Exemple

Quando penso a questa missione mi vengono in mente i fiori.

Sono stata riempita di mazzolini di piccoli fiori colorati e alle mie dita e ai miei polsi i bambini hanno infilato piccoli anelli e braccialetti.

Ma ricevere dei fiori è qualcosa che apre il cuore. Perché al campo c’è solo polvere e terra e per raccogliere dei fiori bisogna andare piuttosto lontano. Bisogna metterci cuore, correre, raccogliere e tornare per donarmeli con il fiato corto e gli occhi brillanti.

Occhi che vogliono essere visti e mani che vogliono essere strette.

Siamo partiti in tre: io (Arianna), Anna (il medico) e Paolo (il fotografo).

Tampone all’andata, tampone al ritorno e voli cancellati al ritorno che ce lo hanno fatto posticipare.

Non c’è una missione uguale all’altra, anche quando le attività sono simili alla precedente, quando l’organizzazione è il più precisa possibile e quando il gruppo di lavoro è coeso e affiatato.

L’imprevisto è all’ordine del giorno, la capacità di reinventare tempi e modi ormai l’abbiamo più che acquisita.

I tempi sono sempre dilatati, poi diventano concitati, poi i disguidi, le paure e le gioie. Le incomprensione le arrabbiature, i cambi di programma, il poco sonno, il caldo e le mosche, la sete e la sensazione di dovere sempre fare di più anche quando sai che hai fatto il massimo, che hai rispettato il programma nonostante tutto.

Il medico ha visitato per 5 giorni, quasi ininterrottamente e abbiamo acquistato e lasciato farmaci dove necessario. Come sempre.

Ci siamo presi cura, misurandoli, dei bambini malnutriti e abbiamo distribuito latte in polvere a decine e decine di piccolini. Senza latte morirebbero, semplicemente.

Ci siamo fatti carico di almeno tre casi di bambini gravi, che supporteremo in terapie e operazioni chirurgiche.

La distribuzione dei sostegni ai nuclei di orfani è l’attività più lunga e difficile da coordinare: sono tanti, vanno riunii e fotografati e poi accompagnati ad acquistare il cibo.

A casa poi mandiamo le foto della consegna ad ogni sostenitore.

Abbiamo anche distribuito pacchi alimentari per tutte le famiglie del campo, anche questa attività è lunga e concitata perché la necessità e la fame creano caos ma i due referenti al campo lavorano con liste che prepariamo prima.

La nostra Tenda Arcobaleno funziona benissimo ed è una gioia vedere bambini che, fino a pochi mesi fa, non sapevano tenere in mano una biro, scrivere e leggere anche se ancora stentatamente.

Hanno un PC e svolgono attività didattiche per piccini e più grandi.

Abbiamo consegnato il materiale mancante, acquistato sul posto, e alcuni giochi che ci sono stati donati.

La novità è stato il collegamento con una scuola primaria di Torino che ha iniziato un gemellaggio didattico con la nostra piccola tenda.

L’incontro fra bambini, a migliaia di chilometri di distanza fra loro, ci ha regalato emozioni indescrivibili e la naturalezza del loro parlarsi è stato uno squarcio di speranza.

Come sempre passiamo molto tempo nelle tende, ascoltando storie e aiutando le situazioni più disperate.

Consapevoli che non basta e non basterà mai.

Si torna a casa pieni di vita, consci di aver fatto del proprio meglio, ma vuoti per il dolore toccato e la consapevolezza di quante piccole vite invisibili ci passino davanti.

Resta la volontà di poter donare loro speranza e futuro.

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Siamo partiti con tutte le precauzioni possibili visto le misure in vigore per il Covid 19 ma, ad Istanbul, a
bloccarci è stata la neve!
Abbiamo dovuto passare la notte, fino alle 4, per poter ripartire per la nostra destinazione finale.
Eravamo io e Paolo Messina, fotografo.
Ci aspettavano 5 giorni decisamente intensi ma la voglia di riabbracciare i “nostri” bimbi dopo 3 mesi era
più forte di ogni stanchezza.
La neve ha rallentato anche il tir carico di materassi che dovevamo distribuire la mattina del primo giorno.
Per fortuna al campo, dopo settimane di pioggia, ora c’era il sole anche se l’aria era fredda.
Nell’attesa abbiamo acquistato e distribuito il latte per le decine e decine di neonati e controllato il pozzo e
le 5 connessioni nelle altrettante zone del campo.
Il pozzo funziona e gli abitanti si approvvigionano con pazienza alle fontanelle. Con pazienza perché per ora
l’acqua arriva per caduta e non è abbondante. Ma fanno la loro funzione.
Come sempre nell’attesa abbiamo passato del tempo con i bambini, nelle tende delle famiglie che meglio
conosciamo, con i referenti al campo per capire esigenze e pianificare le giornate.
Il camion è arrivato che faceva scuro, abbiamo distribuito al buio completo, ma non importa.
Nei giorni successivi abbiamo distribuito i pacchi alimentari a tutte le famiglie e i Voucher a sostegno degli
ormai 100 nucleo di bambini orfani. Medicine, sostegni alle famiglie più fragili, consegnato il materiale, gli
zainetti ed i PC che sono stati donati per le Tende Arcobaleno.
Abbiamo speso molto tempo con tutte le famiglie che seguiamo più da vicino e cenato ogni sera con alcuni
di loro, nelle loro fredde tende.
Si riscaldano, quando hanno la stufa, bruciando nylon che fa 5 minuti di calore con annessa una puzza
velenosa e asfissiante. Questo hanno, e mi immagino il gelo della notte. O quando si lavano senza poter
scaldare il catino dell’acqua. Anno 2021… bambini, anziani, uomini e donne costretti alla miseria e
all’indigenza più nera. Con l’anima bucata e rovinata dalla fatica di vivere.
La nostra Tenda Arcobaleno fa fatica ad esistere, i problemi sono tanti e gli sforzi enormi.
Ma è il solo luogo di colore, il solo luogo dove questi bambini posso essere solamente bambini appunto.
Che è tutto quello che chiedono.
Abbiamo passato tutta una giornata seguendo le attività dei bambini ed è stata una vera emozione scoprire
piccolo, grandi progressi e l’orgoglio nel mostrarceli.
Anche i ragazzini più grandi, i più induriti, se guardati con occhi di stima e comprensioni, si dimostrano dei
cuccioli in cerca di amore. E del loro posto.
Crescendo si rendono conto di non avere futuro.
Quello che tentiamo di fare e di dar loro una speranza, gettarne almeno il seme.
Sono tanti i bambini che chiamo per nome, di cui conosco storia e inclinazioni. Che vedo crescere e vorrei
salvare, salvare davvero.

Arianna

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Ad ottobre siamo andati al campo due volte, a metà e a fine mese.

Da quando siamo tornato, ad agosto, abbiamo lavorato instancabilmente al progetto di costruzione di un pozzo al campo. Contatti, progetti, preventivi, videochiamate con il campo e raccolta fondi.

I lavori sono iniziati a inizio mese e a metà Luca ed io siamo scesi per verificare e per portare i fondi raccolti.

Abbiamo visionato lo scavo e si era già raggiunta l’acqua. Abbiamo assistito al rivestimento interno e abbiamo acquistato la pompa estrattiva.

Sono stati giorni molto belli, vedere la realizzazione di un progetto che cambierà le condizioni di vita e di salute di centinaia di persone e di bambini. E la gioia dei bambini, quella non si misura.

Già che eravamo sul posto abbiamo provveduto al sostegno di tutti i casi fragili o malati al campo, come facciamo sempre e iniziato ad acquistare quello che serviva per la riapertura della Tenda Arcobaleno, che affiancheremo ad una seconda tenda perché i bambini sono tanti.

Siamo poi tornati a fine ottobre con Anna, il medico, Elisabetta, insegnate responsabile dei programmi delle due Tende Arcobaleno e Paolo, fotografo.

Il pozzo era terminato ma solo in un punto del campo, esce acqua e ci si possono approvvigionare manualmente ma lo termineremo entro fine anno con filtri, vasca di accumulo e più accessi in varie parti del campo.

Anna ha visitato e curato per due giorni interi chiunque ne avesse bisogno, ha valutato i bambini malnutriti che seguiamo e i nuovi casi che si sono aggiunti. Per tutti loro abbiamo acquistato latte in polvere.

Elisabetta ed io abbiamo selezionato 4 insegnanti per le due Tende Arcobaleno e lei ha impostato le attività dei prossimi mesi. L’inaugurazione delle attività è stato un momento di festa e allegria.

Abbiamo distribuito i Voucher per gli orfani sostenuti dalle famiglie italiane e, anche questo mese, ci sono nuovi arrivati a cui dovremo trovare sostenitori.

Anche i pacchi alimentari sono stati distribuiti a tutte le famiglie, tutto come sempre in ordine e nel rispetto di liste preparate dai due responsabili del campo e nostri collaboratori locali.

Come ogni volta abbiamo portato i sostegni alle famiglie più fragili o a persone sfortunate e malate.

Io e Luca ci siamo fermati 2 giorni in più degli altri, proprio per concludere il supporto capillare che ci teniamo a portare.

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A causa del Covid-19 e della chiusura totale nei propri confini, manchiamo dal campo da 4 mesi ormai.

Nei mesi in cui non siamo potuti partire abbiamo portato avanti tutti i progetti (pacchi alimentari, legna e carbone per l’inverno, sostegni mensili tramite Voucher per gli orfani e per le famiglie nell’area urbana) tramite la meravigliosa rete di collaboratori locali, persone che ormai sono diventati amici fraterni.

Ma finalmente Luca ed io torniamo al campo.
La situazione non è semplice viste le misure che si devono rispettare per gli spostamenti, tra distanziamento e mascherine, ma cerchiamo di essere ligi e responsabili.

Al campo la situazione è sempre brutta, la miseria e la disperazione sono soffocanti e spesso scendono lacrime di impotenza.

Fa caldo, si soffoca e si rischia di stare male. L’acqua non c’è, il cibo scarseggia, i bimbi sono magrissimi e le madri stanchissime.

Gli orfani aumentano, famiglie e bambini soli continuano a fuggire dai bombardamenti e popolano questo campo di disperati che sta per scoppiare.

Distribuiamo pacchi alimentari sotto un sole impietoso, latte in polvere per i piccoli malnutriti e medicine e cure con il medico in collegamento telefonico dall’Italia.

Contiamo i nuclei di orfani sostenuti dalle famiglie italiane e sono aumentati, mentre distribuiamo i Voucher e facciamo le foto per documentare il tutto ai sostenitori, sento il panico salire perché so che dovrò cercare nuove persone disposte ad aiutare a distanza questi figli di nessuno.

La Tenda Arcobaleno è rimasta chiusa su ordine della polizia locale a causa della pandemia, la potremo riaprire alla prossima missione e questo mi rende felice. I bambini lo chiedono continuamente e mi pare di averli delusi.

Decidiamo di noleggiare un pulmino e di trascorrere una giornata al mare con un nutrito gruppo di loro.

Una giornata meravigliosa, dove bambini che non ridono mai hanno riso, schizzato, giocato e sono tornati bambini. Non mi sono mai sentita meglio, non ho mai visto occhi più luminosi e fragili.

Accanto a me Luca, mio marito che gioca e nuota con noi.

Come sempre andiamo a trovare e portare supporto alcune famiglie fragili che seguiamo da qualche anno: Salema malata, i due bimbi con la talassemia e altri casi molto tristi come il piccolo Youssef.

Anche stavolta ci è impossibile raggiungere l’area urbana e anche questa volta siamo costretti a lasciare il supporto al nostro collaboratore che provvederà alla distribuzione dei voucher alle famiglie cittadine, le chiamiamo così perché non sono al campo ma vivono in tuguri o garage.

Tornare è sempre un dolore. Arianna

 

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Siamo partiti a fine febbraio in un clima di totale incertezza dovuta alla situazione mondiale relativa al Covid 19.
Luca ed io non eravamo spaventati ma nemmeno sprovveduti e abbiamo chiesto e ottenuto tutte le informazioni e rassicurazioni possibili.
Da una Malpensa vuota e desolata ci imbarchiamo per il consueto viaggio che si concluderà a tarda notte.
Al campo fa freddo e c’è molto da fare in soli due giorni. L’accoglienza è sempre di abbracci e sorrisi, quelli dei nostri bimbi ma anche dei tanti adulti che ormai sono
quasi come una famiglia per noi.
In due giorni tesi e difficili a causa dei bombardamenti e del conseguente coprifuoco che ci fa spostare con
pericolo e difficoltà, riusciamo a distribuire i pacchi alimentari per tutte le famiglie del campo, i Voucher per
i piccoli orfani sostenuti dalle famiglie italiane, a portare latte in polvere per i malnutriti e fondi per le
attività della Tenda Arcobaleno che supervisioniamo e troviamo piana di bambini con tanta voglia di
imparare e mostrare la loro bravura.
Lasciamo medicine e sostegno alle famiglie più fragili e comperiamo una tenda ad una famiglia a cui si era
bruciata nel tentativo di scaldarsi.
Non possiamo raggiungere l’area urbana dove sosteniamo altre 25 famiglie, sempre per via del coprifuoco
che impedisce gli spostamenti fra regioni e quindi decidiamo di lasciare il denaro al nostro collaboratore
che provvederà alla distribuzione dei Voucher e ci manderà le foto.
L’ultimo giorno riceviamo la notizia che siamo bloccati in Turchia perché lo stato ha chiuso i collegamenti
con l’Italia, in piena pandemia.
Contattiamo l’ambasciata che gentilmente ci chiede di provare ad arrangiarci, ma di fatto non esistono voli
per l’Italia.
Riusciamo a rientrare con un giro immenso e vari scali in Europa.

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MISSIONE MORIA E TURCHIA DAL 17 AL 24 FEBBRAIO 2019

Il Campo di Moria è l’inferno creato dall’uomo. Come ogni inferno sulla terra del resto.

Di campi peggiori di questo ne abbiamo viste a decine, ma Moria è su un livello diverso.

Le varie famiglie non comunicano fra loro, non c’è mutuo soccorso ma divisione, un’esasperazione che non abbiamo trovato altrove. C’è delinquenza e ci sono veri e propri casi sull’orlo della follia.

Sarà che queste persone sono arrivate in Europa con il miraggio di una libertà che non esiste e non hanno la minima prospettiva di futuro. Sanno solo di non essere morti.

A Moria è anche quasi impossibile aiutare, per via delle mille regole a cui un’associazione deve o dovrebbe sottostare. E a questo noi non siamo né abituati, né preparati.

Siamo partiti dall’Italia con 2 furgoni carichi di vestiti, coperte, giubbini, scarpe … tutti aiuti che persone comuni e di buon cuore ci hanno donato. Il viaggio via terra di Matteo, Marino e Jamal è lungo e faticoso, l’ultima tratta si fa su due traghetti, viaggiano di notte e arrivano la mattina presto al porto di Metilene, sull’isola di Lesbo.

Ad attenderli ci siamo io (Arianna) e Luca (mio marito) e i volontari di Refugee4Refugees che ci offriranno supporto e logistica per la distribuzione dei vestiti.

Marino, il medico, come sempre passerà il suo tempo al campo per visitare tutte le persone possibili, tenda per tenda. Caso per caso. Bambini, ragazzini per lo più, con sguardi stanchi e senza speranza.

Con il supporto logistico di Refugee4Refugees faremo sì che decine e decine di famiglie riceveranno indumenti di cui necessitano. Le famiglie si recheranno nel negozio dell’associazione (dove tutto è naturalmente gratis) anche dopo la nostra partenza e questo ci fa molto felici. Ogni abito che ci è stato donato sarà scelto da madri premurose, senza file, senza ressa ma tutto in estrema calma e semplicità.

A Moria ci sono storie che ti lasciano un segno profondo, come quella di Parisa, una ragazzina Afghana, a cui Holly (Holly e Andrea sono arrivati un giorno dopo di noi) chiede semplicemente il nome e lei ci consegna 8 pagine scritte in Persiano, contenenti la sua storia.

O come quella di un bellissimo ragazzo siriano di circa 17 anni i cui genitori lo hanno messo su un gommone affinché si salvasse e lui, per il trauma, lo stress e le privazioni, non ricorda quasi più nulla. Non del suo passato, ma mischia i giorni del presente e vive dissociato, quasi assorto. Ascolta musica e non fa niente tutto il giorno, gli occhi sono quelli di un bambino: pieni di meraviglia.

Conosciamo un giovane medico siriano che presta la sua opera in una piccola clinica fuori dal campo, attorno alla clinica è nato un centro dove si cerca di far fare qualcosa a tutte queste vite sospese: una scuola, una mensa, una palestra improvvisata…

Ci sono altri campi nell’isola, tutti inaccessibili e recintati come a dire che non hanno bisogno di niente.

Ma le persone che escono si accalcano in maniera feroce quando distribuiamo loro vestiti e coperte, una scena indimenticabile, specchio di disperazione e miseria. Esseri umani ridotti a contendersi un maglione o una coperta.

Alcuni di noi tornano a casa, Matteo e Jamal sempre guidando i furgoni e sono quelli che hanno dato di più in termini di tempo e fatica.
Il dottor Marino Andolina rientra in aereo, io (Arianna), Luca, Holly e Andrea proseguiamo per la Turchia dove abbiamo un paio di incontri con i nostri referenti locali.
Questa volta non faremo distribuzione alimentare e di beni di prima necessità, l’intento è di capire come e se riuscire ad aprire una scuola al campo che seguiamo dal 2014 per poi spostarci a Kilis per visitare una famiglia che sosteniamo e pensare ad un progetto stabile che coinvolga i profughi “cittadini” che vivono da anni in garage e scantinati, senza alcun aiuto e senza poter lavorare.

Come sempre visitiamo alcune famiglie e come sempre spezza il cuore vedere bambini, malati, anziani, disabili, orfani e vedove vivere in condizioni semplicemente disumane e inaccettabili.

L’idea sarebbe di tentare di creare dei sostegni a distanza ma anche di stabilire un progetto di più ampio respiro dove si possa preparare del pane e distribuirlo regolarmente, creando anche qualche occupazione retribuita per queste donne sole.

Il nostro contatto ci sottopone alcuni validi progetti, ai quali pensiamo e che vorremmo realizzare se solo prendessimo qualche sovvenzione, vincessimo qualche bando.

Dopo almeno 3 anni riesco a passare il confine e tornare in Siria, la situazione è quella di una catastrofe umanitaria. Indescrivibile.

Non c’è più niente, non ci sono case, strade, infrastrutture. La Siria è una sterminata distesa di tende e di sfollati, fango e detriti.
Queste persone, per lo più vedove, anziani e bambini, non ricevono quasi nessun aiuto ed i bambini mendicano per strada anziché andare a scuola e giocare.

A queste persone è stato tolto tutto e difficilmente potranno tornare alle loro case, i bambini saranno la prossima generazione di analfabeti, arrabbiati e pronti ad essere reclutati dai fanatici di turno.

Torno a casa con un senso di rabbia e impotenza, cerchiamo di immaginare cosa potremmo e vorremmo fare ma sono tanti, sono migliaia e migliaia e non potremmo mai noi di SSCh fare la differenza. Nemmeno per un piccolo numero, mancano fondi, mancano energie, manca tutta la comunità internazionale che muova progetti enormi.

Possano queste parole essere almeno scintilla per qualcosa di importante, possa il mondo chiedermi di raccontare e decidere di agire.

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MISSIONE IRAQ dal 14 al 20 GENNAIO 2019

Il viaggio dall’Italia ad Erbil (Iraq) è sempre molto pesante per gli orari e per la durata.

Siamo io, cioè Arianna, Andrea Palmucci (il fotografo) e Marino Andolina (il medico) e siamo pronti a dormire poco e stancarci molto.

Si parte dunque, dopo settimane di contatti presi dall’Italia e attese per visti che sembrano non arrivare.

E si atterra di notte ad Erbil, un freddo tremendo e ancora 3 ore di auto per raggiungere la nostra meta finale: Sulaymaniyya, una città dell’Iraq, capoluogo dell’omonimo governatorato.

Arriviamo all’alba e alloggiamo in un caseggiato della Mezza Luna Rossa, rigorosamente senza riscaldamento e nemmeno 3 coperte bastano a darci un po’ di tepore per poter riposare qualche ora.

Poi riunioni e incontri con i nostri referenti locali di Mezza Luna Rossa, nostro partner che ha organizzato tutta la logistica della distribuzione alimentare da noi voluta e finanziata, e con ONU, UNHCR e UFPA che sono presenti nei campi che andremo a visitare e supportare.

Come spesso accade visitiamo alcune famiglie al limite della sopravvivenza, in questo caso fuggite da Afrin, cercando di portare un minimo di aiuto estemporaneo.

Il giorno dopo, sotto una pioggia che presto diventa nevischio e con temperatura sotto zero, distribuiamo al campo di Barika 527 pacchi alimentari. Un tir pieno. Marino Andolina, senza un lamento, lavora tutto il giorno. Io sono ghiacciata e ammetto di riuscire a fare poco o niente.

Sono state selezionate le famiglie più vulnerabili: orfani, vedove di guerra, malati gravi, famiglie particolarmente numerose. Quando saremo in Italia, altri 337 pacchi alimentari saranno distribuiti, in un secondo tempo.

La distribuzione avviene sotto una tettoia ma la fila delle persone è lunghissima e sono tutte in attesa sotto la pioggia.

Fa freddo, freddissimo e chi scrive, pur essendo adeguatamente coperta, quasi si sente male come dicevo.

Bambini scalzi e con addosso solo una felpa di cotone, madri sfinite e con gli occhi spenti. Anziani che si siedono per terra, qui nessuno pensa di favorire una vecchia donna sola. Non si riesce a far passare prima chi è più debole.

La distribuzione prosegue anche sotto il nevischio che ti entra nelle ossa, fino al primo pomeriggio.

Il campo è una città di fango, una città di baracche. Anche sotto la pioggia incontriamo bambini che si aggirano infreddoliti o che lavorano. Qualcuno gioca anche, molti si avvicinano. Molte madri ci seguono per darci qualcosa da mangiare, un piccolo omaggio per aver perso del tempo con i loro figli o per averli fotografati con discrezione e sorrisi. Come fa Andrea.

E’ stata dura, durissima. Il freddo non dà scampo, bagnati fino alle ossa.

Ma noi stasera torneremo nel nostro alloggio, freddo certo, ma avremo una buona cena, un letto e molte coperte. Una doccia (fredda per la verità) e anche una stufetta per la notte.

Lasciamo bambini, madri, padri e anziani in condizioni in cui noi non terremmo nemmeno il nostro cane. E questo leva il sonno.

Il giorno dopo chiediamo, come da accordi, di visitare altri campi. Non per semplice curiosità, ma per capire se e come si possono aiutare.

Quello che incontriamo ad Hasty e Arbat Camps non è molto diverso da quanto visto il giorno prima, la differenza è che questi campi ospitano anche sfollati interni (gli IDP) che in minima parte vengono aiutati economicamente dal governo.

Ci rendiamo conto che non potremo mai aiutare tutti, mai e poi mai. CI vorrebbero decine di migliaia di euro, ora che ad UNHCR sono stati tagliati i fondi.

Proveremo a focalizzarci su un solo campo, quello di Barika, e su un numero di famiglie vulnerabili.

Progetto ambizioso per cui non abbiamo i soldi ma dobbiamo trovarne, non si può guardare altrove.

La neve inizia a scendere più grossa e soffice, in abbondanza. Ma qui la neve fa molta paura, paura per le tende e le vite di persone che sicuramente congeleranno. Qualcuna di loro, qualche bambino, non ce la farà e noi non possiamo fare nulla.

Il viaggio di ritorno verso Erbil, di notte e sotto la neve, ha del sovrannaturale ma riusciamo a sentirci fortunati e, come sempre, personalmente parto con la sensazione che il massimo fatto non sia mai abbastanza. Come spiegare ai miei figli, che sapevamo e non siamo riusciti se non ad alleviare una minima parte di sofferenza e indifferenza?

 

 

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Sul campo di Moria, nell’isola di Lesbo (Grecia) è stato scritto molto, ci sono servizi fotografici e reportage e non mancano le sono polemiche.
Vorremmo noi dare una dimensione umana a quello che abbiamo visto e potuto fare. Siamo una piccola associazione con pochi mezzi ma volontà ferrea e siamo voluti intervenire recandoci, come sempre, di persona.
Il campo è diviso in due parti e si snoda su una collina che, quando piove, è solo fango e freddo.
Una parte è gestita e recintata da filo spinato, le persone ricevono un solo pasto al giorno per il quale si mettono in fila fin dalla mattina e restano in coda tutto il giorno. Esiste una zona solo per i minori non accompagnati, sono inavvicinabili e, di conseguenza, non aiutabili.
La seconda parte sorge all’esterno di quella recintata ed è a sua volta divisa in due zone, anche se non ufficialmente. La parte in basso ha tende che sono state donate da qualche grande associazione, anche se vecchie e inadeguate, e gestita da un paio di associazioni. Non abbiamo capito bene come, crediamo che forniscano energia elettrica un paio di ore la sera e i servizi igienici. Un luogo pericoloso dove si consumano spesso violenze.
In alto invece le tende sono fatte di stracci e nessuna corrente elettrica, per il cibo tutti si recano invece nella medesima fila di 11mila persone.
La gente ha fame, i bambini sono malnutriti e naturalmente non ricevono istruzione e le cure mediche sono all’esterno del campo.
Nel campo coesistono a fatica diverse etnie e per questo è una polveriera di possibili scontri.
All’ingresso ti accoglie un grosso manifesto colorato con scritto “Benvenuti” in molte lingue ed è in netto contrasto con la desolazione che segue.
Persone che vagano senza meta, infreddoliti, soli, le ciabatte che sprofondano nel fango, lo sguardo perso o incattivito da mesi e mesi di quella prigionia.
Entriamo e cerchiamo di distribuire i pacchi che Nawal ed il suo team ci hanno fatto trovare pronti in una tenda ma veniamo praticamente cacciati da polizia e un’associazione locale che ci raccontano si occupa dell’energia elettrica. Non della distribuzione cibo.
Siamo costretti a distribuire dall’esterno, le persone scendono dalle loro tende e vengono a prendere i pacchi. Che sono molto generosi e ne siamo contenti.
Una volta che riusciamo a salire, al buio e fra fango e pozzanghere, il Dottor Andolina inizia a visitare chiunque ne abbia bisogno, tenda per tenda e in condizioni difficili.
Siamo in 4: Arianna, Andrea il fotografo, Gianluca e il dottor Andolina. Decidiamo di separarci e, mentre Andrea e il dottore finiscono le visite, io e Gianluca andiamo avanti con la distribuzione che si rivela difficile perché non abbiamo pacchi per tutti.
Lo avevamo messo in conto e cercato di scegliere i più fragili e bisognosi, ma quando poi un padre, una madre disperati ti chiedono cibo e tu lo hai finito, beh guardi davvero alla miseria umana con tutta l’indulgenza e l’empatia di cui sei capace. Ma di fatto sai che hai potuto fare il tuo massimo, ma che non basta e ti prefiggi di tornare e fare di più.
Distribuiamo cibo e cure mediche fino a sera inoltrata, cerchiamo come sempre quel contatto con le persone, con i bambini, che non tarda ad arrivare e leggiamo ancora una volta in quegli occhi la resilienza, la stessa che ci fa pensare che tornare e fare di più sarà la nostra prossima missione stabile.

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