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Ad ottobre siamo andati al campo due volte, a metà e a fine mese.

Da quando siamo tornato, ad agosto, abbiamo lavorato instancabilmente al progetto di costruzione di un pozzo al campo. Contatti, progetti, preventivi, videochiamate con il campo e raccolta fondi.

I lavori sono iniziati a inizio mese e a metà Luca ed io siamo scesi per verificare e per portare i fondi raccolti.

Abbiamo visionato lo scavo e si era già raggiunta l’acqua. Abbiamo assistito al rivestimento interno e abbiamo acquistato la pompa estrattiva.

Sono stati giorni molto belli, vedere la realizzazione di un progetto che cambierà le condizioni di vita e di salute di centinaia di persone e di bambini. E la gioia dei bambini, quella non si misura.

Già che eravamo sul posto abbiamo provveduto al sostegno di tutti i casi fragili o malati al campo, come facciamo sempre e iniziato ad acquistare quello che serviva per la riapertura della Tenda Arcobaleno, che affiancheremo ad una seconda tenda perché i bambini sono tanti.

Siamo poi tornati a fine ottobre con Anna, il medico, Elisabetta, insegnate responsabile dei programmi delle due Tende Arcobaleno e Paolo, fotografo.

Il pozzo era terminato ma solo in un punto del campo, esce acqua e ci si possono approvvigionare manualmente ma lo termineremo entro fine anno con filtri, vasca di accumulo e più accessi in varie parti del campo.

Anna ha visitato e curato per due giorni interi chiunque ne avesse bisogno, ha valutato i bambini malnutriti che seguiamo e i nuovi casi che si sono aggiunti. Per tutti loro abbiamo acquistato latte in polvere.

Elisabetta ed io abbiamo selezionato 4 insegnanti per le due Tende Arcobaleno e lei ha impostato le attività dei prossimi mesi. L’inaugurazione delle attività è stato un momento di festa e allegria.

Abbiamo distribuito i Voucher per gli orfani sostenuti dalle famiglie italiane e, anche questo mese, ci sono nuovi arrivati a cui dovremo trovare sostenitori.

Anche i pacchi alimentari sono stati distribuiti a tutte le famiglie, tutto come sempre in ordine e nel rispetto di liste preparate dai due responsabili del campo e nostri collaboratori locali.

Come ogni volta abbiamo portato i sostegni alle famiglie più fragili o a persone sfortunate e malate.

Io e Luca ci siamo fermati 2 giorni in più degli altri, proprio per concludere il supporto capillare che ci teniamo a portare.

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A causa del Covid-19 e della chiusura totale nei propri confini, manchiamo dal campo da 4 mesi ormai.

Nei mesi in cui non siamo potuti partire abbiamo portato avanti tutti i progetti (pacchi alimentari, legna e carbone per l’inverno, sostegni mensili tramite Voucher per gli orfani e per le famiglie nell’area urbana) tramite la meravigliosa rete di collaboratori locali, persone che ormai sono diventati amici fraterni.

Ma finalmente Luca ed io torniamo al campo.
La situazione non è semplice viste le misure che si devono rispettare per gli spostamenti, tra distanziamento e mascherine, ma cerchiamo di essere ligi e responsabili.

Al campo la situazione è sempre brutta, la miseria e la disperazione sono soffocanti e spesso scendono lacrime di impotenza.

Fa caldo, si soffoca e si rischia di stare male. L’acqua non c’è, il cibo scarseggia, i bimbi sono magrissimi e le madri stanchissime.

Gli orfani aumentano, famiglie e bambini soli continuano a fuggire dai bombardamenti e popolano questo campo di disperati che sta per scoppiare.

Distribuiamo pacchi alimentari sotto un sole impietoso, latte in polvere per i piccoli malnutriti e medicine e cure con il medico in collegamento telefonico dall’Italia.

Contiamo i nuclei di orfani sostenuti dalle famiglie italiane e sono aumentati, mentre distribuiamo i Voucher e facciamo le foto per documentare il tutto ai sostenitori, sento il panico salire perché so che dovrò cercare nuove persone disposte ad aiutare a distanza questi figli di nessuno.

La Tenda Arcobaleno è rimasta chiusa su ordine della polizia locale a causa della pandemia, la potremo riaprire alla prossima missione e questo mi rende felice. I bambini lo chiedono continuamente e mi pare di averli delusi.

Decidiamo di noleggiare un pulmino e di trascorrere una giornata al mare con un nutrito gruppo di loro.

Una giornata meravigliosa, dove bambini che non ridono mai hanno riso, schizzato, giocato e sono tornati bambini. Non mi sono mai sentita meglio, non ho mai visto occhi più luminosi e fragili.

Accanto a me Luca, mio marito che gioca e nuota con noi.

Come sempre andiamo a trovare e portare supporto alcune famiglie fragili che seguiamo da qualche anno: Salema malata, i due bimbi con la talassemia e altri casi molto tristi come il piccolo Youssef.

Anche stavolta ci è impossibile raggiungere l’area urbana e anche questa volta siamo costretti a lasciare il supporto al nostro collaboratore che provvederà alla distribuzione dei voucher alle famiglie cittadine, le chiamiamo così perché non sono al campo ma vivono in tuguri o garage.

Tornare è sempre un dolore. Arianna

 

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Siamo partiti a fine febbraio in un clima di totale incertezza dovuta alla situazione mondiale relativa al Covid 19.
Luca ed io non eravamo spaventati ma nemmeno sprovveduti e abbiamo chiesto e ottenuto tutte le informazioni e rassicurazioni possibili.
Da una Malpensa vuota e desolata ci imbarchiamo per il consueto viaggio che si concluderà a tarda notte.
Al campo fa freddo e c’è molto da fare in soli due giorni. L’accoglienza è sempre di abbracci e sorrisi, quelli dei nostri bimbi ma anche dei tanti adulti che ormai sono
quasi come una famiglia per noi.
In due giorni tesi e difficili a causa dei bombardamenti e del conseguente coprifuoco che ci fa spostare con
pericolo e difficoltà, riusciamo a distribuire i pacchi alimentari per tutte le famiglie del campo, i Voucher per
i piccoli orfani sostenuti dalle famiglie italiane, a portare latte in polvere per i malnutriti e fondi per le
attività della Tenda Arcobaleno che supervisioniamo e troviamo piana di bambini con tanta voglia di
imparare e mostrare la loro bravura.
Lasciamo medicine e sostegno alle famiglie più fragili e comperiamo una tenda ad una famiglia a cui si era
bruciata nel tentativo di scaldarsi.
Non possiamo raggiungere l’area urbana dove sosteniamo altre 25 famiglie, sempre per via del coprifuoco
che impedisce gli spostamenti fra regioni e quindi decidiamo di lasciare il denaro al nostro collaboratore
che provvederà alla distribuzione dei Voucher e ci manderà le foto.
L’ultimo giorno riceviamo la notizia che siamo bloccati in Turchia perché lo stato ha chiuso i collegamenti
con l’Italia, in piena pandemia.
Contattiamo l’ambasciata che gentilmente ci chiede di provare ad arrangiarci, ma di fatto non esistono voli
per l’Italia.
Riusciamo a rientrare con un giro immenso e vari scali in Europa.

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Faceva freddo a Gennaio e Febbraio. I bambini erano tutti scalzi e senza giubbini.

Eravamo solo in due (Arianna e Luca) ma siamo riusciti ad acquistare e distribuire un camion pieno di stivaletti e uno pieno di giubbini per gli oltre 1000 bambini del campo. Non è mai semplice organizzare tutto ma stavolta siamo stati davvero efficienti e , aiutati da tutto il campo, abbiamo distribuito anche secondo taglie e misure.

Abbiamo dovuto però sacrificare la distribuzione dei pacchi alimentari per le oltre 800 famiglie del campo. I fondi non sono mai sufficienti purtroppo, finanziandoci esclusivamente con donazioni spontanee.
Naturalmente abbiamo consegnato il latte per i piccoli malnutriti e i Voucher per gli orfani. Questi piccoli vivono in situazioni di completa indigenza, sono soli in un campo profughi e i più grandicelli lavorano per pochi euro nei campi di coltivazioni circostanti.

L’istruzione è la sola arma che possiamo offrire loro, oltre che tenerli in vita grazie ai sostegni di tante famiglie generose che provvedono a loro seppur a distanza.

Per questo motivo teniamo molto alla Tenda Arcobaleno, dopo possono vivere qualche ora in serenità e imparare se non altro a leggere, scrivere e contare. Non è semplice gestire le attività di questa piccola tenda, difficile che i bambini riescano ad andare perché hanno poco tempo da poter dedicare a quella che dovrebbe essere la loro quotidianità. Ma hanno sete di apprendere o anche solo di colorare, di staccare da una vita di duro lavoro e privazioni. Qui, l’infanzia negata trova un angolo di luce e ne siamo orgogliosi.

Sono piccole gocce in un mare di dolore e indifferenza.

 

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In questi mesi siamo riusciti a partire con cadenza mensile regolare.

Ad Ottobre siamo stati un gruppo molto coeso: 2 medici, un fotografo ed Elisabetta di Comitato Mahmud, responsabile della piccola Tenda Arcobaleno che segue i progetti di ricreazione per i bambini e supporta i due insegnanti che abbiamo al campo.

Il tempo è stato clemente, l’organizzazione capillare ci ha permesso di far si che si visitassero e censissero i bambini, i piccoli malnutriti ed infine gli adulti che ne avevano necessità.

I malnutriti crescono abbastanza bene, grazie a cure e soprattutto latte in polvere.

Abbiamo distribuito i Voucher agli orfani sostenuti a distanza, distribuito i pacchi alimentari e impostato i prossimi mesi di attività per i piccoli frequentatori della Tenda Arcobaleno.

Nel mese di Novembre e Dicembre siamo potuti partire solo in due: Arianna e Luca. Abbiamo distribuito i Voucher agli orfani che sono sempre il nostro primo pensiero. Il latte ai malnutriti, proseguendo con le misurazioni con le istruzioni che i medici ci hanno dato dall’Italia.

Abbiamo distribuito coperte e legna per tutto il campo coprendo il fabbisogno dell’inverno.

A Kilis invece siamo riusciti a consegnare i sostegni alle famiglie e il carbone per i due mesi più freddi.

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Da Maggio 2019 sosteniamo sul confine Turco/Siriano 21 famiglie selezionate tra le più fragili e bisognose. Sono famiglie con bambini orfani, genitori, infermi, figli disabili. Esseri umani al limite della sopravvivenza.
Questo sostegno è possibile grazie al supporto economico di altrettante famiglie italiane che ogni mese ci donano una cifra che trasformiamo in un Voucher d’acquisto che consegniamo personalmente alle famiglie.

Il progetto crea un legame stretto fra noi ed i donatori, fra noi e le famiglie siriane e fra queste sfortunate famiglie e i loro donatori che le supportano. Ne siamo molto orgogliosi ed è possibile grazie alla generosità di molti.

 

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MISSIONE MORIA E TURCHIA DAL 17 AL 24 FEBBRAIO 2019

Il Campo di Moria è l’inferno creato dall’uomo. Come ogni inferno sulla terra del resto.

Di campi peggiori di questo ne abbiamo viste a decine, ma Moria è su un livello diverso.

Le varie famiglie non comunicano fra loro, non c’è mutuo soccorso ma divisione, un’esasperazione che non abbiamo trovato altrove. C’è delinquenza e ci sono veri e propri casi sull’orlo della follia.

Sarà che queste persone sono arrivate in Europa con il miraggio di una libertà che non esiste e non hanno la minima prospettiva di futuro. Sanno solo di non essere morti.

A Moria è anche quasi impossibile aiutare, per via delle mille regole a cui un’associazione deve o dovrebbe sottostare. E a questo noi non siamo né abituati, né preparati.

Siamo partiti dall’Italia con 2 furgoni carichi di vestiti, coperte, giubbini, scarpe … tutti aiuti che persone comuni e di buon cuore ci hanno donato. Il viaggio via terra di Matteo, Marino e Jamal è lungo e faticoso, l’ultima tratta si fa su due traghetti, viaggiano di notte e arrivano la mattina presto al porto di Metilene, sull’isola di Lesbo.

Ad attenderli ci siamo io (Arianna) e Luca (mio marito) e i volontari di Refugee4Refugees che ci offriranno supporto e logistica per la distribuzione dei vestiti.

Marino, il medico, come sempre passerà il suo tempo al campo per visitare tutte le persone possibili, tenda per tenda. Caso per caso. Bambini, ragazzini per lo più, con sguardi stanchi e senza speranza.

Con il supporto logistico di Refugee4Refugees faremo sì che decine e decine di famiglie riceveranno indumenti di cui necessitano. Le famiglie si recheranno nel negozio dell’associazione (dove tutto è naturalmente gratis) anche dopo la nostra partenza e questo ci fa molto felici. Ogni abito che ci è stato donato sarà scelto da madri premurose, senza file, senza ressa ma tutto in estrema calma e semplicità.

A Moria ci sono storie che ti lasciano un segno profondo, come quella di Parisa, una ragazzina Afghana, a cui Holly (Holly e Andrea sono arrivati un giorno dopo di noi) chiede semplicemente il nome e lei ci consegna 8 pagine scritte in Persiano, contenenti la sua storia.

O come quella di un bellissimo ragazzo siriano di circa 17 anni i cui genitori lo hanno messo su un gommone affinché si salvasse e lui, per il trauma, lo stress e le privazioni, non ricorda quasi più nulla. Non del suo passato, ma mischia i giorni del presente e vive dissociato, quasi assorto. Ascolta musica e non fa niente tutto il giorno, gli occhi sono quelli di un bambino: pieni di meraviglia.

Conosciamo un giovane medico siriano che presta la sua opera in una piccola clinica fuori dal campo, attorno alla clinica è nato un centro dove si cerca di far fare qualcosa a tutte queste vite sospese: una scuola, una mensa, una palestra improvvisata…

Ci sono altri campi nell’isola, tutti inaccessibili e recintati come a dire che non hanno bisogno di niente.

Ma le persone che escono si accalcano in maniera feroce quando distribuiamo loro vestiti e coperte, una scena indimenticabile, specchio di disperazione e miseria. Esseri umani ridotti a contendersi un maglione o una coperta.

Alcuni di noi tornano a casa, Matteo e Jamal sempre guidando i furgoni e sono quelli che hanno dato di più in termini di tempo e fatica.
Il dottor Marino Andolina rientra in aereo, io (Arianna), Luca, Holly e Andrea proseguiamo per la Turchia dove abbiamo un paio di incontri con i nostri referenti locali.
Questa volta non faremo distribuzione alimentare e di beni di prima necessità, l’intento è di capire come e se riuscire ad aprire una scuola al campo che seguiamo dal 2014 per poi spostarci a Kilis per visitare una famiglia che sosteniamo e pensare ad un progetto stabile che coinvolga i profughi “cittadini” che vivono da anni in garage e scantinati, senza alcun aiuto e senza poter lavorare.

Come sempre visitiamo alcune famiglie e come sempre spezza il cuore vedere bambini, malati, anziani, disabili, orfani e vedove vivere in condizioni semplicemente disumane e inaccettabili.

L’idea sarebbe di tentare di creare dei sostegni a distanza ma anche di stabilire un progetto di più ampio respiro dove si possa preparare del pane e distribuirlo regolarmente, creando anche qualche occupazione retribuita per queste donne sole.

Il nostro contatto ci sottopone alcuni validi progetti, ai quali pensiamo e che vorremmo realizzare se solo prendessimo qualche sovvenzione, vincessimo qualche bando.

Dopo almeno 3 anni riesco a passare il confine e tornare in Siria, la situazione è quella di una catastrofe umanitaria. Indescrivibile.

Non c’è più niente, non ci sono case, strade, infrastrutture. La Siria è una sterminata distesa di tende e di sfollati, fango e detriti.
Queste persone, per lo più vedove, anziani e bambini, non ricevono quasi nessun aiuto ed i bambini mendicano per strada anziché andare a scuola e giocare.

A queste persone è stato tolto tutto e difficilmente potranno tornare alle loro case, i bambini saranno la prossima generazione di analfabeti, arrabbiati e pronti ad essere reclutati dai fanatici di turno.

Torno a casa con un senso di rabbia e impotenza, cerchiamo di immaginare cosa potremmo e vorremmo fare ma sono tanti, sono migliaia e migliaia e non potremmo mai noi di SSCh fare la differenza. Nemmeno per un piccolo numero, mancano fondi, mancano energie, manca tutta la comunità internazionale che muova progetti enormi.

Possano queste parole essere almeno scintilla per qualcosa di importante, possa il mondo chiedermi di raccontare e decidere di agire.

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Per la prima volta si parte senza andare al campo profughi che sosteniamo da anni.

Incontreremo i due referenti del campo a Gaziantep per mettere solide basi alle nostre azioni di aiuto.

Poi ci sposteremo a Kilis per iniziare un progetto di sostegno a distanza d famiglie in gravi situazioni.
L’incontro con i referenti del campo è necessario e non si può più rimandare.

Il campo non è organizzato o supportato da nessuna organizzazione, tranne che rarissimi interventi spot.
Siamo solo noi la realtà che cerca di dare costanza agli aiuti che portiamo: cibo, cure mediche, beni di prima necessità soprattutto per l’inverno.
All’interno del campo siamo supportati, sul territorio un po’ meno.
Stabiliamo con i due referenti che, grazie al loro aiuto, cercheremo di portare pacchi alimentari un mese si ed uno no, inizieremo un progetto scuola e sosterremo in maniera più attenta gli oltre 100 orfani che vivono al campo.
D’inverno ci impegniamo, come in passato, a portare ciò che serve per scaldarsi.

La sfida, economicamente parlando, è immensa per una piccola associazione come la nostra.
Personalmente io, Arianna, ne sono spaventata e quasi sopraffatta. Ma vogliamo tentare.
Cercheremo donatori che si prendano carico di un nucleo di profughi, cercheremo anche di presentare questi progetti ed ottenere finanziamenti.

E’ un’incognita ma si tratta di almeno 1000 bambini, quasi 500 famiglie. Un mondo di disperazione e privazioni.

A Kilis individuiamo 22 famiglie, tra le ultime tra gli ultimi e altrettanti donatori Italiani li sosterranno nei bisogni primari: cibo e materiale scolastico per i bambini.
Sono famiglie dove spesso la madre, vedova, non ha di che sfamare i propri figli ed è spesso costretta a mandarli a lavorare.

Spesso i padri non ci sono o sono mutilati e anche quando presenti non c’è lavoro per loro.
Spesso donne sole hanno figli disabili o anziani a carico.
Con questo sostegno vorremmo provare a far sì che possano almeno mangiare e mandare i figli a scuola.

Perché, a differenza del campo, esistono le scuole e d è un grande obiettivo far sì che questi bambini possano frequentarle e salvarsi.

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MISSIONE IRAQ dal 14 al 20 GENNAIO 2019

Il viaggio dall’Italia ad Erbil (Iraq) è sempre molto pesante per gli orari e per la durata.

Siamo io, cioè Arianna, Andrea Palmucci (il fotografo) e Marino Andolina (il medico) e siamo pronti a dormire poco e stancarci molto.

Si parte dunque, dopo settimane di contatti presi dall’Italia e attese per visti che sembrano non arrivare.

E si atterra di notte ad Erbil, un freddo tremendo e ancora 3 ore di auto per raggiungere la nostra meta finale: Sulaymaniyya, una città dell’Iraq, capoluogo dell’omonimo governatorato.

Arriviamo all’alba e alloggiamo in un caseggiato della Mezza Luna Rossa, rigorosamente senza riscaldamento e nemmeno 3 coperte bastano a darci un po’ di tepore per poter riposare qualche ora.

Poi riunioni e incontri con i nostri referenti locali di Mezza Luna Rossa, nostro partner che ha organizzato tutta la logistica della distribuzione alimentare da noi voluta e finanziata, e con ONU, UNHCR e UFPA che sono presenti nei campi che andremo a visitare e supportare.

Come spesso accade visitiamo alcune famiglie al limite della sopravvivenza, in questo caso fuggite da Afrin, cercando di portare un minimo di aiuto estemporaneo.

Il giorno dopo, sotto una pioggia che presto diventa nevischio e con temperatura sotto zero, distribuiamo al campo di Barika 527 pacchi alimentari. Un tir pieno. Marino Andolina, senza un lamento, lavora tutto il giorno. Io sono ghiacciata e ammetto di riuscire a fare poco o niente.

Sono state selezionate le famiglie più vulnerabili: orfani, vedove di guerra, malati gravi, famiglie particolarmente numerose. Quando saremo in Italia, altri 337 pacchi alimentari saranno distribuiti, in un secondo tempo.

La distribuzione avviene sotto una tettoia ma la fila delle persone è lunghissima e sono tutte in attesa sotto la pioggia.

Fa freddo, freddissimo e chi scrive, pur essendo adeguatamente coperta, quasi si sente male come dicevo.

Bambini scalzi e con addosso solo una felpa di cotone, madri sfinite e con gli occhi spenti. Anziani che si siedono per terra, qui nessuno pensa di favorire una vecchia donna sola. Non si riesce a far passare prima chi è più debole.

La distribuzione prosegue anche sotto il nevischio che ti entra nelle ossa, fino al primo pomeriggio.

Il campo è una città di fango, una città di baracche. Anche sotto la pioggia incontriamo bambini che si aggirano infreddoliti o che lavorano. Qualcuno gioca anche, molti si avvicinano. Molte madri ci seguono per darci qualcosa da mangiare, un piccolo omaggio per aver perso del tempo con i loro figli o per averli fotografati con discrezione e sorrisi. Come fa Andrea.

E’ stata dura, durissima. Il freddo non dà scampo, bagnati fino alle ossa.

Ma noi stasera torneremo nel nostro alloggio, freddo certo, ma avremo una buona cena, un letto e molte coperte. Una doccia (fredda per la verità) e anche una stufetta per la notte.

Lasciamo bambini, madri, padri e anziani in condizioni in cui noi non terremmo nemmeno il nostro cane. E questo leva il sonno.

Il giorno dopo chiediamo, come da accordi, di visitare altri campi. Non per semplice curiosità, ma per capire se e come si possono aiutare.

Quello che incontriamo ad Hasty e Arbat Camps non è molto diverso da quanto visto il giorno prima, la differenza è che questi campi ospitano anche sfollati interni (gli IDP) che in minima parte vengono aiutati economicamente dal governo.

Ci rendiamo conto che non potremo mai aiutare tutti, mai e poi mai. CI vorrebbero decine di migliaia di euro, ora che ad UNHCR sono stati tagliati i fondi.

Proveremo a focalizzarci su un solo campo, quello di Barika, e su un numero di famiglie vulnerabili.

Progetto ambizioso per cui non abbiamo i soldi ma dobbiamo trovarne, non si può guardare altrove.

La neve inizia a scendere più grossa e soffice, in abbondanza. Ma qui la neve fa molta paura, paura per le tende e le vite di persone che sicuramente congeleranno. Qualcuna di loro, qualche bambino, non ce la farà e noi non possiamo fare nulla.

Il viaggio di ritorno verso Erbil, di notte e sotto la neve, ha del sovrannaturale ma riusciamo a sentirci fortunati e, come sempre, personalmente parto con la sensazione che il massimo fatto non sia mai abbastanza. Come spiegare ai miei figli, che sapevamo e non siamo riusciti se non ad alleviare una minima parte di sofferenza e indifferenza?

 

 

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Sul campo di Moria, nell’isola di Lesbo (Grecia) è stato scritto molto, ci sono servizi fotografici e reportage e non mancano le sono polemiche.
Vorremmo noi dare una dimensione umana a quello che abbiamo visto e potuto fare. Siamo una piccola associazione con pochi mezzi ma volontà ferrea e siamo voluti intervenire recandoci, come sempre, di persona.
Il campo è diviso in due parti e si snoda su una collina che, quando piove, è solo fango e freddo.
Una parte è gestita e recintata da filo spinato, le persone ricevono un solo pasto al giorno per il quale si mettono in fila fin dalla mattina e restano in coda tutto il giorno. Esiste una zona solo per i minori non accompagnati, sono inavvicinabili e, di conseguenza, non aiutabili.
La seconda parte sorge all’esterno di quella recintata ed è a sua volta divisa in due zone, anche se non ufficialmente. La parte in basso ha tende che sono state donate da qualche grande associazione, anche se vecchie e inadeguate, e gestita da un paio di associazioni. Non abbiamo capito bene come, crediamo che forniscano energia elettrica un paio di ore la sera e i servizi igienici. Un luogo pericoloso dove si consumano spesso violenze.
In alto invece le tende sono fatte di stracci e nessuna corrente elettrica, per il cibo tutti si recano invece nella medesima fila di 11mila persone.
La gente ha fame, i bambini sono malnutriti e naturalmente non ricevono istruzione e le cure mediche sono all’esterno del campo.
Nel campo coesistono a fatica diverse etnie e per questo è una polveriera di possibili scontri.
All’ingresso ti accoglie un grosso manifesto colorato con scritto “Benvenuti” in molte lingue ed è in netto contrasto con la desolazione che segue.
Persone che vagano senza meta, infreddoliti, soli, le ciabatte che sprofondano nel fango, lo sguardo perso o incattivito da mesi e mesi di quella prigionia.
Entriamo e cerchiamo di distribuire i pacchi che Nawal ed il suo team ci hanno fatto trovare pronti in una tenda ma veniamo praticamente cacciati da polizia e un’associazione locale che ci raccontano si occupa dell’energia elettrica. Non della distribuzione cibo.
Siamo costretti a distribuire dall’esterno, le persone scendono dalle loro tende e vengono a prendere i pacchi. Che sono molto generosi e ne siamo contenti.
Una volta che riusciamo a salire, al buio e fra fango e pozzanghere, il Dottor Andolina inizia a visitare chiunque ne abbia bisogno, tenda per tenda e in condizioni difficili.
Siamo in 4: Arianna, Andrea il fotografo, Gianluca e il dottor Andolina. Decidiamo di separarci e, mentre Andrea e il dottore finiscono le visite, io e Gianluca andiamo avanti con la distribuzione che si rivela difficile perché non abbiamo pacchi per tutti.
Lo avevamo messo in conto e cercato di scegliere i più fragili e bisognosi, ma quando poi un padre, una madre disperati ti chiedono cibo e tu lo hai finito, beh guardi davvero alla miseria umana con tutta l’indulgenza e l’empatia di cui sei capace. Ma di fatto sai che hai potuto fare il tuo massimo, ma che non basta e ti prefiggi di tornare e fare di più.
Distribuiamo cibo e cure mediche fino a sera inoltrata, cerchiamo come sempre quel contatto con le persone, con i bambini, che non tarda ad arrivare e leggiamo ancora una volta in quegli occhi la resilienza, la stessa che ci fa pensare che tornare e fare di più sarà la nostra prossima missione stabile.

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