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MISSIONE MORIA E TURCHIA DAL 17 AL 24 FEBBRAIO 2019

Il Campo di Moria è l’inferno creato dall’uomo. Come ogni inferno sulla terra del resto.

Di campi peggiori di questo ne abbiamo viste a decine, ma Moria è su un livello diverso.

Le varie famiglie non comunicano fra loro, non c’è mutuo soccorso ma divisione, un’esasperazione che non abbiamo trovato altrove. C’è delinquenza e ci sono veri e propri casi sull’orlo della follia.

Sarà che queste persone sono arrivate in Europa con il miraggio di una libertà che non esiste e non hanno la minima prospettiva di futuro. Sanno solo di non essere morti.

A Moria è anche quasi impossibile aiutare, per via delle mille regole a cui un’associazione deve o dovrebbe sottostare. E a questo noi non siamo né abituati, né preparati.

Siamo partiti dall’Italia con 2 furgoni carichi di vestiti, coperte, giubbini, scarpe … tutti aiuti che persone comuni e di buon cuore ci hanno donato. Il viaggio via terra di Matteo, Marino e Jamal è lungo e faticoso, l’ultima tratta si fa su due traghetti, viaggiano di notte e arrivano la mattina presto al porto di Metilene, sull’isola di Lesbo.

Ad attenderli ci siamo io (Arianna) e Luca (mio marito) e i volontari di Refugee4Refugees che ci offriranno supporto e logistica per la distribuzione dei vestiti.

Marino, il medico, come sempre passerà il suo tempo al campo per visitare tutte le persone possibili, tenda per tenda. Caso per caso. Bambini, ragazzini per lo più, con sguardi stanchi e senza speranza.

Con il supporto logistico di Refugee4Refugees faremo sì che decine e decine di famiglie riceveranno indumenti di cui necessitano. Le famiglie si recheranno nel negozio dell’associazione (dove tutto è naturalmente gratis) anche dopo la nostra partenza e questo ci fa molto felici. Ogni abito che ci è stato donato sarà scelto da madri premurose, senza file, senza ressa ma tutto in estrema calma e semplicità.

A Moria ci sono storie che ti lasciano un segno profondo, come quella di Parisa, una ragazzina Afghana, a cui Holly (Holly e Andrea sono arrivati un giorno dopo di noi) chiede semplicemente il nome e lei ci consegna 8 pagine scritte in Persiano, contenenti la sua storia.

O come quella di un bellissimo ragazzo siriano di circa 17 anni i cui genitori lo hanno messo su un gommone affinché si salvasse e lui, per il trauma, lo stress e le privazioni, non ricorda quasi più nulla. Non del suo passato, ma mischia i giorni del presente e vive dissociato, quasi assorto. Ascolta musica e non fa niente tutto il giorno, gli occhi sono quelli di un bambino: pieni di meraviglia.

Conosciamo un giovane medico siriano che presta la sua opera in una piccola clinica fuori dal campo, attorno alla clinica è nato un centro dove si cerca di far fare qualcosa a tutte queste vite sospese: una scuola, una mensa, una palestra improvvisata…

Ci sono altri campi nell’isola, tutti inaccessibili e recintati come a dire che non hanno bisogno di niente.

Ma le persone che escono si accalcano in maniera feroce quando distribuiamo loro vestiti e coperte, una scena indimenticabile, specchio di disperazione e miseria. Esseri umani ridotti a contendersi un maglione o una coperta.

Alcuni di noi tornano a casa, Matteo e Jamal sempre guidando i furgoni e sono quelli che hanno dato di più in termini di tempo e fatica.
Il dottor Marino Andolina rientra in aereo, io (Arianna), Luca, Holly e Andrea proseguiamo per la Turchia dove abbiamo un paio di incontri con i nostri referenti locali.
Questa volta non faremo distribuzione alimentare e di beni di prima necessità, l’intento è di capire come e se riuscire ad aprire una scuola al campo che seguiamo dal 2014 per poi spostarci a Kilis per visitare una famiglia che sosteniamo e pensare ad un progetto stabile che coinvolga i profughi “cittadini” che vivono da anni in garage e scantinati, senza alcun aiuto e senza poter lavorare.

Come sempre visitiamo alcune famiglie e come sempre spezza il cuore vedere bambini, malati, anziani, disabili, orfani e vedove vivere in condizioni semplicemente disumane e inaccettabili.

L’idea sarebbe di tentare di creare dei sostegni a distanza ma anche di stabilire un progetto di più ampio respiro dove si possa preparare del pane e distribuirlo regolarmente, creando anche qualche occupazione retribuita per queste donne sole.

Il nostro contatto ci sottopone alcuni validi progetti, ai quali pensiamo e che vorremmo realizzare se solo prendessimo qualche sovvenzione, vincessimo qualche bando.

Dopo almeno 3 anni riesco a passare il confine e tornare in Siria, la situazione è quella di una catastrofe umanitaria. Indescrivibile.

Non c’è più niente, non ci sono case, strade, infrastrutture. La Siria è una sterminata distesa di tende e di sfollati, fango e detriti.
Queste persone, per lo più vedove, anziani e bambini, non ricevono quasi nessun aiuto ed i bambini mendicano per strada anziché andare a scuola e giocare.

A queste persone è stato tolto tutto e difficilmente potranno tornare alle loro case, i bambini saranno la prossima generazione di analfabeti, arrabbiati e pronti ad essere reclutati dai fanatici di turno.

Torno a casa con un senso di rabbia e impotenza, cerchiamo di immaginare cosa potremmo e vorremmo fare ma sono tanti, sono migliaia e migliaia e non potremmo mai noi di SSCh fare la differenza. Nemmeno per un piccolo numero, mancano fondi, mancano energie, manca tutta la comunità internazionale che muova progetti enormi.

Possano queste parole essere almeno scintilla per qualcosa di importante, possa il mondo chiedermi di raccontare e decidere di agire.

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Sul campo di Moria, nell’isola di Lesbo (Grecia) è stato scritto molto, ci sono servizi fotografici e reportage e non mancano le sono polemiche.
Vorremmo noi dare una dimensione umana a quello che abbiamo visto e potuto fare. Siamo una piccola associazione con pochi mezzi ma volontà ferrea e siamo voluti intervenire recandoci, come sempre, di persona.
Il campo è diviso in due parti e si snoda su una collina che, quando piove, è solo fango e freddo.
Una parte è gestita e recintata da filo spinato, le persone ricevono un solo pasto al giorno per il quale si mettono in fila fin dalla mattina e restano in coda tutto il giorno. Esiste una zona solo per i minori non accompagnati, sono inavvicinabili e, di conseguenza, non aiutabili.
La seconda parte sorge all’esterno di quella recintata ed è a sua volta divisa in due zone, anche se non ufficialmente. La parte in basso ha tende che sono state donate da qualche grande associazione, anche se vecchie e inadeguate, e gestita da un paio di associazioni. Non abbiamo capito bene come, crediamo che forniscano energia elettrica un paio di ore la sera e i servizi igienici. Un luogo pericoloso dove si consumano spesso violenze.
In alto invece le tende sono fatte di stracci e nessuna corrente elettrica, per il cibo tutti si recano invece nella medesima fila di 11mila persone.
La gente ha fame, i bambini sono malnutriti e naturalmente non ricevono istruzione e le cure mediche sono all’esterno del campo.
Nel campo coesistono a fatica diverse etnie e per questo è una polveriera di possibili scontri.
All’ingresso ti accoglie un grosso manifesto colorato con scritto “Benvenuti” in molte lingue ed è in netto contrasto con la desolazione che segue.
Persone che vagano senza meta, infreddoliti, soli, le ciabatte che sprofondano nel fango, lo sguardo perso o incattivito da mesi e mesi di quella prigionia.
Entriamo e cerchiamo di distribuire i pacchi che Nawal ed il suo team ci hanno fatto trovare pronti in una tenda ma veniamo praticamente cacciati da polizia e un’associazione locale che ci raccontano si occupa dell’energia elettrica. Non della distribuzione cibo.
Siamo costretti a distribuire dall’esterno, le persone scendono dalle loro tende e vengono a prendere i pacchi. Che sono molto generosi e ne siamo contenti.
Una volta che riusciamo a salire, al buio e fra fango e pozzanghere, il Dottor Andolina inizia a visitare chiunque ne abbia bisogno, tenda per tenda e in condizioni difficili.
Siamo in 4: Arianna, Andrea il fotografo, Gianluca e il dottor Andolina. Decidiamo di separarci e, mentre Andrea e il dottore finiscono le visite, io e Gianluca andiamo avanti con la distribuzione che si rivela difficile perché non abbiamo pacchi per tutti.
Lo avevamo messo in conto e cercato di scegliere i più fragili e bisognosi, ma quando poi un padre, una madre disperati ti chiedono cibo e tu lo hai finito, beh guardi davvero alla miseria umana con tutta l’indulgenza e l’empatia di cui sei capace. Ma di fatto sai che hai potuto fare il tuo massimo, ma che non basta e ti prefiggi di tornare e fare di più.
Distribuiamo cibo e cure mediche fino a sera inoltrata, cerchiamo come sempre quel contatto con le persone, con i bambini, che non tarda ad arrivare e leggiamo ancora una volta in quegli occhi la resilienza, la stessa che ci fa pensare che tornare e fare di più sarà la nostra prossima missione stabile.

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