel mezzo del nulla, che noi abbiamo chiamato proprio “the middle of nowhere”. Eppure la vita, qui cambia di significato. Le persone hanno perso tutto, ma loro lottano, resistono. Un esempio: loro qui vivono in un ambiente sporco. Eppure molti di loro ci tengono a come si presentano. E allora pazienza se il corso d’acqua più vicino è a 15 minuti a piedi ed è un fiume freddissimo, loro si immergono, lavandosi. Io guardo con estrema fierezza queste persone, e le ammiro. Vorrei inchinarmi di fronte alla loro forza, alla loro tenacia. Alcune di queste famiglie vivono in questo campo da molto tempo, alcuni 5 anni. E allora provano a ricreare un minimo di normalità. Ed è qui che loro vincono, vincono su tutto e su tutti, vincono su chi ha permesso che perdessero tutto, vincono su chi li sfrutta come se fossero animali. Loro hanno vinto.

Una volta finita la distribuzione, abbiamo accompagnato Marino nella sua tenda, dove ha potuto esercitare la sua professione. Lui dice sempre che detesta i bambini, ma noi tutti sappiamo che non è così. Ha lavorato questi mesi in Iraq per poterli salvare, sappiamo che in realtà lasciano un forte segno in lui. Certo, lui è un pesce rosso in fatto di memoria, quando gli ricordiamo del solito bambino che visita ogni volta lui ci guarda mezzo secondo e poi esclama “quale?”. Non che ci stupisca la cosa, dopo 4 anni in quei campi ancora non ricorda la strada (che è una e tutta dritta, volendo). Ma memoria a parte è sempre una persona che ho molto a cuore. Ci ferma la polizia, devo smettere di scrivere.

In realtà non c’era molto da preoccuparsi. Ci hanno fatto scendere dall’auto, chiesto dove saremmo andati (“Rehyanli”), il motivo (“A trovare una persona che è li sola con i figli”, il che non è una bugia), come mai fossimo in Turchia (“visita di piacere”), dopodiché mentre controllavano i passaporti, si sono messi a chiacchierare un po’ sull’Italia e sulla medicina con Marino. Mi hanno chiesto cosa studiassi, agli altri quale fosse il loro mestiere. Ci hanno trattenuto un po’ probabilmente perché Andrea ha detto che è un fotografo. In ogni caso sono stati gentili, facevano solo il loro lavoro. Mentre sto scrivendo mangio quella che è la mia terza barretta. Non ho mangiato altro oggi, nessuno di noi ha toccato altro che queste mandorle caramellate. Ammetto che almeno personalmente inizio un po’ a stancarmi. Ma torniamo al campo.

Dopo avere accompagnato il medico nella sua tenda, noi siamo andati in giro per l’immenso campo, a cercare bambini soli, persone che avessero bisogno di un medico e per cercare le famiglie con gli orfani. Il bambino che una volta era con Luigi è passato ora in braccio ad Arianna, dopo essere stato qualche minuto con Matteo e poi con me. Cerca di nascondersi tra le sue gambe, aggrappandosi alle sue ginocchia; quando lo guardiamo, lui ride. Poi vede Luigi di nuovo e gli corre incontro un’altra volta. Ad Arianna viene quindi messa in braccio un’altra bambina, poco più che neonata, anche lei molto sorridente. A me invece prende per la mano un bambino che vuole farsi fare delle fotografie. SI mette in posa e gliene scatto qualcuna. Poi mi tocca la mano che è fasciata alla meno peggio con una bandana bianca e nera, che di solito metto tra i capelli. Lo vedo incuriosito. Allora ho deciso di slegarla e allacciarla alla sua testa. Lo chiamerò Piccolo Rambo. Arianna chiede ad Haj Ali di riservare una tenda per le famiglie di orfani. Nel mentre iniziamo il famoso giro nel campo. In testa Arianna, con le mani date ad una decina di bambini, uno per dito, e io dietro con Esmeralda e Piccolo Rambo; qualche bambina davanti ci vede e lo prende in giro perché da la mano a duna femmina. Lui ritira la mano, se la passa sulla faccia ridendo intimidito, ma mi rimane al fianco. Quando poi Arianna si allontana mi riprende la mano. Io gli faccio l’occhiolino in cambio e lui capisce.

Tra di noi non parliamo. O meglio ognuno parla nella sua lingua. Arianna sa qualche parola in arabo, molto basico, quindi riesce a farsi capire molto meglio di me. Io non so dire nulla se non “Inshallah”, ma la lingua, almeno per quanta riguarda questo momento non è fondamentale. Noi ci guardiamo, ci prendiamo per mano e ci intendiamo così. Questo linguaggio di non so esattamente cosa, è un linguaggio che nel campo usiamo tutti. Qualcuno lo definirebbe linguaggio dell’amore nella sua accezione più ampia. E spero sia davvero questo, che con i nostri gesti riusciamo a far trasparire un messaggio che il caro Don Milani appese: “I CARE”.

Luigi ci sta seguendo, ha con sé ancora il piccolo che gli è corso in braccio al nostro arrivo. Non vedo Andrea, ma sappiamo che è alla ricerca di emozioni da imprimere nella sua macchina fotografica. Matteo è con lui, mentre Marino è nella sua tenda. Abbiamo trovato qualche signore e qualche bambino da accompagnare dal medico, e proprio mentre porto uno di loro, da lontano mi pare di vederla. La bambina indossa gli stessi indumenti dello scorso anno. Essendo turca ha il privilegio di poter andare a scuola, e infatti trascina sulle spalle uno zainetto rosa. La osservo da lontano, e lo dico ad Arianna. Lei mi dice “Vai, vai a vedere se è lei. Forza, non farti scappare questo momento”. Allora vado, e mentre cammino cerco la fotografia di ormai un anno fa; Esmeralda e altre bambine mi seguono. Mi avvicino e lei si ferma guardandomi dubbiosa. Allora le mostro la fotografia che ci ritrae assieme. Lei la guarda, ride e mi abbraccia.  Le dico di andare a scuola e divertirsi, e anche se lei non ha capito una parola di quello che ho detto, mi fa ciao con la manina, e riparte. Ritrovare i bambini è la gioia allo stato puro. Ricordo molto bene la bambina dagli occhi verdi, che nessuno di noi ha mai più rivisto, e quanto ci rimasi male nel scoprire che era scomparsa.

Sono tornata verso le macchine per poter distribuire le barrette, con le altre bambine che mi stringevano le mani. Abbiamo iniziato ad urlare e cantare i numeri in inglese ad alta voce. Non mi importa più di nulla, penso tra me e me. Io qui sto bene.

Alla macchina ho visto Arianna con le lacrime agli occhi. L’ultima volta che la ho vista così era quando, a Gennaio 2017, abbiamo dovuto dire ad una madre che il suo figlio di 5 mesi sarebbe morto di lì a poco. Con un peso al cuore mi sono avvicinata stav per chiederle quale fosse al cattiva notizia quando si è voltata dicendo “Guarda”. Teneva tra le mani un bambino, con gli occhi verdissimi. “lui lo conosco da quando era un neonato, credevo che lo scorso anno fosse morto, che non lo avrei mai più rivisto. E invece eccolo qui, pensa che me lo hanno portato dicendo che avevano una sorpresa per lui…” ed emozionata non ha aggiunto altro. Non c’era in realtà nulla da aggiungere, lui stesso ha iniziato a piangere stringendosi a lei.

La distribuzione delle barrette e dei giochi è stata un delirio. I bambini e alcune madri ci hanno letteralmente assaltati, hanno spintonato, colpito (hanno centrato Arianna esattamente dove ha la cicatrice, e se non ci fosse stata dietro la macchina a sorreggerla sarebbe sicuramente caduta per terra), mentre Luigi è stato assaltato in modo talmente animalesco da farlo cadere per terra. All’inizio abbiamo riso della cosa, ma in realtà non c’è nulla da ridere, ma da piangere, e forte anche. Sono talmente disperati da assaltare le persone non appena vedono del cibo o dei giocattoli. È una scena angosciante a cui assistere, fa davvero male. Ad un bambino è caduto per terra un pezzo di pane nel correre a prendere una barretta. È tornato indietro di corsa e lo ha raccolto, iniziando a scavare nella terra per cercarne dell’altro. Non nemmeno descrivere il male che ho provato, nel vedere la delusione dipinta sul suo viso. Ho preso due barrette e gliele ho portate. Una era quella che avevo in tasca per me, ma non mi è importato. Io posso resistere ancora, lui forse no. Anche Andrea ha ceduto la barretta che aveva in tasca, dandola ad una bambina che nell’assalto era stata calpestata e si era fatta male. Abbiamo deciso che la prossima volta le metteremo direttamente nei pacchi, onde evitare scene brutali come questa. Una volta che è tornata la calma, i bambini sono tornati i gentili e amorevoli di sempre. Alcuni si sono diretti verso Luigi e Andrea per far vedere loro che sapevano contare in inglese. Esmeralda mi ha toccato il braccio, porgendomi un anello di plastica verde. Me lo ha messo al dito dandomi un bacio sulla mano. È stato il più bel regalo che io abbia mai ricevuto in vita mia, fatto col cuore, di vero cuore. Volevo lasciarle un orecchino, ma lei ha fatto segno di no con le mani, mostrandomi il gioco che era riuscita a procurarsi. Di fronte a ciò, mi sono inchinata.

Nella tenda siamo io, Arianna e altre 19 donne. Sono le vedove del campo, quelle che si occupano dei loro figli e di bambini orfani di entrambi i genitori. Poco prima che iniziassero a raccontare le loro storie, è arrivata anche una signora portandosi dietro proprio la mia Esmeralda, che nonostante il momento particolarmente triste, sorrideva a chiunque le rivolgesse un cenno. Iniziamo così a chiedere i nomi, quanti figli avessero e cosa fosse successo. Le prime tre signore hanno 4 bambini ciascuna, e hanno perso il marito in guerra. Mi appunto tutto per bene su un foglio a parte, in modo tale da poter avere un numero esatto su cui costruire un progetto. Arrivati alla quarta madre, con due bambini piccoli entrambi in braccio, l’atmosfera cambia, si fa più cupa e pesante. Deve aver perso il marito da poco, penso subito. Jaja, che è lì con noi incomincia a tradurre “il marito è morto due mesi fa, lavorando nei campi agricoli poiché aveva problemi al cuore..” non fa in tempo a finire che Arianna si gira con la mano alla bocca. Io non capisco subito, ma mi rendo conto che lo conosceva bene. Si rivolge a Jaja “Aveva i capelli rossi?”, e lui traduce per noi. La donna con un piccolo singhiozzo fa un cenno con la testa, e non trattiene più le lacrime. “Gli portavamo sempre la medicina…” aggiunge con voce rotta Arianna. Mi viene un flashback e inizio a ricordarlo. Molto poco, ma ricordo i capelli rossi e la medicina per il cuore. Dico ad Arianna di andare da lei, di abbracciarla. “Non è ho il coraggio, capisci? Siamo arrivati noi troppo tardi”. Mi chiudo in silenzio anche io. La colpa non è nostra, questo lo si sa. È una cosa con cui si impara a fare i conti, il non poter salvare tutti per causa di forza maggiore. Ma lo stesso ci rimani male. Vedo Arianna provata, quindi prendo io la situazione in mano e gli chiedo di procedere con i racconti. E’ crudele lo so, e proprio in questo momento mi viene in mente il titolo de “i sommersi e i salvati”. Il libro in sé non ci azzecca con la situazione attuale, ma mi viene in mente che questa donna, con due figli così piccoli di 2 e 4 anni, da sola nel campo sia sulla linea tra il sommersa e il salvata. Non può lavorare, altrimenti i suoi figli sparirebbero in pochissimo tempo. Fanno gola ai trafficanti loro. Arianna propone di lasciarle dei soldi. Io la appoggio in pieno. È la famiglia che riversa nelle condizioni peggiori di tutte, e mi sembra giusto e doveroso dar loro qualcosa in più rispetto agli altri. Il giro continua, e io scrivo a macchinetta sul mio foglietto. Ma al contempo la mia mente non può fare a meno di pensare a quei bambini che non mangiano probabilmente da ormai troppo tempo.

Quando usciamo dalla tenda, cariche di dolore, c’è Esmeralda che mi tiene la mano. Fuori i nostri uomini stanno giocando con i bambini. Alcuni si appendono al braccio di Matteo, con il quale lui li fa divertire facendo su e giù. Andrea tiene le manine ad un bambino scalzo che non deve avere più di quattro anni. Luigi ha di nuovo in braccio il piccolino, mentre Piccolo Rambo gli tocca il muscolo sul braccio con aria stupefatta. Hussein, il figlio di Haj Ali è seduto al suo fianco ridendo all’espressione dipinta sul viso del bambino. Ci ha raggiunte anche la bambina turca, che abbraccio e fisso per un attimo. A guardarla bene è diventata più alta, non di molto. Esmeralda, la guarda e le tende la mano. Mi ritrovo io a guardare stupita questa bambina straordinaria, che tratta con estrema gentilezza chiunque, di qualsiasi etnia e di qualsiasi origine. Vorrei dirglielo, ma il nostro interprete è andato via poco fa. Anche per noi si avvicina il momento dell’addio.

I bambini ci rincorrono sorridenti una volta che la macchina parte. Ci salutano, ci mandano baci, ci dicono cose. Le ultime due che ho abbracciato sono state Esmeralda e la bambina turca, che per convenzione chiamerò Minnie (solo perché quando sorride diciamo che ha il viso da topolino). Ho promesso loro che sarei tornata, senza sapere quando, ma che non avrei mai voluto abbandonarle. Che mi si stringeva il cuore a lasciarle lì, che non meritavano tutto questo. E mentre parlavo mi ha raggiunto Piccolo Rambo. E poi tanti, tanti altri bambini, ci hanno stretti tutti in un abbraccio fortissimo. Non ho parole per descrivere questo, e quando sono salita in macchina con Luigi e Arianna, non sapevo cosa dire. Ma una cosa mi è venuta in mente ripensando all’ultimo abbraccio. Una frase di una canzone, bellissima. Ho rivisto quei bambini tutti abbracciati l’un l’altro e a noi e nella mia mente si è musicata “e se chiudo gli occhi sento la tua mano che mi sfiora”.

REHYANLI

Rehyanli è una città di confine. E’ talmente di confine che in macchina ci fermiamo per poter fotografare il muro. Fa impressione vedere questo grande serpente di cemento che divide la collina: da una parte noi, dall’altra l’inferno. È una città piccola, dalle case fatiscenti, alcune sembrano addirittura state colpite da esplosioni. Vi sono più siriani che turchi, molti di loro mendicanti in strada. Altri invece sono qui da anni, da quando è cominciata la guerra, quindi hanno messo su una loro attività: si trovano piccoli ristoranti, alcuni vednitori di scarpe (usate), piccoli benzinai e qualche negozio ben fornito. Il sole picchia e fa caldo. Meraviglioso, non fosse la grande sete che tut ci portiamo addosso. Abbiamo bottigliette di acqua, ma vorremmo distribuirne un po’ ai bambini che incontriamo e soprattutto a Sanaa, ma moglie di Alì che vive qui, con i cinque figli. Il prohgramma di oggi è abbastanza intenso. Andremo da Sanaa, per poi incontrare un membro di un’associazione di medici di origini francesi, e poi un bambino con una grave patologia ai linfonodi che ci è stato segnalato.

 

 

UNA FAMIGLIA SPEZZATA

I problemi incominciano già. Abbiamo salvato sul telefono la posizione in cui dovrebbe trovarsi la casa di Sanaa, peccato che ora che siamo qui ci troviamo, black humor della sorte, davanti ad un cimitero. In questo cimitero ci sono dei bambini che giocano su vecchie tombe, cosa che mi fa venire i brividi senza un apparente motivo. ABbiamo chiamato Alì dall’Italia chiedendogli di inviarci la via in cui sua moglie ha la casa. Abbiamo girato Rehyanli in lungo e in largo per quasi un’ora, senza trovare nulla. Così lo abbiamo richiamato e ci ha inviato un’altra posizione, che si è rivelata essere errata pure quella. Al momento siamo io, Andrea, Matteo e Marino a fianco di questo cimitero, dato che ci è stato riferito che sarebbe venuto uno dei figli a prenderci dato che la casa si trova di fronte ad un cimitero. Nota bene, un cimitero, non il. Non siamo sicuri sia questo ma dato che non abbiamo ricevuto altrer indicazioni stiamo qui a vedere se qualcuno si fa vedere. Luigi e Arianna si sono spostati invece verso l’altro cimitero. Speriamo che sia uno dei due. Alcuni bambini incominciano a guardarci con estrema curiosità e ad avvicinarsi. Quando noi ci giriamo però loro scappano. Abbiamo aperto la macchina, preso alcune barrette alle mandorle per noi, e ne abbiamo dat ealcune a quetsi bambini. Si sono avvicinati le hanno prese e sono tornati a giocare facendo “ciao ciao” con la mano. Io addento la mia con fame e stomaco chiuso allo stesso tempo. Il sapore troppo dolce diq ueste barrette sta incominciando a darmi fastidio. Mi chiedo per quanto tempo avrò queste come pasto e decido che non hovoglia di rispondermi. Mi vergogno immensamente della cosa, io che mi lamento quando una volta rientratata a casa avrò un’ampia scelta per quanto riguarda cosa mangiare. Mentre loro qui, non hanno scelta. Anzi, non hanno nemmeno cibo, troppo spesso.

 

Arianna e Luigi sono tornati al telefono con un interprete siriano che fa parte di un’associazione con sede a Istanbul. Ci dice che è felice di poter aiutare questa famiglia, e che quindici darà indirizzi esatti e ci farà da interprete quando ne avremo bisogno. Non so chi sia, ma le sono, anzi gli siamo immensamente grati. Con Sanaa bisogna affrontare un argomento molto doloroso: il fatto che lei e i figli più pccoli non potrannno venire in Italia, forse mai. La storia in breve è questa: quando ALi e Mohammed sono arrivati in Italia, il piano era che si sarebbero ricongiunti con la famiglia nel giro di due mesi. Ma Alì ha incominciato a comportarsi male, in modo violento, a bere, a minacciare infermieri e chiunque si trovasse davanti, arrivando molto vicino a perdere la custodia di Mohammed. Addirittura l’ultima volta agli assistenti sociali ha detto di dargli una prostituta. Io personalmente ho avuto molto a che fare con questo suo comportamento abitando nella medesima città. Quando, ancora all’inizio gli abbiamo detto che così facendo avrebbe costretto sua moglie e i suoi figli a stare lì, ha inziato a dire che non gli interessava. La mia pena nei suoi confronti si è trasformata in rabbia. Per quando mi riguarda, ma è un pensiero condiviso, vorrei rispedirlo giù a calci nel sedere. Pretende ora che tutto gli sia dovuto, e non vuole rientrare in Turchia. Quando parla con la moglie spesso mangia davanti a lei, che cibo non ne ha, e non lo preoccupa il fatto che la figlia di 13 anni anziché a scuola vada a lavorare. Per questo io lo detesto, e infatti ogni volta che lo vedo (cosa assai rara) litighiamo.

Da Sanaa è stato difficile, e torneremo domani. Casa sua, abbiamo scoperto dopo quasi due ore a girovagare nei dintorni che si trova in un paese a 20 minuti da Rehyanli. È un paesino molto piccolo, estremamente povero, peggio di Rehyanli. Per dire, le strade non sono asfaltate, alcune case non hanno le finestre (né il pavimento),  brulica di rifiuti ed è il simbolo dell’emarginazione. Non so se sia peggio questo, o il campo. Sanaa, a confronto, ha una bella casa. Solo vuota. C’è solo una cucina, con il gas che nonfunziona,p poiché non può permettersi di pagarlo. Ha una piccola bombola che va solo quando si ha estremo bisogno. Si è portatat via dalla tenda tutto ciò che avevano, ossia tre materassi e un paio di vestiti. Nient’altro. I bambini sono magri; loro sono gli unici bambini di cui sia riuscita ad imparare i nomi: Ali Hmoud, il piccolino di 2 anni, Samia, la principessina di 5,  Youssef di 8, Husseina di 10 e Majada di 13. Quando ho visto Majada, siamo rimasti tutti a bocca aperta. Non è più la bambina che avevamo visto un anno fa, ormai è diventata una donna. Mi si mette a fianco e io la abbraccio; lei è la grande, quella che si occupa della famiglia, che porta il pane in casa, che nasconde il coltellino quando esce per andare a spaccarsi la schiena nei campi agricoli vicini. Quando mi si avvicina fa una certa impressione. Tutti ci prendono in giro, perchè quasi sembra lei la più grande tra le due. È alta quanto me, con ormai le forme da donna, mentre le mie… beh, non si vedono un granché. Quando gli altri ridacchiano, ride anche lei. Ha capito che mi stanno prendendo in giro, così mi da la mano, mentre io faccio  notare ad Arianna, sempre ridendo, che non ha troppo da scherzare. Ed ecco che inevitabilemente arriva Samia, un po’ ingelosita. Stringe tra le mani il vestitino e la bambola che Luigi le ha regalato, mentre Youssef e Ali Hmoud si scambiano i regali (un camioncino rosso e un pupazzo). Husseina mostra alla sua amichetta di quartiere il braccialetto. L’amica ci rimane un po’ male, così estraggo una borsettina dalla borsa giochi e gliela porgo. Anche Majada ha al polso il suo nuovo bracciale, che neanche a farlo apposta è abbinato al velo e alla piccola spilla che glielo tiene fermo. Dobbiamo parlare a Sanaa di suo marito, del fatto che sia segnalato in questura, e che questo ha compromesso tutto inevitabilmente tutto. Non è giusto che i bambini stiano lì mentre spieghiamo alla madre che suo marito, fondamentalmente è un gran bastardo. Quindi io me li prendo ed esco con gli uomini ad eccezione del medico e di Luigi. Majada però rimane lì, e da come la madre le stringe la mano capisco che quello è il suo posto. Ha 13 anni solo sulla carta, Majada ne ha molti, molti di più. Ogni tanto è venuta con noi, mi ha fatto vedere che ancora sa scrivere. Così ho pensato che quando domani porteremo tutti a fare spesa, le comprerò quaderni, penne e libri di scuola. Mentre noi ci siamo divertiti, abbiamo giocato a calcio, palla prigioniera, siamo stati raggiunti da ragazzi di ogni età, l’incontro dentro non è andato bene. Sanaa è disperata, ma è anche la donna più forte che io conosca. Non capisco però proprio per nulla quando dice che fa ciò che il marito vuole. Noi sappiamo anche che il marito la tradisce (con una squilibrata, e non lo dico tanto per dire, è abbastanza fuori di testa sul serio) ma questo lei non lo sa. Hanno parlato con videochiamata, Alì, l’interprete, Sanaa e Arianna. Mohammed, l’altro figlio era a scuola. Lui sta migliorando molto ed è ora in attesa per il trapianto di rene. Abbiamo spiegato i guai di Alì che rideva e mangiava mentre stava al telefono (ho represso la voglia di tirargli due schiaffi solo perchè tanto fisicamente non avrei potuto farlo), dopo di ché siamo andati avanti a messaggi audio. Abbiamo detto loro che le soluzioni sono due: o Alì lascia qui il bambino e torna in Turchia (Mohammed non si può muovere), ma il ragazzino non vuole essere, giustamente, lasciato solo in Italia, oppure rispetta i requisiti per il ricongiungimento. L’ultima soluzione è decisamente troppo ottimistica rispetto alla realtà dei fatti. Quello che in realtà noi sappiamo capiterà è che, se darà ancora segni di violenza, perderà la patria potestà. La prima soluzine è triste ma realistica, non fosse che Alì dice che in Italia sta bene perchè ha tutto e non torna in Turchia. E naturalmente c’è da tener conto del fatto che Mohammed non può spostarsi in Turchia, se vuole vivere, né vuole stare solo in Italia. Sanaa è disperata, e difatti è scoppiata a piangere. La sua disperazione è tale che da farle dire che piuttosto sarebbe meglio che Mohammed tornasse e morisse, ma avrebbe di nuovo una vita dignitosa. Per salrvarne uno, dice ne sta sacrificando altri 5. Io non le posso dare torto. Io stessa, ho pensato a questa cosa. I bambini qui stanno lentamente morendo. È vero, a parte Majada gli altri vanno a scuola, ma il livello di povertà a cui sono sottoposti è tale da ucciderli lentamente da dentro. E poi Majada, grande donna, fiera e orgogliosa, non può continuare così. Cammina a testa alta ma si vede che è distrutta. Quello che non mi spiego è come possa Sanaa dar conto al marito. Come possa accettare qualsiasi decisione lui prenda. Non voglio giudicarla, ma questo suo atteggiamento non mi piace e vorrei si riscattasse. Perchè è anche attraverso questo, che i suoi figli, come dice lei “lentamente muoiono”.

Tutti questi pensieri me li tengo per me. Di fronte alle sue lacrime, non posso che portare rispetto; c’è Arianna con lei ora, mentre noi fuori ci dividiamo delle barrette. Majada è uscita ed è tornata con del the. Io divido il mio con lei. Ha usato il suo stipendio di oggi per noi. Le passo delle barrette e si siede a fianco a me. Le passo un braccio attorno alle spalle e ringrazio di non sapere la lingua poiché non saprei cosa dirle. Uno dei bambini che abitano vicino si avvicina con la palla in mano. Majada fa un cenno con la testa, quindi ci alziamo e con Andrea, Luigi, Matteo e tutti gli altri giochiamo. Arianna e Marino sono ancora dentro con Sanaa. Quando escono sono tutti e tre distrutti. Ma vedo che Sanaa tra le lacrime prende il braccio il piccolino e ci sorride. Anche con lei, m’inchino.

 

Samia adora Luigi e Andrea. Si è seduta in mezzo a loro dentro casa attaccandosi prima al braccio dell’uno e poi dell’altro. Youssef invece è di fronte ad Arianna, mentre io sto in mezzo a Majada, Husseina  e la loro amica. Al telefono c’è Mohammed, che è tornato da scuola e sta parlando con sua mamma. Abbiamo promesso a Sanaa di tornare domani, quindi quando ci salutiamo sappiamo che non è un addio. Nonostante ciò lei piange di nuovo tra le braccia di Arianna, e Youssef la segue a ruota. Lui, che fa sempre l’ometto e quello che non saluta si attacca alla mano di Arianna e non la lascia fino alla macchina. Ma poi prima di andare, uno dei bambini che è venuto con noi a giocare, è corso in casa. E proprio mentre stavamo per avviarci al cancelli ci ha portato tre grossi pani arabi appena fatti. Ha abbracciato tutti noi e ci ha ringraziato. Spero proprio di rivederlo domani.

 

Mentre siamo in macchina, io, Luigi e Arianna discutiamo della situazione di Mohammed. Ognuno ha idee diverse, a parte il fatto che caso in cui li separassero, nessuno avrebbe da obiettare. Ad un certo punto a Luigi viene un’idea, accolta da tutti con un sorriso: avremmo portato Sanaa e i figli fuori l’indomani, li avremmo portati in città, in un ristorante e ovviamente a fare spesa. Riceviamo molte donazioni senza causale, e alcune di quelle, con una discreta somma offerta da Luigi stesso, faranno sì che mai resteranno senza cibo. Con il cuore un po’ più leggero ci siamo avviati verso la sede UOSSM, che si trova esattamente di fronte al muro. Ho una foto scattata dalla strada di questo muro. È impressionante davvero.

 

L’incontro non è stato dei migliori, anzi potrei dire che è stato piuttosto deludente. Hanno il loro ufficio proprio sul confine di Rehyanli. Loro sono specializzati in alcune cose, molto utili e nobili naturalmente, ma che hanno poco a che fare con noi. Loro lavorano in cliniche vere e proprie e fanno esami medici. Persino Marino non ha trovato molto su cui collaborare. Comunque non voglio sembrare ingrata: è venuto apposta in ufficio in un giorno festivo per parlare con noi. Fuori dall’edificio c’era la bandiera dell’unione europea, che a destra del muro, mi ha fatto un certo effetto. Ora dobbiamo cercare la casa del signore con il bimbo malato. Non so il nome, anche se potrei azzardare un Mohammed o un Alì o un Ahmed. Comunque anche questa volta abbiamo a posizione e risulta essere errata, tanto per cambiare, e di nuovo ci ritroviamo persi per Rehyanli.

UN NUOVO GIORNO, L’ULTIMO

Ebbene, non era la mia immaginazione; erano davvero rumori di spari e bombe, le ha sentite anche Andrea. Per di più, per strada stamattina, mentre andavamo ad incontrare un’altra associazione di medici, alcuni carriarmati ci hanno superato sulla strada. Per non parlare del bellissimo corteo di lupi grigi che abbiamo beccato al centro di Rehyanli. Non ho internet a disposizione al momento e non mi metterò a cercarlo ora dopo quello che è successo ieri, ma ho l’impressione che la battaglia di Afrin non stia andando benissimo per i Curdi. L’incontro con questa associazione di medici è andato molto bene, vi sono vere possibilità di collaborare, soprattutto per Marino, ma anche per noi. Per esempio dando supporto psicologico agli abitanti del quartiere di Sanaa, dando assistenza medica a coloro che ne necessitano. Ci rivedremo la prossima volta.

Con Sanaa e i bambini abbiamo avuto davvero una bellissima giornata. Majada era al lavoro purtroppo e non è potuta venire con noi. Non ho mai visto dei bambini così felici di entrare in un supermercato. Per i più piccoli quella era la prima volta. Abbiamo permesso loro di prendere tutto quello che volevano. All’inizio ovviamente erano imbarazzati, ma abbiamo spiegato a Sanaa che per noi loro sono come fratelli, siamo tutti una famiglia. E una famiglia non si abbandona mai. Questo è vero, li sentiamo davvero come fratelli, quando siamo in Italia ci sentiamo, ci teniamo in contatto. Dopotutto, se sono così è anche un po’ colpa nostra. Nel senso che siamo noi che abbiamo spiegato della possibilità di andare in Italia ecc, che Alì ha mandato in fumo. E quindi non li si può abbandonare, senza contare il legame affettivo che ci unisce. Noi li vediamo crescere.

I carrelli erano stracolmi di roba, e abbiamo permesso ai bambini di prendere quanti dolci volessero; naturalmente abbiamo pensato anche a dentifrici, assorbenti, cose per la pulizia della casa, prodotti alimentari a lunga conservazione. Procureremo anche un frigorifero nel giro di alcuni giorni. Poi li abbiamo portati fuori per pranzo in una specie di ristorante a Rehyanli. Abbiamo ordinato cibo siriano, ma ci siamo resi conto di una cosa immediatamente: loro non sono abituati a mangiare, ad avere pasti divisi come lo siamo noi. Per loro non esiste il pranzo, la cena; esiste il ho fame e quindi mangio un pezzo di pane. Infatti sono molto magri. Nonostante ciò hanno apprezzato, soprattutto i più piccoli. Sanaa ha chiesto di fare qualche fotografia da tenere come ricordo, che naturalmente abbiamo fatto. Ammetto anche, egoisticamente, che mangiare qualche cibo vero dopo giorni di barrette è stato un bel cambiamento. Le sto odiando, ora ne mangio un morso solo e mi passa la fame. Per non parlare dei problemi intestinali che ci stanno causando a tutti dato che nessuno riesce a scaricarsi con una dieta del genere. Per strada eravamo tutti mano nella mano, cantando gridando e ridendo al vento. Samia giocava a saltare mano nella mano a noi, Youssef invece si metteva per strada a fare il vigile quando dovevamo attraversare; Husseima ha preso l’unica borsa che aveva e si è vestita con le sue spille e bracciali preferiti. Per strada abbiamo incontrato un ragazzo che teneva un altro ragazzo. Aveva gli occhi feriti, sembrava essere stato graffettato con lunghe graffette rosso sangue. Forse era stato ferito da un ordigno. Faceva davvero impressione, e gli abbiamo lasciato dei soldi. Non credo riuscirò a dimenticare molto in fretta il suo viso. La città pullula di militari, e mi viene molta ansia a vederli. Ho come l’impressione che ci osservino. Pensandoci bene, diamo sicuramente nell’occhio, ma ho come la sensazione che ci stiano spiando. Mi ritrovo a guardarmi le spalle mentre cammino e mi chiedo se non sia io ad essere paranoica. Magari in questo momento qualcuno in un centro militare sta osservando i nostri profili sui social network. Dovrei forse togliere tutto? No, renderei solo le cose ancora più sospette. ma sicuramente farò molta molta più attenzione a ciò che renderò pubblico in futuro.

Nella via del ritorno, ho trovato una cartoleria. Volevo fare un bel regalo a Majada, e dato che ieri mi ha detto che voleva rincominciare a scrivere, le ho preso un bellissimo diario tutto per sé, che le serva da amico. E poi alcuni quaderni e libri di studio. Il mio sogno è che un giorno riprenda gli studi, che non debba più lavorare. Anche se riprendere gli studi in quelle scuole lì, sicuramente non è come studiare in una vera e propria scuola, dal punto di vista didattico, anche se è molto terapeutico e utile. Spero che un giorno possa davvero studiare, diventare insegnante, dato che è ciò che vuol fare nella vita. In ogni caso, non li lasceremo soli, e regalare loro libri penso sia un buon modo per dimostrarlo. Abbiamo beccato un’altra manifestazione di lupi grigi per strada, e stavolta molto corposa, con diverse bandiere nazionaliste.

Quando siamo tornati a casa Majada ci stava aspettando. Ha pianto un po’ per non essere potuta venire con noi, ma ha pianto molto di più quando le abbiamo consegnato libri e quaderni. Piangere per dei libri su cui fare esercizi; è una scena davvero difficile da descrivere, e mi sono vergognata per quanto mi lamenti io del fatto che devo studiare. Mi vergogno profondamente di tutte le volte che mi lamento per qualcosa in realtà. Anche qui è stato un arrivederci doloroso. Abbiamo consegnato al quartiere giocattoli e barrette, e in cambio abbiamo ricevuto pane e affetto. Stavolta non ce l’ho fatta a trattenere le lacrime. E quando la macchina è ripartita, ci siamo guardati tutti negli occhi, tra riso e lacrime, senza dire una parola ma capendo perfettamente le emozioni che ci stavano attraversando.

Ormai è da giorni che siamo rientrati. Sul mio comodino a fianco al letto, ho la bandana che avevo legato attorno al viso di Piccolo Rambo, che mi ha poi restituito dopo che gli avevo lasciato alcuni giochi,  e l’anello di Esmeralda. Vicino una barretta alle mandorle, l’ultima che mi è avanzata. Mi sono resa conto di quanto avessi fame solo una volta tornata a casa: a forza di mangiare barrette, sentirne solo l’odore gli ultimi giorni mi dava la nausea e mi faceva passare la fame.

I primi giorni sono i più difficili, perché qui appare tutto così assurdo e superficiale. Noi parliamo dei campi con le persone che amiamo e nessuno ci capisce. Io spesso, ho l’impressione di non essere nemmeno ascoltata al riguardo. Mi è capitata l’assurda situazione di cercare di spiegare cosa significasse avere fame mentre in casa stavamo cenando. Naturalmente è impossibile capirlo, non quando hai dei pasti assicurati, ma ho apprezzato molto le loro domande. Per alcuni giorni ho avuto disturbi intestinali, e andavo a letto chiedendomi cosa cavolo ci facessi qui, dato che qui non mi sento al mio posto. Non sono l’unica a soffrire nel rientrare da quei campi o da quelle città. Perché nonostante la fame, la mancanza di igiene, l’umiliante situazione del non potersi lavare, in quei posti ci si sente vivi per davvero, pieni potrei dire. Mentre qui sembra tutto vuoto, superficiale, senza valore. Non è così e lo sappiamo bene, ma è questa la sgradevole sensazione di chi torna. Ci manca il fiato al pensiero che in queste notti dormiremo al caldo, mangiando almeno tre volte al giorno. Ci mancano tutti loro, fa male lasciarli lì. Ma è proprio questo dolore, credo, che ci permette di continuare ad avere questa specie di doppia vita. Dopo i primi giorni, tutto riparte man mano, tutto torna normale. Quindi si torna in ufficio, si torna ai consigli di dipartimento, nelle biblioteche. Si torna ad uscire con gli amici e chiacchierare di altri, perché proprio quell’argomento non lo comprendono. I miei migliori amici non capiscono. Non gliene faccio una colpa, non lo hanno mai vissuto. Tornano le domande di senso, il pensiero del dopo laurea (“cosa faccio dopo questa triennale?”), così come l’ansia per gli esami e per il futuro. Nonostante l’episodio di Majada, sebbene me ne vergogni, torno a sbuffare sui libri, chiedendomi perché sto usando il mio tempo su un libro che mi interessa gran poco quando potrei, per esempio, essere di nuovo in Turchia, o farmi un viaggio, o fare qualsiasi cosa. Mi chiedo in continuazione se valga davvero la pena iscrivermi ad una magistrale, e quando vedo che la risposta cambia a seconda della giornata e dell’umore, mi rendo conto che davvero sto tornando alla vita quotidiana di Padova. Ma il pensiero di quei campi, di Rehynali, resta, nella vita di tutti i giorni; non si butta via cibo, non si spreca acqua inutilmente. Resta, dal momento che quell’anello e quella bandana rimangono sul mio comodino. E di conseguenza, ringraziando di avere la possibilità di scegliere come comportarsi e cosa fare durante il giorno così come scegliere cosa magiare a cena,  non resta che continuare ad impegnarsi e lottare per queste persone, dimenticate da tutti.

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