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MISSIONE IRAQ dal 14 al 20 GENNAIO 2019

Il viaggio dall’Italia ad Erbil (Iraq) è sempre molto pesante per gli orari e per la durata.

Siamo io, cioè Arianna, Andrea Palmucci (il fotografo) e Marino Andolina (il medico) e siamo pronti a dormire poco e stancarci molto.

Si parte dunque, dopo settimane di contatti presi dall’Italia e attese per visti che sembrano non arrivare.

E si atterra di notte ad Erbil, un freddo tremendo e ancora 3 ore di auto per raggiungere la nostra meta finale: Sulaymaniyya, una città dell’Iraq, capoluogo dell’omonimo governatorato.

Arriviamo all’alba e alloggiamo in un caseggiato della Mezza Luna Rossa, rigorosamente senza riscaldamento e nemmeno 3 coperte bastano a darci un po’ di tepore per poter riposare qualche ora.

Poi riunioni e incontri con i nostri referenti locali di Mezza Luna Rossa, nostro partner che ha organizzato tutta la logistica della distribuzione alimentare da noi voluta e finanziata, e con ONU, UNHCR e UFPA che sono presenti nei campi che andremo a visitare e supportare.

Come spesso accade visitiamo alcune famiglie al limite della sopravvivenza, in questo caso fuggite da Afrin, cercando di portare un minimo di aiuto estemporaneo.

Il giorno dopo, sotto una pioggia che presto diventa nevischio e con temperatura sotto zero, distribuiamo al campo di Barika 527 pacchi alimentari. Un tir pieno. Marino Andolina, senza un lamento, lavora tutto il giorno. Io sono ghiacciata e ammetto di riuscire a fare poco o niente.

Sono state selezionate le famiglie più vulnerabili: orfani, vedove di guerra, malati gravi, famiglie particolarmente numerose. Quando saremo in Italia, altri 337 pacchi alimentari saranno distribuiti, in un secondo tempo.

La distribuzione avviene sotto una tettoia ma la fila delle persone è lunghissima e sono tutte in attesa sotto la pioggia.

Fa freddo, freddissimo e chi scrive, pur essendo adeguatamente coperta, quasi si sente male come dicevo.

Bambini scalzi e con addosso solo una felpa di cotone, madri sfinite e con gli occhi spenti. Anziani che si siedono per terra, qui nessuno pensa di favorire una vecchia donna sola. Non si riesce a far passare prima chi è più debole.

La distribuzione prosegue anche sotto il nevischio che ti entra nelle ossa, fino al primo pomeriggio.

Il campo è una città di fango, una città di baracche. Anche sotto la pioggia incontriamo bambini che si aggirano infreddoliti o che lavorano. Qualcuno gioca anche, molti si avvicinano. Molte madri ci seguono per darci qualcosa da mangiare, un piccolo omaggio per aver perso del tempo con i loro figli o per averli fotografati con discrezione e sorrisi. Come fa Andrea.

E’ stata dura, durissima. Il freddo non dà scampo, bagnati fino alle ossa.

Ma noi stasera torneremo nel nostro alloggio, freddo certo, ma avremo una buona cena, un letto e molte coperte. Una doccia (fredda per la verità) e anche una stufetta per la notte.

Lasciamo bambini, madri, padri e anziani in condizioni in cui noi non terremmo nemmeno il nostro cane. E questo leva il sonno.

Il giorno dopo chiediamo, come da accordi, di visitare altri campi. Non per semplice curiosità, ma per capire se e come si possono aiutare.

Quello che incontriamo ad Hasty e Arbat Camps non è molto diverso da quanto visto il giorno prima, la differenza è che questi campi ospitano anche sfollati interni (gli IDP) che in minima parte vengono aiutati economicamente dal governo.

Ci rendiamo conto che non potremo mai aiutare tutti, mai e poi mai. CI vorrebbero decine di migliaia di euro, ora che ad UNHCR sono stati tagliati i fondi.

Proveremo a focalizzarci su un solo campo, quello di Barika, e su un numero di famiglie vulnerabili.

Progetto ambizioso per cui non abbiamo i soldi ma dobbiamo trovarne, non si può guardare altrove.

La neve inizia a scendere più grossa e soffice, in abbondanza. Ma qui la neve fa molta paura, paura per le tende e le vite di persone che sicuramente congeleranno. Qualcuna di loro, qualche bambino, non ce la farà e noi non possiamo fare nulla.

Il viaggio di ritorno verso Erbil, di notte e sotto la neve, ha del sovrannaturale ma riusciamo a sentirci fortunati e, come sempre, personalmente parto con la sensazione che il massimo fatto non sia mai abbastanza. Come spiegare ai miei figli, che sapevamo e non siamo riusciti se non ad alleviare una minima parte di sofferenza e indifferenza?

 

 

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Exemple

A febbraio 2017 abbiamo fatto la nostra prima missione in Iraq. A pochi chilometri da Mosul. In lontananza si scorgeva il fumo e si potevano udire i rumori della guerra.

Qualcuno che collabora con la nostra associazione è rimasto lì per capire come potere aiutare le migliaia di civili intrappolati e che andrebbero evacuati anche con l’aiuto delle organizzazioni internazionali. Entro maggio, dicono, sarà tutto finito, e ci saranno da soccorrere e aiutare oltre un milione di civili. Perché ci siamo andati? Perché anche lì c’è bisogno, esattamente come in Turchia e Giordania su cui continueremo a lavorare.

In uno dei campi profughi yazidi curdi abbiamo trovato Elisa, la bambina che vedete in foto, affetta da Epidermolisi bollosa. Ha solo 3 anni. Elisa vive in un campo profughi organizzato, uno di quei campi ordinati, con tende ordinate, con accesso all’acqua potabile. Uno di quei campi con l’esercito all’ingresso e il perimetro militarizzato, in cui si accede solo se hai una guida yazida, se non parli l’arabo e se non fai fotografie (le uniche le abbiamo fatte a nostro rischio e pericolo). I campi organizzati sono meglio di quelli spontanei non ufficiali privi di ogni servizio? Non ne siamo sicuri. Nel campo in cui vive la piccola Elisa l’atmosfera è tesa e irreale. Si respira il clima di guerra anche se l’area è protetta.

Non troppo distante, fuori dal campo organizzato, in un agglomerato di baracche di yazidi curdi abbiamo trovato Dilgash, anche lui affetto da Epidermolisi bollosa. E’ gravissimo e soffre, tanto. Ha solo 9 anni e la notte viene svegliato dai dolori lancinanti che affliggono il suo piccolo corpo. Dilgash vive in una baracca, una delle tante che si trovano ovunque. Le condizioni di vita sono indescrivibili, manca tutto, acqua, cibo, servizi igienici. L’aria è irrespirabile per il fetore.

Elisa e Dilgash non si conoscono. Sono scappati entrambi con le
famiglie dai loro villaggi, e possono ritenersi fortunati perché ne
hanno ancora una.  Nel poco tempo che abbiamo trascorso nei due campi
abbiamo ascoltato storie terrificanti, abominevoli, storie che ti
riportano indietro al secolo scorso, storie di fosse comuni, storie di
violenze su donne, bambine, storie di villaggi bruciati dall’ISIS, di
uomini che davanti la scelta duplice se convertirsi all’Islam o morire
scelgono la seconda e vengono giustiziati davanti a mogli e figli.

Non sappiamo se i due bambini potranno sopravvivere. Marino Andolina,
il pediatra che ci accompagna sempre nelle missioni ne dubita
fortemente anche perché la malattia (che è una malattia genetica) è a
uno stato molto avanzato. Quello che vorremmo fare è alleviare il loro
dolore per il tempo che resta. Riusciremo a far operare Dilgash almeno
alle mani e ai piedi? Potremo portargli una carrozzina con cui almeno
possa muoversi?

La missione è stata particolarmente pesante. I campi sono come sempre
fonte di dolore. Noi veniamo, guardiamo e poi torniamo a casa, ma loro
restano lì a soffrire pene che per noi sono difficilmente
immaginabili. Torniamo in Italia con la morte nel cuore, ma sappiamo
che torneremo presto. Non possiamo abbandonarli. Una volta che li hai
guardati negli occhi non puoi più dimenticare quello sguardo che è un
misto di profondo dolore, speranza e incredibile forza.

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