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Faceva freddo a Gennaio e Febbraio. I bambini erano tutti scalzi e senza giubbini.

Eravamo solo in due (Arianna e Luca) ma siamo riusciti ad acquistare e distribuire un camion pieno di stivaletti e uno pieno di giubbini per gli oltre 1000 bambini del campo.

Abbiamo dovuto però sacrificare la distribuizione dei pacchi alimentari per le oltre 800 famiglie del campo. I fondi non sono mai sufficienti purtroppo, finanziandoci esclusivamente con donazioni spontanee.
Naturalmente abbiamo consegnato il latte per i piccoli malnutriti e i Voucher per gli orfani. Questi piccoli vivono in situazioni di completa indigenza, sono soli in un campo profughi e i più grandicelli lavorano per pochi euro nei campi di coltivazioni circostanti.

L’istruzione è la sola arma che possiamo offrire loro, oltre che tenerli in vita grazie ai sostegni di tante famiglie generose che provvedono a loro seppur a distanza.

Teniamo molto alla Tenda Arcobaleno, dopo possono vivere qualche ora in serenità e imparare se non altro a leggere, scrivere e contare.

Sono piccole gocce in un mare di dolore e indifferenza.

La missione di Febbraio è stata in realtà a cavallo tra Febbraio e Marzo e abbiamo provveduto a lasciare fondi ai nostri contatti fidati per la prossima distribuzione di cibo e Voucher orfani. Questo perchè siamo partiti in un clima di incertezza a causa della nascente pandemia di Covid 19 e non sappiamo quando potremo tornare.

Il rientro infatti è stato rocambolesco, avendo chiuso i confini tornare in Italia ci è costato un lungo giro di aeroporti. Ma ce l’abbiamo fatta.

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In questi mesi siamo riusciti a partire con cadenza mensile regolare.

Ad Ottobre siamo stati un gruppo molto coeso: 2 medici, un fotografo ed Elisabetta di Comitato Mahmud, responsabile della piccola Tenda Arcobaleno che segue i progetti di ricreazione per i bambini e supporta i due insegnanti che abbiamo al campo.

Il tempo è stato clemente, l’organizzazione capillare ci ha permesso di far si che si visitassero e censissero i bambini, i piccoli malnutriti ed infine gli adulti che ne avevano necessità.

I malnutriti crescono abbastanza bene, grazie a cure e soprattutto latte in polvere.

Abbiamo distribuito i Voucher agli orfani sostenuti a distanza, distribuito i pacchi alimentari e impostato i prossimi mesi di attività per i piccoli frequentatori della Tenda Arcobaleno.

Nel mese di Novembre e Dicembre siamo potuti partire solo in due: Arianna e Luca. Abbiamo distribuito i Voucher agli orfani che sono sempre il nostro primo pensiero. Il latte ai malnutriti, proseguendo con le misurazioni con le istruzioni che i medici ci hanno dato dall’Italia.

Abbiamo distribuito coperte e legna per tutto il campo coprendo il fabbisogno dell’inverno.

A Kilis invece siamo riusciti a consegnare i sostegni alle famiglie e il carbone per i due mesi più freddi.

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Scrivo dopo tre settimane dal rientro, non so se è un bene o un male.

Le emozioni si sedimentano, cambiano forma ma sono sempre dentro di te.

Chi scrive, Arianna, sono 6 anni che parte e torna e non sa più in che posto mettersi e che direzione dare alla propria vita.

Ma continua a farlo con il sogno o l’utopia di poter cambiare anche solo un destino a questi bambini a cui gli adulti hanno tolto tutto:il futuro e la speranza.

E’ stata una missione impegnativa: abbiamo distribuito i pacchi alimentari e il medico che ci accompagna, Lorenzo, ha dispensato per un giorno intero cure mediche ed è intervenuto sui malnutriti, sia verificandone i miglioramenti, sia distribuendo il latte in polvere. Con lui Pietro, un volontario che ha raccolto fondi per poter aiutare e si è messo a disposizione partendo con noi.

Insieme hanno iniziato anche a creare cartelle cliniche per poter poi lavorare anche nei mesi successivi con un database che consenta anche di fare passaggi di consegne fra i tre medici che ci seguono a turno.

Un lavoro immenso e faticoso, viste le condizioni in cui si lavora.

Un altro piccolo gruppo di lavoro, Luca e Andrea, montano la tenda scuola e l’insegnante (che da anni è anche il nostro interprete) censisce i futuri alunni.

Sarà una piccola scuola senza pretese, sono tanti bambini e disomogenei. Si cercherà di insegnar loro a leggere, scrivere e contare. Sarà una piccola oasi di pace e colori. Gli unici che questi bambini abbiano visto da anni.

Inauguriamo la scuola in uno dei più bei momenti che io abbia mai vissuto: gioia allo stato puro, euforia ma anche ordine e compostezza.

Qualcosa solo per loro, loro che non hanno niente se non ore di duro lavoro nei campi.

Speriamo di avere fondi per mantenere viva e attiva la scuola.

Mentre i bambini hanno la loro prima lezione informale, passiamo a consegnare i Voucher per i sostegni agli orfani. Per ogni consegna Andrea fa una foto che poi manderemo alle famiglie in Italia.

E’ molto emozionante ritrovarli e raccontare poi le loro storie a chi vuole loro bene dall’Italia.

E’ un lavoro lunghissimo, arriviamo a sera e al buio. Alcuni di loro dormono, solo alcuni perché sono tutti felici di vederci, e ci manderanno le foto il giorno dopo.

Abbiamo individuato un piccolo negozio dove abbiamo stipulato un contratto: noi diamo loro i soldi per ogni Voucher e i bambini possono recarsi, accompagnati dai due capi campo, ad acquistare quello che serve loro.

Funziona, ma ci si deve fidare.

Stare al campo ti riempie e ti svuota, la sera sei stanco e frastornato. Non vorresti andare via.

Il giorno dopo ci facciamo le solite quattro ore di macchina per andare a Kilis, ospiti di Majad (The Sons of War) per consegnare i sostegni alle famiglie profughe, famiglie sempre sostenute da altrettante famiglie italiane.

Il giro è sempre pieno di affetto misto a sconforto per le sorti di tutte queste persone, bambini soprattutto.

Ci conforta sapere che, grazie a questi sostegni che li aiutano a mangiare, i bambini non sono costretti a lavorare e molti di loro sono tornati a scuola.

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Nel caldo Maggio 2017, abbiamo potuto portare aiuti umanitari in Giordania nei campi profughi di Al Mafraq, nella periferia di Amman e infine a Zaatari. Sono state contate in totale 191 famiglie che versano in condizione di povertà e disagio.

Questa volta con noi sono venuti il dottor Andolina che da anni fa il volontario in aree di guerra, Luigi Lapi il quale diventerà una delle parti centrali per la costruzione di una casa per mamme in difficoltà ed orfani; sono venute anche Francesca Ghirardelli, giornalista e scrittrice, e Johanna Hauksdottir. Arianna Martini, che da diversi anni percorre quelle strade per portare aiuti ai bambini più bisognosi, ha coordinato la missione. Abbiamo consegnato acqua e pacchi alimentari a tutte le famiglie che abbiamo incontrato. Ogni pacco conteneva legumi, riso, olio, sale, zucchero, frutta secca e bottiglie di acqua potabile. Infine ad Al Mafraq abbiamo consegnato materiale di cancelleria per una scuola in cui i bambini siriani hanno la possibilità di ritrovare, oltre all’istruzione, una forma di normalità.

Sebbene queste persone siano provate dalla fame, dalla sete e dalle malattie (oltre che dalle sofferenze psicologiche causate dalla loro condizione), come sempre sono stati accoglienti e gentili nei nostri confronti. Non solo hanno diviso con noi quel poco cibo che avevano, ma abbiamo condiviso sorrisi, emozioni, pianti e abbracci.

Una volta tornati, è davvero doloroso pensare a quelle persone. Non ci si può spiegare come sia possibile che  a pochi chilometri da noi ci siano centinaia di bambini che soffrono, traumatizzati affamati e talvolta completamente soli. Nonostante questo però non ci faremo prendere dallo sconforto. Continueremo invece a lottare per far sì che anche questi bambini, queste persone abbiano una vita dignitosa. Oltre la preziosa scuola di Mafraq, cercheremo di realizzare una casa che ospiti orfani e mamme in difficoltà.

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I profughi che ho incontrato sono un inno alla vita. di Holly Boncoraglio

La partenza

Pegasus Airlines ringrazia. Ci siamo trovati tutti in aeroporto verso le 12. In questa missione saremo in 6, Arianna, Stefania, Marja, Andrea, io e Marino.

I bagagli sono tantissimi. Ognuno di noi aveva circa 5 borsoni a testa da 6/8 chili ciascuno, un preziosissimo lavoro fatto da Maruska, Mariateresa e Margherita. Il fatto di avere una tale quantità di bagagli è stata in realtà la nostra fortuna al banco check-in. Erano così tanti che hanno riservato un desk solo per noi. Gli altri passeggeri ci lanciavano occhiate a dir poco preoccupate, contenti di non essere loro quelli in fila dopo di noi. Una volta caricati tutti i borsoni ci siamo guardati soddisfatti; fino a che qualcuno ha chiesto se avevamo contato il numero dei bagagli e ci siamo resi conto di non averlo fatto. Fortunatamente Mariateresa e Margherita avevano attaccato su ogni collo dei biglietti con scritto il contenuto e il peso di ogni singolo borsone!

Il viaggio è andato bene, i voli erano entrambi in orario e abbiamo incontrato Marino e Marija in aeroporto ad Adana, nell’area ritiro bagagli. Avevamo 6 carrelli così stipati che ad ogni buca e ad ogni piccola discesa puntualmente cadeva qualcosa. Una vota fuori dall’aeroporto abbiamo preso i nostri furgoni. Si trattava di due furgoni neri da 7 posti ciascuno, belli ampli internamente e con i vetri scuri. Li abbiamo caricati e siamo partiti, diretti al  market, dove avremmo trovato i pacchi alimentari pronti da portare al campo.

Il market è in realtà un garage con accatastate una montagna di scatole che il nostro istinto riteneva fossero i nostri pacchi alimentari. Una volta scese io e Arianna ci siamo guardate un po’ preoccupate: erano scatoloni da 25 chili ciascuno contenenti pasta, riso, legumi, olio, burro e dolci per bambini…. come avremmo fatto a trasportarli? I nostri furgoni erano già per metà occupati dai borsoni con le giacche.

Per fortuna,  uno dei dipendenti del negozio che parlava un po’ inglese, si trovava li “per caso” con il suo camion bianco. Sempre per caso il furgone è abbastanza spazioso per i pacchi. Non avevamo scelta, perciò “per caso” o meno ci siamo trovati a dover accettare il suo aiuto.

Il piano originale era prendere il cibo, distribuirlo al primo campo, poi spostarci verso il secondo e distribuirlo lì. In un secondo tempo saremmo passati a prendere il furgone con le coperte, lo avremmo portato al secondo campo e distribuito insieme ai vestiti, poi saremmo tornati nel primo. Ma con il fatto che avevamo perso così tanto tempo, abbiamo dovuto cambiare piano. Prima passare a prendere il furgone con le coperte e guidarlo verso il primo campo, distribuire cibo e coperte. Poi andare al secondo campo, distribuire cibo e coperte in modo tale da lasciare liberi gli autisti, distribuire pail e giacche e poi ritornare al primo e completare la distribuzione.

Per fortuna l’autista che guidava il camion delle coperte conosceva la zona, la quale si trova in “the middle of nowhere”.

Il primo campo è abitato da curdi e siriani. In particolare ricordo una bambina con gli occhi verdi, siriana, e la bambina bionda. Quella con gli occhi verdi, mi si era letteralmente attaccata durante la missione che avevamo fatto nell’Ottobre del 2015. Ricordo che non mi lasciava mai. Nei mesi successivi chiesi ad Arianna di cercarla, ma purtroppo non la trovò più. Avevo con me un diario, che avrei regalato alla sorella maggiore della bambina Curda (il cui nome è Fiore, per noi); non perché io sia particolarmente affezionata a lei, ma perché ha la mia età; e come tutti i ragazzi della mia età penso abbia bisogno di qualcuno con cui confidarsi. Arianna mi aveva avvisato che probabilmente si era sposata, quindi nel diario ho messo una foto dove siamo ritratte insieme ad Arianna e a Fiore. Così, caso in cui non l’avessi trovata, avrei potuto donarlo alla sorella, con tantissimo affetto.

Questo campo è più vivibile rispetto al secondo; forze per la presenza del fiume, o perché è circondato da campi coltivati, o forse per la presenza della legna per ardere il fuoco. Certo non si può dire che se la passino bene, ma la povertà qui è diversa da quella desolante che si riscontra invece nel secondo campo.

Appena siamo arrivati Fiore, che teneva la mano della sua sorellina più piccola è corsa incontro a noi urlando “Arianna”. Ricordo come questa bambina mi era rimasta impressa poiché giocava sempre con i maschi, tra cui i suoi fratelli maggiori, e li comandava a bacchetta. Mentre sono immersa nei miei ricordi, lei viene verso di me chiamandomi “Abla” e mi abbraccia. Probabilmente anche lei si ricorda di me; forse perché durante il nostro primo incontro suo fratello mi aizzò contro una gallina.

Ci siamo spostati verso la parte sinistra del campo, dove c’era una piccola piazzetta. Lì ha avuto luogo la prima distribuzione. Questa volta avevamo chiesto la lista delle famiglie presenti, in modo tale da poter fare una distribuzione più equa e ordinata. Nonostante ciò non è stata una distribuzione facile. Non sono mancati qualche spintone né è mancato chi è rimasto senza cibo poiché non aveva lasciato il nome. Dopo la distribuzione io e Andrea ci siamo messi a gironzolare per il campo. Io volevo scattare qualche foto agli oggetti che facessero trasparire la condizione dell’essere rifugiato. Anche Andrea fotografava. Lui mi ricorda molto Sebastiao Salgado.

Stavamo camminando tranquillamente quando mi sono sentita chiamare da Arianna. Così sono tornata indietro e l’ho vista tenere in braccio un bambino. Questo piccolo non doveva avere più di 2 mesi, ma aveva due tubicini respiratori attaccati al naso, era molto pallido e magro, e muoveva a malapena gli occhi. Con voce preoccupata mi chiese di chiamare Marino. Lo ho trovato dopo qualche minuto mentre metteva una crema contro la leishmaniosi sull’orecchio di un bambino. Si è poi fatto condurre da Arianna che teneva tra le braccia il bimbo. Insieme siamo entrati nella tenda dei genitori, insieme all’interprete del negozio. In un attimo, da ironico Marino è diventato molto serio. Gli sono bastati pochi minuti per alzare lo sguardo e scuotere il capo in modo impercettibile. Nulla da fare. Il bambino morirà a breve.

Il suo problema è probabilmente dovuto ad anomalie durante il parto che gli hanno schiacciato la testa. Non vivrà a lungo. L’interprete si è poi girato verso i genitori, dicendogli che non servivano medicine e dovevano solo sperare in Dio, inshallah. Arianna lo ha corretto dicendogli che non c’era alcuna speranza; ma lui con gli occhi pieni di lacrime si è voltato verso di lei dicendo “lo so. Ma non posso, non posso proprio”. Uno alla volta siamo usciti in silenzio dalla tenda, lasciando soli i genitori che piangevano disperati. Avevano capito.

Fuori mi aspettava Fiore. L’ho presa da parte e le ho mostrato la foto della sorella e della bambina dagli occhi verdi. Ho scoperto così che la sorella si è sposata (ma non ho ben capito dove sia andata), mentre la mia piccolina è stata riportata in Siria.

Poi uno dei ragazzi ci ha chiesto se volessimo un po’ di chai. Noi, che avevamo fame e sete abbiamo detto di sì. Mentre loro si affrettavano a cercare 6 sedie che contassero tutte e 4 le gambe, io ho preso Fiore da parte, su suggerimento di Arianna, e l’ho portata dietro una tenda, dove nessuno ci poteva vedere. Dallo zaino ho tirato fuori il diario e un astuccio e glieli ho consegnati. Lei ha sgranato gli occhi e ha aperto la bocca. Io ho fatto segno di fare silenzio. Avevo un regalo per un bambino. Così se lo è nascosta nella maglietta e si è voltata per tornare a “casa” a nasconderlo (almeno questo è ciò che le ho segnato di fare; dico segnato perché non parlo mezza parola di curdo). Ma dopo qualche secondo si è fermata, si è girata e mi è corsa incontro. Si è bloccata e poi mi è letteralmente saltata al collo. Per poco non rotolavamo nel fiume entrambe. Ancora non so descrivere la felicità che provai in quell’abbraccio. Mi diede un bacio e corse via, verso la sua tenda.

Io sono tornata indietro mentre Arianna e Marja stavano comunicando con alcuni bambini. Quando dico comunicare non pensate alla comunicazione linguista, ma a quella corporea fatta di piccoli gesti volti a veicolare un messaggio. Marja in questo è davvero fantastica.

Io mi sono messa a passeggiare e ho trovato Andrea sorridente che accarezzava il volto di un bambino. Mi sono avvicinata e mi sono resa conto che stava parlando con un bambino speciale. Era un bambino paralizzato e affetto da un handicap mentale. Non parlava ma emetteva qualche vocale ogni tanto e batteva i polsi. Era su una sedia a rotelle, di quelle moderne. Eppure aveva un particolare che lo rendeva speciale, e che soprattutto aiutava noi: sorrideva moltissimo.

Questo bambino era un autentico inno alla vita. Così com’era si guardava in giro e sorrideva. Se provavi ad accarezzarlo sulla guancia chiudeva gli occhi e provava a dire qualcosa. In quel momento ho pensato a quale effetto avrebbe fatto su di lui un po’ di musicoterapia. Mentre io e Andrea lo ringraziavamo per la gioia che ci stava donando in quel momento, ci hanno chiamato per il the. Ma ci dispiaceva troppo lasciarlo lì da solo.

In più tremava un po’ per il freddo. Andrea corse verso Stefania che aveva in mano una delle sciarpe da donare ai bambini del campo. La portò al piccolo e gliela mise addosso e il bambino emise un verso di gioia sorridendo come un pazzo e battendo le mani. Per non lasciarlo lì, io presi la carrozzina e con l’aiuto di Andrea lo portai là dove avevano messo sei sedie. Mentre ci avvicinavamo Le persone venivano verso di noi. Marja, Stefania e Arianna si sono chinate verso questo bambino mentre io lo trasportavo. Per fortuna avevo l’aiuto di Andrea, in qualche punto, per colpa delle buche e dei sassi ho davvero rischiato di farlo cadere.

Avrei voluto portarlo via con me!

Dopo il the siamo ripartiti nuovamente per il secondo campo, con la promessa fatta a Fiore e agli altri bambini di cui non conosco il nome e che saremmo tornati con il resto della roba.

Son rimasta molto colpita dalla pazienza che hanno dimostrato sia i ragazzi del negozio, sia quelli delle coperte. In quel campo siamo stati più di un’ora, e sicuramente nell’altro campo avremmo impiegato un’ora nel distribuire le cose. E loro sono rimasti con noi, aiutandoci.

Dopo una ventina di minuti siamo arrivati nel  secondo campo, dove vive la famiglia di Alì. Questo campo è davvero desolante. La strada per arrivarci è pittoresca.

Ma una volta finita la strada sembra di entrare in una grande discarica, dove non c’è vegetazione, non c’è acqua e nemmeno erba. Il terreno è sabbioso e sporco. C’è una fontana da cui esce acqua sporca e maleodorante. E’ pieno di pattumiera di ogni genere che gli abitanti bruciano al posto della legna per cucinare e per avere un po’ di acqua calda per lavarsi. Molte tende sono fatte di plastica, completamente fatiscenti. Quasi tutti i bambini sono scalzi, nonostante sia il 29 di Gennaio e faccia davvero un freddo pungente.

 

In questo campo ci sono 3 diverse nazionalità, turchi, curdi e siriani. Io non riesco a distinguerli, mentre Arianna, Marino e Andrea che sono un po’ più esperti di me riescono.

Qui la distribuzione è stata diversa. Abbiamo messo in un’unica tenda pacchi alimentari e coperte, così da lasciare liberi gli autisti che sono ripartiti dopo averci aiutati a scaricare.

Dopo avere accatastato la roba, il capo-campo ha chiamato le famiglie che erano segnate anche qui su una lista, mentre io e Stefania cercavamo di tenere buoni i bambini. E’ triste vedere bambini che si azzuffano per entrare in tenda e prende un po’ di cibo; ad un certo punto mi sono infuriata con uno che brandiva un bastone e colpiva i bambini. Non potevo insultarlo, non fosse che non conoscessi la lingua, ma gli ho urlato in italiano di finirla. Quest’uomo mi ha guardata  malissimo e mi ha anche risposto in modo acido. Probabilmente non è abituato a vedere una donna, per di più giovane, che prende posizione contro di lui, ma a me non interessa: se ci sono io non ti devi azzardare a toccare un bambino. Così mi sono girata a cercare Arianna per chiederle se potevamo mandarlo via. Ma non sono riuscita a trovarla. Così ho chiesto un po’ in giro dove fosse, finché Marja non mi ha detto che era stata portata in una parte del campo da alcune persone. Insieme abbiamo concordato che se non fosse tornata presto saremmo andate a cercarla.

In realtà non c’era nulla di cui preoccuparsi, perché è tornata poco dopo verso la fine delladistribuzione. Ci ha spiegato di essere stata in una parte di campo molto povera, dove gli aiuti non arrivano. Lì vi sono diversi orfani, tra cui ha riconosciuto una bambina che avevamo visto a ottobre 2015 e che ci avevano detto essere morta. Mi ricordo bene questa bambina, era strabica e completamente denutrita, oltre che orfana. Avevamo lasciato ad una donna, la quale aveva un altro figlio, del latte in polvere chiedendole di darlo alla piccolina. Mi ero sentita quasi in colpa, perché sapevo di averla costretta a scegliere tra suo figlio e l’altra bambina. Infatti qualche giorno dopo ci avevano detto che era morta. Io ero così contenta quando Arianna ci ha raccontato che non solo era in vita, ma aveva persino un paio di occhiali, che ho preso in braccio una bambina di 7 anni che mi si era attaccata fin dal nostro arrivo. Me la sono tenuta stretta stretta, felice che ogni tanto qualche miracolo accade davvero. E in cuor mio ho ringraziato quella donna per la sua generosità.

Dopo la distribuzione abbiamo allestito 3 tende e ci siamo divisi i compiti. In una tenda, Stefania e Marja avrebbero fatto il loro lavoro di elaborazione del trauma attraverso il disegno. La seconda tenda invece sarebbe stata il luogo dove Marino poteva visitare e curare i bambini con l’aiuto di Arianna. La terza tenda invece l’avremmo gestita io e Andrea per la distribuzione delle giacche.

 

 

Il laboratorio di disegno per l’elaborazione del trauma è stato veramente intenso ed doloroso, ma sicuramente molto importante. Stefania ha chiesto ai bambini di disegnare un luogo sicuro. Quasi nessuno ci è riuscito. Sui disegni solo bombe, gente stesa a terra, case incendiate e carri armati.

Marino ha diagnosticato 3 cardiopatie, un ragazzo a cui mancava un osso del braccio (e faceva davvero impressione vedere questo braccio piegato in modo totalmente innaturale), qualche leishmaniosi e malattie intestinali dovute all’acqua totalmente sporca. Il nostro interprete veniva chiamato incessantemente da una parte all’altra, e ha fatto davvero un ottimo lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io e Andrea ce la siamo cavata bene anche senza interprete. E’ venuto con noi all’inizio per spiegare ad alcuni ragazzi che ci aiutavano a distribuire di mettere tutti i borsoni in una tenda, fare entrare 3 bambini alla volta, consegnare loro vestiario e poi farli uscire. Io ero dentro la tenda che aiutavo a distribuire, mentre Andrea stava fuori passandomi i borsoni e tenendo d’occhio la situazione. Fuori dalla tenda c’era una calca di  persone che spingevano incessantemente. Mi ricordo molto bene che a ottobre 2015 quando dovevo distribuire i giochi mi avevano letteralmente assalito e avevano distrutto una parte della tenda. Questi bambini non hanno davvero nulla, e la loro foga è più che comprensibile.

Nel complesso la distribuzione è andata bene. Quasi tutti hanno avuto qualcosa. Mi è rimasto in mente un papà che teneva sempre in braccio la sua bambina che aveva un’infezione a un piede e non riusciva a camminare. Nonostante fosse un uomo non ha approfittato né della sua statura né della sua forza. Si è messo ad attendere in silenzio fuori dalla tenda, facendosi superare dagli altri bambini. Quando me ne sono accorta ho pensato che fosse doveroso portare qualcosa a quella bambina, così ho preso una piccola giacca e gliel’ho portata fuori. L’uomo mi ha fatto un inchino e mi sono resa conto che era molto magro. Non avevo cibo da offrirgli, allora gli dato una lattina di iced coffee che mi aveva regalato il proprietario del negozio di Adana.

 

 

 

Nel frattempo mi ha raggiunta Arianna la quale ci ha aiutato a distribuire qualche giacca e ha liberato Andrea che ha potuto continuare a fotografare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta finito con le distribuzioni, siamo stateraggiunte da Stefania e Marja.

Marja, artista distrada, ha iniziato a fare divertire i bambini. Era uno spettacolo bellissimo. I piccoli ridevano, urlavano e ballavano, la seguivano e la imitavano guardandosi a vicenda con occhi allegri e pieni di vita. Anche gli adulti e alcuni ragazzi che pressappoco avevano la mia età si sono radunati li vicino, incuriositi dalle risa e dalle urla che si sentivano in tutto il campo.

Mentre aspettavamo Marino, l’aria diventava sempre più fredda man mano che il sole tramontava. Così ho provato a imparare i nomi di quei bambini che avevano passato il pomeriggio a seguirmi. I. Ho detto loro che io parlavo italiano e inglese, così qualcuno di loro ha incominciato a contare “one, two, three..” fino al 7. Dopo il 7 c’era il vuoto assoluto. Così ci siamo seduti per terra e abbiamo incominciato a ripetere i numeri, fino al 10. Ad un certo punto una bambina bionda mi ha guardato e mi ha detto “Abla, love”; ci siamo stretti tutti in un abbraccio strettissimo, uno di quegli abbracci di gruppo fatti non per facciata, ma per dimostrarci che ci volevamo davvero bene. Poi ci siamo riseduti a terra e abbiamo detto il nostro paese di provenienza. In questo gruppo di bambini c’erano turchi, siriani e curdi. Era bello vederli tutti assieme, giocare e ridere.

Quando Marino ci ha raggiunti era quasi buio, e noi dovevamo ancora distribuire giubbini nel primo campo. Poco prima di salire in macchina abbiamo salutato la famiglia di Alì. La ragazza più grande, Majada, si è messa a piangere mentre salutava Arianna. Invece la più piccola si teneva stretta a Marino, e sorrideva.  Prima di partire ci siamo girati tutti, noi e loro, verso le tende. Sopra le tende il sole stava calando del tutto, lasciando nel cielo sfumature che scaldavano il cuore.

Una volta sola in vita mia ho vissuto un addio tanto doloroso.

Sono salita in macchina con Arianna, Marja e l’interprete. Lui è un siriano laureato in archeologia che vive e insegna di Turchia da molto tempo. Nell’altra auto invece c’erano Marino, Andrea, Stefania e una famiglia con un bambino disabile al quale abbiamo acquistato una carrozzina. Mentre il furgone andava io ero in piedi sul retro cercando di svuotare più borsoni possibile e infilare i vestiti in un unico sacco. Essendo buio avevamo poco tempo, e avremmo semplicemente lasciato tutta la roba in una tenda e ognuno di loro sarebbe entrato a prendere ciò di cui aveva bisogno.

Una volta tornati nel primo campo abbiamo preso i sacchi che avevo riempito e li abbiamo trasportati in tenda. Fiore appena ci ha visti arrivare c’è corsa in contro. Ha aiutato me e Arianna a trasportare un sacco (che era più alto di me), e poi ci ha stretto la mano. Il cielo era bellissimo, una pioggia di stelle brillanti sopra le nostre teste. Faceva davvero freddissimo, e nonostante ciò la maggior parte di loro era scalza.

Il momento di risalire in macchina è stato per me il peggiore. Perché tornare in Italia dove i momenti più eccitanti erano le litigate in Consiglio di Dipartimento o l’organizzazione di eventi culturali? In quel momento non riuscivo proprio a trovare un motivo valido che mi permettesse di dire “che bello tornare a casa”. Sento già la mancanza delle corse e degli imprevisti, tanto quanto dell’abbraccio di Fiore. Prima di salire in macchina mi ha raggiunta, abbracciata strettissima e dato un bacio.

Vorrei concludere con una breve riflessione sulla fame e sul freddo.

Peter Hoeg, nel suo libro autobiografico “I quasi adatti”, racconta che quando immaginava come fosse avere una famiglia pensava ad una casa calda ed una tavola con tanto mangiare. E’ curioso come parlando con i profughi, la prima cosa che ricordano non è cosa facevano prima della guerra o come si vestivano, ma cosa mangiavano e come. Una persona per esempio mi ha raccontato che c’era sempre lo yogurt.

Per quanto riguarda invece il freddo non so davvero come facciano a sopportarlo. Io odio profondamente e detesto il freddo. Quando c’è nebbia o la pioggerellina stupida mi viene addirittura da piangere. E non sopporto la neve. Nei campi poche settimane fa c’è stata neve e pioggia; hanno distrutto le tende e allagato il campo. Io credo che queste persone abbiano una forza interiore incredibile. Davvero li ammiro per come affrontano la loro situazione, per come continuano a costruirsi una vita senza aspettare che essa passi sopra di loro  passivamente. I profughi che ho incontrato sono un inno alla vita.

 

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Ecco una breve testimonianza della missione di luglio 2016, appena conclusa, nei campi profughi, dove i nostri volontari si sono appena recati.

Segnaliamo la distribuzione alimentare, la distribuzione di cancelleria e il ‘gemellaggio’ con alcuni bambini di una scuola calabrese che hanno mandato disegni e messaggi ai loro coetanei meno fortunati.

Distribuzione Alimentare

150 pacchi distribuiti nei tre campi: in ogni pacco dentro c’erano farina, zucchero, olio, legumi, biscotti, pasta, riso. E tanto tanto desiderio di comunicare interesse e far capire che non sono così abbandonati e dimenticati da tutti.
Questo abbiamo portato nella missione in Turchia, che si è appena conclusa in questo inizio di luglio 2016.


Tra il caldo torrido e le zanzare che infestano l’aria, tra questo nugolo compatto di bimbi, la polvere e quei piedini sempre sporchi
E a guardarli in foto ti viene d’istinto pensare “vi prendo e vi porto via, via per un bagnetto, via per un pasto completo, via per un pomeriggio di giochi, via per farvi fare la nanna tra lenzuolini freschi profumati di lavanda”.
150 nuclei familiari che hanno cibo per qualche tempo, grazie all’impegno e alla generosità di tante persone qui in Italia, grazie all’impegno dei volontari andati giù a testimoniare l’impegno di non dimenticare e abbandonare al loro destino questi esseri umani, in una guerra silenziosa che inesorabile continua e continua e continua.

Distribuzione di cancelleria

Le parole sono un’arma. Un’arma potentissima; saper leggere e scrivere significa emanciparsi, significa conoscere e rivendicare i propri diritti, e accettare anche i propri doveri verso gli altri. Significa armarsi di cultura. Il disegno permette di esprimere emozioni; il disegno permette di esprimere i propri bisogni, desideri, le proprie convinzioni. Il confine tra parola e disegno non è così netto. Sono due concetti che tra loro si intrecciano. Per questi bambini e per queste famiglie poter imparare a scrivere, leggere e poter mostrare i propri sentimenti parlando di sé attraverso i colori è una forma di resistenza. hanno perso casa, lavoro, famiglia, sicurezza, salute, a volte braccia e gambe.
Noi non ci stiamo a che perdano anche la cultura, unico mezzo per emanciparsi e per vincere sul male e sulla guerra. E queste foto dimostrano che con poco si può contribuire a fare tanto, tantissimo per loro in questo senso.
Grazie anche all’aiuto del ComitatoMahmud‬ che ha reso possibile questo progetto.

Consegna e scambio dei disegni

Non ci sono lingue, colori di pelle, religioni o confini che possano fermare la voglia di pace e di condivisione. Grazie a Finuccia Congi, presidente della associazione culturale Mille Eventi, che ha realizzato una bellissima serata per finanziare le attività del comitato, e che ha raccolto questi disegni che sono stati portati in Turchia dai nostri volontari. E grazie a questi bimbi italiani, e alle loro famiglie, e al distretto scolastico della città di Mendicino (Cosenza), diretto dalla professoressa Assunta Morrone, che rinsaldano con amore e delicatezza il rapporto che ci lega a questi bambini siriani, non così tanto lontani geograficamente, privati di tutto tranne che della loro innocenza e della voglia di continuare a sperare.

 

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Eccoci di ritorno dalla missione di aprile 2016, in cui abbiamo realizzato una nuova distribuzione ai campi profughi che seguiamo in Turchia, lungo il confine siriano.

Anche questa volta 160 famiglie circa hanno ricevuto un pacco alimentare. Tutto questo è stato reso possibile grazie alla generosa donazione della parrocchia della Madonna Incoronata di Padova presso cui è stato realizzato un banchetto dai nostri volontari in data 20/21 febbraio 2016.

Ancora piedi nudi che un tempo calzavano delle scarpe, guance bruciate dal sole, capelli che non vedono una doccia da troppo tempo…e poi i bambini, sempre tanti, sempre troppi…ma ancora sorrisi, e solidarietà, e non dimenticare, e azione concrete.

Grazie, grazie di cuore per avere reso possibile tutto questo.

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Più di 400 confezioni di pane sono state distribuite nel corso del mese di febbraio 2016 ai bambini siriani e alle loro famiglie negli insediamenti e campi ad Hureitan, nella provincia di Aleppo, all’interno del territorio siriano.

Le bombe, i combattimenti, gli attacchi non hanno fermato il nostri amici e collaboratori, che sono stati costretti per ragioni di sicurezza a effettuare più consegne in giorni diversi, stipando la macchina all’inverosimile e chiedendo in prestito anche un furgoncino. Ma hanno raggiunto pian piano tanti bimbi e famiglie portando loro qualcosa da mangiare.

E’ una goccia piccola nel mare del loro bisogno, ma per chi ha ricevuto e non aveva nulla questa piccola goccia ha il peso specifico del piombo.

Grazie a chi continua a sostenerci con le donazioni, nell’organizzazione, nella distribuzione a proprio rischio e pericolo dei materiali….grazie perchè senza non sarebbe possibile aiutare nessuno!

 

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L’inizio di ogni missione vede come prima tappa la farmacia e il supermercato. Gli addetti e i cassieri sanno chi siamo, sanno perché siamo li e come ogni volta, anche questa, siamo venuti fuori con una spesa enorme che ha richiesto 5 carrelli per essere trasportata: 100 kg di farina, 100 kg di legumi, 50 kg di zucchero, 50 kg sale, 80 l di olio, 100 kg di riso e poi ancora tanti, tanti pacchi di caramelle, tante barrette di cioccolata e, visto che con i denti non si scherza, anche spazzolini e dentifrici. L’auto, messa a disposizione dal volontario che ci aiuta, era talmente piena che non abbiamo potuto fare altro che sistemare pacchetti di legumi anche sul cruscotto davanti!

Per arrivare al campo abbiamo dovuto percorrere una strada in mezzo a campi di verdure e di peperoni. Sarebbe stata una gradevole visione bucolica se non fosse stato per le schiene piegate di uomini, donne e bambini siriani, tutti intenti a raccogliere la verdura.

Arriviamo alla prima parte del campo che conta 120 tende, e appare subito evidente come non si tratti di tende da campeggio, ma di soluzioni improvvisate con teli di plastica, canne di legno, spago e teli.

Mettiamo insieme, per tipologia, tutti gli alimenti nella tenda comune, e il responsabile del campo insieme a suo figlio si incaricano di distribuirli. Ad ogni famiglia spettano due pacchi di legumi, un pacco di riso, una bottiglia di olio, un pacco di sale o di zucchero.

Il campo si trova vicino ad un fiume, il che significa avere una fonte d’acqua a cui accedere facilmente. Qui i profughi riempiono quelle che una volta sono state taniche di detersivi; l’acqua, anche se presente non è pulita, anche gli scarti e spazzatura finiscono lì.

In lontananza c’è un altro accampamento: un campo di siriani (130 tende) nato su una discarica di cui continuano a rimanere i resti. Alcuni bambini scalzi sul terreno bagnato e lurido di sporcizia giocano con bicchieri di plastica trovati per terra: li tirano su, li mettono in bocca e sembrano così impiegare il loro tempo. In questa parte della distesa c’è una sola fonte di acqua, un tubo che spunta da terra e che a singhiozzo dispensa acqua per le 130 tende.

Le condizioni igieniche dei due insediamenti sono disastrose. L’igiene nei campi non esiste: mosche e insetti dappertutto, mosche e ancora insetti, che camminano sulle mani, sui visi, che entrano in bocca, mosche e insetti che alla fine non senti neanche più. I bagni sono buchi nel terreno attorno a cui sono stati fissati 4 rami di legno e appese delle stoffe.

Nel secondo accampamento anche l’acqua è un grosso problema: è un grosso secchio, riempito da taniche, che deve bastare per 4/5 famiglie e il cui contenuto deve servire per lavare oggetti e per l’igiene personale.

Il cibo, verdure e pane arabo, viene cotto grazie a fuochi improvvisati in grandi pentole di ferro. Sorrido ancora al pensiero di ciò che stavano cucinando le donne quando siamo arrivati al campo: melanzane fritte e pane, la stessa pietanza che la mia nonna siciliana preparava per me nei pomeriggi di estate.

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Queste foto si riferiscono ad un gruppo di bambini orfani che vivono nella tendopoli di Atma, uno dei più grandi campi profughi presenti in territorio siriano lungo il confine turco, nella regione di Idlib.

Atma era un campo di olivi sotto i quali la gente che scappava dalla regione di Idlib trovava rifugio. Oggi conta almeno 14.000 rifugiati, di cui 4.000 circa bambini. Non ci sono associazioni internazionali ma tutto si basa sul volontariato. Non c’è una vera cucina da campo ma solo una piccola tenda adibita a cucina che riesce a provvedere ad un solo pasto caldo al giorno; non c’è un ospedale,ma solo una tenda infermeria; non c’è acqua corrente ma il servizio idrico è gestito con cisterne con le quali ogni famiglia riempie la sua tanica; ci sono 4 servizi igenici in tutto il campo; non c’è energia elettrica.

 

Alcuni di questi bambini sono completamente soli, altri più fortunati hanno ancora qualche parente che cerca di prendersi cura di loro, con estrema difficoltà. Ci ha raccontato di loro un nostro contatto fidato: sono stati raccolti che vivevano per strada nei villaggi intorno da un ragazzo dal cuore grande grande, che li ha riuniti in questo gruppo e portati al campo profughi, in questo modo possono ricevere sostegnoaiuto e protezione.

Il gruppo di cui vi parliamo è composto da 70 bambini e bambine di età varie che vivono in condizioni di estrema precarietà: caldo torrido, senza affetto, senza cibo, con chissà quali traumi dovuti alla violenza vissuta e alla miseria.

Il progetto di Support Syrian Children inizia a giugno 2015 con quanto raccolto a Verdellino (Bergamo) durante la lotteria organizzata da Licia: i proventi da questo evento sono stati subito destinati all’acquisto di farina per fare pane per tutti loro, in quantità sufficiente per alcune settimane.

Ora con cadenza settimanale, vengono distribuiti generi alimentari sufficienti per tutti i bambini, diversi a seconda delle disponibilità a reperire il materiale e alle esigenze che emergono. Le distribuzioni sono documentate (per lo più da immagini fotografiche) e le spese sostenute per gli acquisti sono rendicontate.

Il progetto è realizzato grazie alla continua generosità dei sostenitori, grazie a ogni singolo piccolo contributo e donazione raccolto. Ricordiamo che l’organizzazione non trattiene per sé alcuna parte delle donazioni che percepisce.

Per poter contribuire al sostentamento di questi bambini, per farli crescere almeno senza soffrire la fame e non abbandonati, nella speranza forse ingenua che la loro situazione di estrema precarietà si possa risolvere o possa evolvere al meglio, si può fare un versamento specificando la causale ‘Progetto orfani Atma‘: qui le coordinate per farlo.

 

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