Exemple

Scrivo dopo tre settimane dal rientro, non so se è un bene o un male.

Le emozioni si sedimentano, cambiano forma ma sono sempre dentro di te.

Chi scrive, Arianna, sono 6 anni che parte e torna e non sa più in che posto mettersi e che direzione dare alla propria vita.

Ma continua a farlo con il sogno o l’utopia di poter cambiare anche solo un destino a questi bambini a cui gli adulti hanno tolto tutto:il futuro e la speranza.

E’ stata una missione impegnativa: abbiamo distribuito i pacchi alimentari e il medico che ci accompagna, Lorenzo, ha dispensato per un giorno intero cure mediche ed è intervenuto sui malnutriti, sia verificandone i miglioramenti, sia distribuendo il latte in polvere. Con lui Pietro, un volontario che ha raccolto fondi per poter aiutare e si è messo a disposizione partendo con noi.

Insieme hanno iniziato anche a creare cartelle cliniche per poter poi lavorare anche nei mesi successivi con un database che consenta anche di fare passaggi di consegne fra i tre medici che ci seguono a turno.

Un lavoro immenso e faticoso, viste le condizioni in cui si lavora.

Un altro piccolo gruppo di lavoro, Luca e Andrea, montano la tenda scuola e l’insegnante (che da anni è anche il nostro interprete) censisce i futuri alunni.

Sarà una piccola scuola senza pretese, sono tanti bambini e disomogenei. Si cercherà di insegnar loro a leggere, scrivere e contare. Sarà una piccola oasi di pace e colori. Gli unici che questi bambini abbiano visto da anni.

Inauguriamo la scuola in uno dei più bei momenti che io abbia mai vissuto: gioia allo stato puro, euforia ma anche ordine e compostezza.

Qualcosa solo per loro, loro che non hanno niente se non ore di duro lavoro nei campi.

Speriamo di avere fondi per mantenere viva e attiva la scuola.

Mentre i bambini hanno la loro prima lezione informale, passiamo a consegnare i Voucher per i sostegni agli orfani. Per ogni consegna Andrea fa una foto che poi manderemo alle famiglie in Italia.

E’ molto emozionante ritrovarli e raccontare poi le loro storie a chi vuole loro bene dall’Italia.

E’ un lavoro lunghissimo, arriviamo a sera e al buio. Alcuni di loro dormono, solo alcuni perché sono tutti felici di vederci, e ci manderanno le foto il giorno dopo.

Abbiamo individuato un piccolo negozio dove abbiamo stipulato un contratto: noi diamo loro i soldi per ogni Voucher e i bambini possono recarsi, accompagnati dai due capi campo, ad acquistare quello che serve loro.

Funziona, ma ci si deve fidare.

Stare al campo ti riempie e ti svuota, la sera sei stanco e frastornato. Non vorresti andare via.

Il giorno dopo ci facciamo le solite quattro ore di macchina per andare a Kilis, ospiti di Majad (The Sons of War) per consegnare i sostegni alle famiglie profughe, famiglie sempre sostenute da altrettante famiglie italiane.

Il giro è sempre pieno di affetto misto a sconforto per le sorti di tutte queste persone, bambini soprattutto.

Ci conforta sapere che, grazie a questi sostegni che li aiutano a mangiare, i bambini non sono costretti a lavorare e molti di loro sono tornati a scuola.

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Ad Agosto è stata una missione molto particolare e “piena”. Una missione con più tempo per soffermarsi a pensare e approfondire.

E’ potuta partire solo Lidia come volontaria interna, accompagnata da un amico.

Sono stati una settimana sul confine, ospiti del nostro contatto Majad (The Sons of War) che ci aiuta con i sostegni alle famiglie.
Avevano delle attività universitarie da svolgere ma hanno anche impiegato gran parte del tempo a consegnare i sostegni alle famiglie, perdendo davvero molto tempo con loro per parlare e farsi raccontare le loro storie.

I due ragazzi sono tornati molto provati ma pieni di umanità ritrovata, le famiglie ci hanno sentito molto vicini e i donatori italiani hanno ricevuto molte notizie sulle vite di queste persona che sono adesso in qualche modo legate a loro.

Sono anche andati al campo ma un solo giorno, per seguire il piccolo Tamer di cui vi avevamo parlato nel resoconto di luglio e consegnare il latte ai casi di bambini denutriti che avevamo individuato sempre nella missione precedente.

 

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Questa missione è stata molto importante perché abbiamo deciso, oltre che portare pacchi alimentari e cure mediche, di censire i bambini.

Al campo ci sono più di mille bambini, di cui più di cento sono orfani di entrambi i genitori o di uno dei due.

Vorremmo iniziare a censire appunto quest’ultimi per poi far partire un progetto di sostegno a distanza.

Ogni famiglia italiana sosterrà un orfano o un nucleo di fratelli orfani.

Atterriamo e il caldo ci soffoca, anche se è sera. Immaginiamo le condizioni del campo e dei bambini costretti a lavorare 10 ore sotto al sole.

Come prima cosa andiamo a controllare che i quasi 500 pacchi alimentari siano pronti. Non lo sono ma lo saranno per la mattina dopo.

Questa volta e come sempre ci accompagna anche un medico, Anna.

Molte medicine ci sono state donate insieme a latte in polvere, altre le andiamo ad acquistare la mattina seguente. Poi passiamo al magazzino e seguiamo verso il campo i due furgoni carichi di pacchi alimentari.

Il medico visita tutto il giorno con temperature insopportabili.

Troviamo neonati malnutriti a cui lasciamo il latte (ne acquistiamo anche molto altro perché quello che abbiamo non basta) e un caso molto grave: un bambino con paralisi cerebrale a seguito di un’infezione che ora viene nutrito con sondino nello stomaco.

Per questo bambini servirà un alimento specifico che decidiamo di portare la missione successiva, intanto tamponiamo con del latte multi vitaminico e proteico.

Ha anche in corso un’infezione e Anna interviene con antibiotico, istruendo poi la madre su come proseguire.

La distribuzione alimentare è sempre un momento di confusione ma ormai abbiamo lista delle famiglie e i due capi campo la gestiscono molto bene.

Contare gli orfani e fare foto affinché siano sostenuti è davvero un “lavoro” faticoso, ma ce la facciamo.

I bimbi sono tanti, la confusione anche.

L’interprete è molto più utile al medico, ovviamente, ma cerca di dividersi tra una cosa e l’altra.

La sera siamo stremati ma contenti, ora abbiamo censito gli orfani e le adozioni potranno partire al nostro rientro in Italia.
La mattina dopo ci spostiamo verso il confine, sono 4 ore di macchina, per raggiungere Kilis e portare i sostegni alle famiglie che altrettante famiglie aiutano dall’Italia.

La notte siamo, come sempre, ospite di Majad dell’associazione The Sons of War che è il nostro amico e collaboratore sul posto. Il suo team ci supporta quando siamo al lavoro e anche dall’Italia provvedendo alle distribuzioni tutte le volte (rare) in cui non possiamo esserci personalmente.

Majad ha anche un piccolo laboratorio in cui donne Siriane confezionano saponi e piccoli oggetti, strappandole da una vita di miseria.

Ne portiamo, come sempre, un po’ in Italia per farne dei gadget.

Il nostro trio: Arianna, Andrea e Anna ha lavorato in maniera affiatata e senza una lamentela. Le giornate sono pesanti e quello che si vede toglie equilibrio, ma con persone che condividono i tuoi stessi ideali la missione è più lieve.

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Pubblichiamo il nostro rapporto sull’ultimo viaggio svolto dal 6 al 14 luglio in Bosnia nelle città di Velika Kladusa, di Bihac.

Parole di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi a cui ci siamo uniti per una missione esplorativa dove abbiamo contribuito all’acquisto di generi di prima necessità, scarpe e vestiti delle persone incontrate.

Sullo stesso confine coesistono confini diversi. Lo sappiamo, ma ci colpisce sempre.

Andando in Bosnia, in questo mese di luglio, siamo ingoiati dal mondo sconfinato delle vacanze. Lunghissime file di automobili al confine sloveno/croato – il meta-confine di Schengen! Piazzole di distributori di benzina e di ristoranti piene zeppe dell’accaldato popolo dei cittadini europei agiati o aspiranti o sedicenti tali. In questo caso, la lunga attesa al confine non è dovuta ai controlli ma soltanto all’automatismo della quantità! Vacanza viene da vacuum, vuoto. E vuoto ci appare l’agitato andirivieni di corpi e mezzi sull’asfalto. Coinvolti come siamo nella massa di persone e macchine che si aggira intorno ai distributori di carburante, l’odore di benzina ci ricorda qualcosa: a causa soprattutto del petrolio, che spinge le nostre automobili verso le affollate stazioni marittime, il cosiddetto Medioriente è un mondo di violenza e di morte – dai paesi ricchi, come gli Emirati, l’Arabia saudita, con le sue guerre e il suo feroce governo, ai paesi distrutti come l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutto questo agisce anche in queste file di automobili, come nei gruppi di migranti e profughi che vagano nelle boscaglie o che si mettono nelle grinfie dei passeur.

Noi invece, protetti dal nostro statuto di cittadini dell’Unione Europea, stiamo andando verso un altro modo di esperire il confine: il confine vietato, il confine muro o filo spinato – quello buono, a farfalla per lacerare i corpi, già visto anni fa in Palestina. Lo attraversano, rischiando anche la vita, di notte o alle prime luci dell’alba, in piccoli gruppi sui monti, nei boschi, attraversando fiumi in cui si può annegare e si annega.

I migranti, i profughi mostrano la verità di questo vuoto: il vuoto di tutti noi.

Questa verità più che nella massa dei profughi dei campi o delle lunghe file per i pasti, si coglie soprattutto negli occhi dei singoli. L’abbiamo colta in pieno soprattutto negli occhi di una donna irachena, che chiamerò la farmacista di Bagdad.

È al Borici di Bihac con quattro figlie, dai diciotto agli otto anni. E’ fuggita da Bagdad da tre anni in seguito all’assassinio del marito e del figlioletto tredicenne per opera dell’ISIS. I militanti di Daesh, subito dopo, le hanno mandato l’ordine scritto di lasciare l’Iraq con le figlie, concedendole solo 72 ore di tempo. Non hanno amici o parenti in Europa. Non sanno dove andare, ma devono andare… devono muoversi, vagare in un mondo ostile o indifferente. Dopo un lungo, terribile viaggio, queste cinque donne tentano la rotta balcanica ma sono catturate in al confine tra Montenegro e Bosnia, picchiate, rinchiuse in prigione insieme ad altri per 36 ore e poi respinte nuovamente in Montenegro finché, dopo cinque tentativi riescono ad arrivare a Bihac. Domani (9 luglio) tenterà nuovamente il game verso la Croazia. Verremo subito a sapere che, questa volta, saranno bloccate prima ancora di varcare il confine. “Almeno si sono risparmiate le sevizie della polizia croata”, pensiamo con tristezza.

Mentre la gente delle vacanze persiste nel suo vuoto, che chiama vita, i migranti ci mostrano invece che è il vuoto. Lo fanno, inconsapevolmente, anche per tutti noi, esercitando un diritto che gli Stati non riconoscono e non possono riconoscere: il diritto di avere una vita degna di essere vissuta. I migranti sono perciò i portatori inconsapevoli di un messaggio di vita in un mondo che si nutre di morte: è il nostro mondo.

VELIKA KLADUŠA

A Kladuša, dove siamo andati con il dottor Andolina che portava materiale medico, non si vedono quasi più migranti in giro per la cittadina, a differenza dell’estate scorsa.

Anche in confronto al nostro ultimo viaggio (2 maggio ‘19), le strade del centro ci sono parse insolitamente vuote di migranti. Questo vuoto ci ha creato un senso di estraniazione e molta tristezza come di chiusura e di perdita di quella vitalità che prima si respirava nella cittadina di frontiera. I migranti che ci ancora sono, circa 300, 400 – mentre nel campo dentro il capannone Miral di Polje sarebbero circa settecento -, si nascondono nei boschi e nelle case abbandonate (squats) o stanno nelle strade marginali al massimo in piccoli gruppi, come i pochi nordafricani – forse una quindicina – che abbiamo incontrato davanti al ristorante di Latan, ora chiuso per mancanza di fondi. Ci siamo intrattenuti, in particolare, con due di loro, che parlavano un italiano appreso in un lungo soggiorno di lavoro in Italia, rispettivamente di 14 e di 17 anni. Poi, per vari motivi, perso il lavoro, erano rientrati in patria, non riuscendo più a tornare nel paese in cui anche oggi continuano a scorrere la speranze della loro vita.

I rifugiati rimasti fuori si nascondono perché, se presi dalla polizia, vengono trasportati nella discarica di Vucjak, il campo a un decina di chilometri da Bihac, che in poco tempo si è fatto una pessima fama.

La sera, abbiamo incontrato una giovane attivista di Border Violence Monitoring, équipe che documenta le violenze contro i migranti, in particolare in Montenegro e in Grecia. Grazie alle testimonianze raccolte dai migranti respinti nella zona di Kladusa, ci mostra una mappa dei vari punti in cui avvengono i push back, confermando le sevizie e violenze cui li sottopone la polizia croata. Almeno una cinquantina al giorno sono i migranti rigettati a Kladusa – corpi segnati dalla violenza. La prigionia in un container, senza cibo acqua gabinetto per 36 ore, è seguita dalla “liberazione” attraverso il cosiddetto “tunnel”, un corridoio tra due ali di poliziotti che bastonano il migrante a cui hanno accecato la vista spruzzandogli lo spray al peperoncino. Si susseguono poi tutti gli altri atti di violenza: furto del denaro, rottura dei cellulari, getto delle scarpe, zaini ed effetti personali bruciati.

Punti di respingimento

Recuperiamo varie altre informazioni anche su NNK, onlus ora registrata in Bosnia e a breve anche nel cantone Una Sana, che ha cercato di collaborare e sostenere Latan, il gestore del ristorante che distribuiva circa 400 pasti al giorno ai migranti, ma attualmente chiuso a causa della mancanza di fondi da parte dell’organizzazione olandese che lo finanziava all’ottanta per cento. Pare che anche la scarsa organizzazione e l’inadeguata rendicontazione, abbiano concorso a tale esito. Il risultato, comunque, sono le decine e decine di migranti, soprattutto algerini, che patiscono letteralmente la fame e vivono alla macchia. In seguito a conflitti scoppiati tra etnie nello scorso mese di maggio, le autorità hanno infatti deciso di escluderli (quasi tutti) dal campo Miral per cui si è venuta a creare una condizione di grave emarginazione che riguarda i magrebini. Respinti ai margini di ogni comunità, sopravvivono nella jungle, patendo letteralmente la fame.

NNK continua a fornire vestiario, mentre l’attivista storico di SOS team Kladusa, Adis Pixi, che lavora da solo, presta ancora la prima assistenza infermieristica.

Il giorno dopo, abbiamo incontrato la maestra Zehida Bihorac Odobasic, che da qualche tempo sosteniamo con le donazioni nel suo impegno solitario a Kladuša. Aiuta quattro/cinque gruppi composti di cinque o sei persone ciascuno e altri cinque gruppi nel Miral di Polje. In questi gruppi c’è un continuo ricambio: un giorno sono sei, un altro sono due. Vanno in game poi, spesso, dopo dieci giorni ritornano. Anche la polizia di Kladuša si è incattivita, pur senza raggiungere i livelli di Bihac. Zehida ci dice che anche al campo Miral, con gestione IOM, i ragazzi patiscono la fame. Evidentemente, la cospicua massa di denaro di cui fruisce l’IOM se ne va in sicurezza e stipendi, mentre per le spese di vita viene dato il minimo necessario e forse anche meno.

Zehida ci ha portati a incontrare una famiglia afgana. Davanti a una piccola abitazione agricola in rovina, con la porta sbarrata da assi, vediamo sull’erba, un uomo, padre di due ragazzi. Il più piccolo sei anni, il più grande 13. Hanno tentato più volte il “game”, ma sono sempre stati respinti. Altri due figli vivono con la madre in Germania. Sono in viaggio da Jalalabad dal 2016. Il padre lavorava con gli americani e i Talebani hanno minacciato di morte la sua famiglia. Il piccolo nucleo vive in questa catapecchia abbandonata, con la stalla al piano terra, nella campagna adiacente alla cittadina, non lontano da quello che era il campo spontaneo di Kladuša, chiuso nell’autunno. La struttura è fatiscente, senz’acqua e nient’altro che un tetto malandato. Per entrare bisogna passare attraverso un’apertura alta circa un metro. Cucinano con un fornello a gas. Quando piove molto, il vicino corso d’acqua invade il pianterreno in terra battuta, abitata da vermi, bisce, topi, scarafaggi. L’inverno è stato tremendo, ci riferisce il padre: “tanto, troppo freddo”. Zehida ospita spesso a casa sua il figlio più piccolo per alleviarlo dalla troppa pena, tristezza e nostalgia per la madre che lo aspetta in Germania, mentre sostiene con borse spesa l’intera famigliola.

Ahmed fuori dallo squat

BIHAC

A Bihac siamo arrivati il tardo pomeriggio di domenica 7 luglio. Tornando dal nostro albergo a qualche chilometro dal centro, abbiamo dato un passaggio a tre ragazzi afgani respinti dal game, che ci hanno chiesto d’essere portati alla discarica di Vucjak. Non avendo speranza di essere riammessi al Bira camp, se domandavano il passaggio per Vucjak, voleva dire che erano veramente stremati, privi in quel momento di qualsiasi desiderio. Sappiamo – e lo abbiamo anche visto – che ce ne sono tanti lungo la strada che fiancheggia il confine croato in cima ai monti boscosi.

La sera abbiamo cenato con la farmacista irachena e con due migranti che ormai conosciamo bene, Hussein, il palestinese di Siria, nipote di un profugo del ‘48 e il ragazzo Fouad, operato al polmone qualche mese fa, per una patologia contratta in game.

La farmacista, moglie di un poliziotto che lavorava con gli americani, ci racconta la sua storia – e piange. Il pianto senza conforto di questa donna irachena, in una cittadina bosniaca, già teatro di episodi terribili nella guerra mondiale e in quella balcanica recente (ancora visibili nelle tracce dei proiettili sulle case), sembra raccogliere una disperazione lontana di popolazioni vittime di una storia mortifera di nazionalismi e razzismi, giocati dalle grandi potenze.

Hussein, che soffre di problemi cardiaci e di asma, ci racconta che è stato male durante l’ultimo game: ha dovuto uscire dalla jungle e scendere in strada con Fouad per chiamare la polizia. Sono stati rinchiusi in un box per sei ore senza cibo, senza acqua, con una bottiglia come unico ‘gabinetto’.

Il giorno dopo cerchiamo di entrare al campo Bira, ma non otteniamo il permesso, nonostante l’avessimo richiesto via e-mail la settimana precedente, seguendo tutta la procedura. Andiamo alla Croce Rossa per cercare di ottenere il permesso per il nuovo campo di Vucjak: anche lì senza risultato.

In questo campo, insediato su una ex discarica sotto la Plesevnića, a circa dieci chilometri da Bihac, gestito dal Comune, vengono mandati tutti i migranti del cantone Una-Sana, in tende e container. Lo gestisce la Croce Rossa di Bihac e vi partecipa anche l’IPSIA, con un angolo del thé. Tutti i ragazzi con cui parliamo affermano che è terribile. Anche chi vi collabora, per attenuarne un poco le caratteristiche peggiori, come i volontari dell’IPSIA, ci dicono che non può durare; che è una scelta politica del comune di Bihac, soprattutto per attirare l’attenzione internazionale sull’insostenibile situazione in città e dintorni.

 

luglio 2019

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Siamo partiti con un bel clima caldo e arriviamo in Turchia che fa ancora più caldo.

Si sta bene, i bambini al campo hanno superato un altro inverno.

Il sesto da quando li conosciamo.

Ad Adana, la sera, ci aspetta sempre l’interprete che ci segue in tutte le missioni e che aiuta nella contrattazione con il magazzino alimentare per la preparazione dei pacchi, per la trattativa del prezzo, nel cercare furgoni e autisti per il trasporto.
Non è facile gestire la preparazione della missione dall’Italia. E’ fatta di mail, di messaggi, di telefonate, di video chiamate. Si tratta di dare disposizioni, capirsi ed essere poi veloci quando si arriva.

Ma gli imprevisti sono all’ordine del giorno, per lingua e zona del mondo non certo semplice.

La sicurezza negli spostamenti e l’organizzazione devono essere al primo posto.

Stavolta siamo senza medico, al campo sarà un problema ma non abbiamo trovato chi sostituisse il nostro medico abituale.

Tra imprevisti e colpi di scena riusciamo a portare i quasi 500 pacchi alimentari al campo (che poi sono due campi in uno), la distribuzione si svolge sempre più in maniera ordinata e seguendo una lista di famiglie stilata dai referenti del campo stesso.

Fa caldo, di bambini quando arriviamo ce ne sono meno del solito perché stanno lavorando nei campi coltivati circostanti. Vengono sfruttati per pochi euro a settimana.
Arrivano nel tardo pomeriggio, stanchi ma sorridenti e passiamo del tempo con loro.

E’ sempre quel tempo che ti strazia e ti colma allo stesso tempo, ti rende impotente e vivo.
Ti aiuta a proseguire, a dispetto di ogni difficoltà.

La mattina dopo ci spostiamo sul confine per consegnare i sostegni alle 22 famiglie.

Abbiamo un giorno e mezzo per farlo, sembra tanto ma è pochissimo.

In ogni famiglia ci sediamo, parliamo, cerchiamo di esser loro vicini e non solo di portare l’aiuto economico che le famiglie dall’Italia mandano loro.

Io, Arianna, scrivo tutto perché amo poi dare notizie alle persone che stanno aiutando questi bambini e le loro famiglie (quando le hanno).

Mi piace che ci sia uno scambio continuo. Questo è anche lo scopo del progetto: aiutare ma anche conoscere e conoscersi.

Le situazioni sono sempre al limite del possibile, sulla soglia della disperazione.

Questo da anni.

Mentre noi siamo in Turchia e sul confine con la Siria, in Iraq i nostri collaboratori della Croce Rossa Irachena stanno distribuendo 300 pacchi alimentari al Campo di Barika, lo stesso campo dove eravamo stati a Febbraio per distribuire cibo e cure mediche.

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Per la prima volta si parte senza andare al campo profughi che sosteniamo da anni.

Incontreremo i due referenti del campo a Gaziantep per mettere solide basi alle nostre azioni di aiuto.

Poi ci sposteremo a Kilis per iniziare un progetto di sostegno a distanza d famiglie in gravi situazioni.
L’incontro con i referenti del campo è necessario e non si può più rimandare.

Il campo non è organizzato o supportato da nessuna organizzazione, tranne che rarissimi interventi spot.
Siamo solo noi la realtà che cerca di dare costanza agli aiuti che portiamo: cibo, cure mediche, beni di prima necessità soprattutto per l’inverno.
All’interno del campo siamo supportati, sul territorio un po’ meno.
Stabiliamo con i due referenti che, grazie al loro aiuto, cercheremo di portare pacchi alimentari un mese si ed uno no, inizieremo un progetto scuola e sosterremo in maniera più attenta gli oltre 100 orfani che vivono al campo.
D’inverno ci impegniamo, come in passato, a portare ciò che serve per scaldarsi.

La sfida, economicamente parlando, è immensa per una piccola associazione come la nostra.
Personalmente io, Arianna, ne sono spaventata e quasi sopraffatta. Ma vogliamo tentare.
Cercheremo donatori che si prendano carico di un nucleo di profughi, cercheremo anche di presentare questi progetti ed ottenere finanziamenti.

E’ un’incognita ma si tratta di almeno 1000 bambini, quasi 500 famiglie. Un mondo di disperazione e privazioni.

A Kilis individuiamo 22 famiglie, tra le ultime tra gli ultimi e altrettanti donatori Italiani li sosterranno nei bisogni primari: cibo e materiale scolastico per i bambini.
Sono famiglie dove spesso la madre, vedova, non ha di che sfamare i propri figli ed è spesso costretta a mandarli a lavorare.

Spesso i padri non ci sono o sono mutilati e anche quando presenti non c’è lavoro per loro.
Spesso donne sole hanno figli disabili o anziani a carico.
Con questo sostegno vorremmo provare a far sì che possano almeno mangiare e mandare i figli a scuola.

Perché, a differenza del campo, esistono le scuole e d è un grande obiettivo far sì che questi bambini possano frequentarle e salvarsi.

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MISSIONE IRAQ dal 14 al 20 GENNAIO 2019

Il viaggio dall’Italia ad Erbil (Iraq) è sempre molto pesante per gli orari e per la durata.

Siamo io, cioè Arianna, Andrea Palmucci (il fotografo) e Marino Andolina (il medico) e siamo pronti a dormire poco e stancarci molto.

Si parte dunque, dopo settimane di contatti presi dall’Italia e attese per visti che sembrano non arrivare.

E si atterra di notte ad Erbil, un freddo tremendo e ancora 3 ore di auto per raggiungere la nostra meta finale: Sulaymaniyya, una città dell’Iraq, capoluogo dell’omonimo governatorato.

Arriviamo all’alba e alloggiamo in un caseggiato della Mezza Luna Rossa, rigorosamente senza riscaldamento e nemmeno 3 coperte bastano a darci un po’ di tepore per poter riposare qualche ora.

Poi riunioni e incontri con i nostri referenti locali di Mezza Luna Rossa, nostro partner che ha organizzato tutta la logistica della distribuzione alimentare da noi voluta e finanziata, e con ONU, UNHCR e UFPA che sono presenti nei campi che andremo a visitare e supportare.

Come spesso accade visitiamo alcune famiglie al limite della sopravvivenza, in questo caso fuggite da Afrin, cercando di portare un minimo di aiuto estemporaneo.

Il giorno dopo, sotto una pioggia che presto diventa nevischio e con temperatura sotto zero, distribuiamo al campo di Barika 527 pacchi alimentari. Un tir pieno. Marino Andolina, senza un lamento, lavora tutto il giorno. Io sono ghiacciata e ammetto di riuscire a fare poco o niente.

Sono state selezionate le famiglie più vulnerabili: orfani, vedove di guerra, malati gravi, famiglie particolarmente numerose. Quando saremo in Italia, altri 337 pacchi alimentari saranno distribuiti, in un secondo tempo.

La distribuzione avviene sotto una tettoia ma la fila delle persone è lunghissima e sono tutte in attesa sotto la pioggia.

Fa freddo, freddissimo e chi scrive, pur essendo adeguatamente coperta, quasi si sente male come dicevo.

Bambini scalzi e con addosso solo una felpa di cotone, madri sfinite e con gli occhi spenti. Anziani che si siedono per terra, qui nessuno pensa di favorire una vecchia donna sola. Non si riesce a far passare prima chi è più debole.

La distribuzione prosegue anche sotto il nevischio che ti entra nelle ossa, fino al primo pomeriggio.

Il campo è una città di fango, una città di baracche. Anche sotto la pioggia incontriamo bambini che si aggirano infreddoliti o che lavorano. Qualcuno gioca anche, molti si avvicinano. Molte madri ci seguono per darci qualcosa da mangiare, un piccolo omaggio per aver perso del tempo con i loro figli o per averli fotografati con discrezione e sorrisi. Come fa Andrea.

E’ stata dura, durissima. Il freddo non dà scampo, bagnati fino alle ossa.

Ma noi stasera torneremo nel nostro alloggio, freddo certo, ma avremo una buona cena, un letto e molte coperte. Una doccia (fredda per la verità) e anche una stufetta per la notte.

Lasciamo bambini, madri, padri e anziani in condizioni in cui noi non terremmo nemmeno il nostro cane. E questo leva il sonno.

Il giorno dopo chiediamo, come da accordi, di visitare altri campi. Non per semplice curiosità, ma per capire se e come si possono aiutare.

Quello che incontriamo ad Hasty e Arbat Camps non è molto diverso da quanto visto il giorno prima, la differenza è che questi campi ospitano anche sfollati interni (gli IDP) che in minima parte vengono aiutati economicamente dal governo.

Ci rendiamo conto che non potremo mai aiutare tutti, mai e poi mai. CI vorrebbero decine di migliaia di euro, ora che ad UNHCR sono stati tagliati i fondi.

Proveremo a focalizzarci su un solo campo, quello di Barika, e su un numero di famiglie vulnerabili.

Progetto ambizioso per cui non abbiamo i soldi ma dobbiamo trovarne, non si può guardare altrove.

La neve inizia a scendere più grossa e soffice, in abbondanza. Ma qui la neve fa molta paura, paura per le tende e le vite di persone che sicuramente congeleranno. Qualcuna di loro, qualche bambino, non ce la farà e noi non possiamo fare nulla.

Il viaggio di ritorno verso Erbil, di notte e sotto la neve, ha del sovrannaturale ma riusciamo a sentirci fortunati e, come sempre, personalmente parto con la sensazione che il massimo fatto non sia mai abbastanza. Come spiegare ai miei figli, che sapevamo e non siamo riusciti se non ad alleviare una minima parte di sofferenza e indifferenza?

 

 

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NOI AL CAMPO
Ennesima partenza, non le conto più da tempo. Ma non confondo nessuna missione e non dimentico nessuna emozione.
Siamo partiti a notte fonda, già stanchi e sempre preoccupati. Per avere una mezza giornata in più nei campi.
Ti porti un peso quando parti, il peso di chi lasci ed il peso di quello che sai che vedrai. E anche il peso che in pochi giorni tutto deve essere fatto, tutto sarà frenetico e massacrante. L’imprevisto sempre dietro l’angolo.
Siamo in tre, pochi… siamo senza medico e senza fotografo. Ma va bene.
Come sempre abbiamo chiesto dall’Italia di prepararci i pacchi, sono 400 le famiglie e 40 gli orfani.
Abbiamo lanciato una raccolta fondi che non ha coperto il costo della distribuzione e mi sento in ansia, sfiduciata. Non mi basta quasi pensare che rivedremo quei bambini e quelle persone che ci aspettano da anni.
Quando arriviamo al campo, dopo mille incombenze e preparazioni e intoppi, l’atmosfera è surreale.
Stavolta sembra vuoto, non ci corrono incontro i bambini come fanno di solito. Non arrivano madri e donne stanche, non giungono uomini a salutare. E’ la prima volta che non respiro a pieni polmoni.
Sono stanchi, esausti, sono sempre più senza speranza e si stanno abituando all’idea che rimarranno senza patria e senza diritti in quei campi per molti anni.
Poi arrivano, piano piano… e diventano molti, moltissimi.
I bambini cercano attenzione, ti prendono la mano e cercano di comunicare con gli abbracci e i gesti. Come sempre.
Distribuiamo i pacchi, i campi sono tre e ci vogliono ore. Siamo senza medico, ci sono casi che andrebbero curati ma non possiamo fare  altro che prendere nota .
Sono abituati ad ammassarsi in fila in una tenda e venir visitati e a ricevere medicine.
Sono delusi, sono amareggiata. Mi sento in colpa.
I bambini vogliono giocare, non abbiamo tempo questa volta e continuiamo a dire “baed” che vuol dire dopo. Ti prendono per mano e vogliono solo che li guardi, che perdi un po’ del tuo tempo.
Le donne stanno in disparte, si avvicinano a me e chiedono come sto, come stanno i miei figli.
Gli uomini hanno la stima per il nostro costante operato dipinta sui loro volti stanchi.
Distribuiamo cibo, accarezziamo l’idea di distribuire anche gesti e atti di gentilezza che aiutano i cuori.
Sorridiamo con loro, quasi scherziamo.
Abbiamo portato del latte e delle caramelle, ma è buio e se le divideranno il giorno dopo.
Beviamo del the seduti per terra e la mente cerca di pianificare quello che vorremmo fare nella prossima missione: sostenere  una piccola scuola e costruire un campo da calcio.
Eh si, abbiamo portato dei palloni, non molti… ma è stata la gioia pura e pensiamo che anche le anime
vadano nutrite oltre al corpo per avere un domani degli adulti migliori.
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AAA CERCASI VOLONTARI

Abbiamo bisogno di volontari attivi e motivati, fermi nelle decisioni e costanti nel donare un pezzettino della loro vita.

Il tempo che una persona dona ad un’associazione di volontariato è prezioso e ha un valore intangibile e immenso.

E’ un gesto di amore e generosità verso il prossimo.

SSCh è un piccolo gruppo di amici e le cose che gestiamo sono tante.

Contattateci attraverso la nostra pagina Facebook, alla mail del sito info@supportandsustainchildren.org o sul profilo di Arianna Martini (Presidente dell’associazione) o Holly Boncoraglio(consigliere e volontaria attiva)
www.supportandsustainchildren.org

Grazie.

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Le missioni sul confine siriano sono sempre rischiose e difficili da programmare, bisogna organizzare dall’Italia la sicurezza e le distribuzioni di cibo e beni di prima necessità, aiutati da contatti e
associazioni locali.
Ma quando si parte sappiamo già che l’imprevisto è sempre all’ordine del giorno.
Si deve solo cercare di gestirlo, senza eccessivo panico.
Siamo partiti Io (Arianna) ed Andrea, pronto a scattare le sue meravigliose foto ai nostri piccoli bambini.
Personalmente non sono partita tranquilla, meno di altre volte intendo dire.
Eravamo stati minacciati, come già accaduto, ma stavolta la minaccia aveva un nome ed una concretezza diversa.
Non si tratta di essere eroi ma abbiamo cercato di calcolare bene ogni mossa e ogni rischio e, una volta arrivati, deciso di esporci e andare ai campi solo a fronte di garanzie. Almeno minime.
Il caldo era soffocante, davvero da stare male e alcune cose hanno iniziato ad andare storte. Per esempio il noleggio del furgone su cui carichiamo i pacchi alimentari, il numero dei pacchi, la scorta che non si trovava.
Se ci si lasciasse andare allo sconforto, ogni missione salterebbe. Io e Andrea siamo affiatati e basta poco per capirci e supportarci, anche quando la fatica ti mette a dura prova e le ore di sonno sono poche.
Arrivati al campo la situazione che abbiamo trovato è sempre più tragica: le famiglie aumentano e l’esasperazione rende queste persone, che vivono da anni in miseria e disperazione, a volte difficilmente gestibile.
Ma è sempre meraviglioso rivedere bambini che conosciamo e supportiamo da anni, bambini che ci corrono incontro e ci chiamano per nome.  Sedersi nelle tende di adulti che cercano di farci stare bene con il poco che hanno (stavolta era Ramadan però… J ).
La distribuzione è un momento che qualche tempo fa poteva dirsi caotico, ora è ben organizzato con liste e nomi delle persone a cui spetta il pacco. Tutto questo grazie ai contatti e amici che ormai
abbiamo al campo.
Questa volta abbiamo previsto pacco doppio per i numerosi orfani, gli stessi a cui a Marzo avevamo portato le barrette energetiche.
Questa volta eravamo senza il medico, impegnato in Iraq, e purtroppo la parte sanitaria è stata quasi nulla ma fortunatamente non abbiamo visto casi gravi come spesso invece capita.
E poi il tempo per i bambini, seduti per terra a mostrare loro le nostre vite e le loro piccole e vuote esistenze donate a noi.
Li conosciamo quasi tutti, li chiamiamo per nome. Li abbracciamo e ci innalziamo al loro livello superiore, quello dell’innocenza.

Dell’innocenza e dei sorrisi anche dopo 12 ore di lavoro nei campi,  sfruttati e feriti nell’anima e nella dignità.
Bambini senza sogni, senza genitori e senza futuro. Invisibili, fragili come ali di farfalla ma che sanno donare più di quello che ricevono.

Non andiamo mai via a mani vuote: un piccolo anello di plastica, un disegno o un frutto.
Il senso profondo di aver fatto il possibile ma non abbastanza , perché nessun bambino, nessun essere umano, dovrebbe vivere aspettando elemosine altrui.
Eppure il nostro aiuto può fare ed ha fatto la differenza tra la vita e la morte.
E’ stata una missione breve, di corsa. Due soli giorni, pericolosa e concitata.

Ma tutto è andato bene e sappiamo che non potremmo fare altro che tornare presto.
Una promessa fatta ad occhi di bambino.

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