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Faceva freddo a Gennaio e Febbraio. I bambini erano tutti scalzi e senza giubbini.

Eravamo solo in due (Arianna e Luca) ma siamo riusciti ad acquistare e distribuire un camion pieno di stivaletti e uno pieno di giubbini per gli oltre 1000 bambini del campo.

Abbiamo dovuto però sacrificare la distribuizione dei pacchi alimentari per le oltre 800 famiglie del campo. I fondi non sono mai sufficienti purtroppo, finanziandoci esclusivamente con donazioni spontanee.
Naturalmente abbiamo consegnato il latte per i piccoli malnutriti e i Voucher per gli orfani. Questi piccoli vivono in situazioni di completa indigenza, sono soli in un campo profughi e i più grandicelli lavorano per pochi euro nei campi di coltivazioni circostanti.

L’istruzione è la sola arma che possiamo offrire loro, oltre che tenerli in vita grazie ai sostegni di tante famiglie generose che provvedono a loro seppur a distanza.

Teniamo molto alla Tenda Arcobaleno, dopo possono vivere qualche ora in serenità e imparare se non altro a leggere, scrivere e contare.

Sono piccole gocce in un mare di dolore e indifferenza.

La missione di Febbraio è stata in realtà a cavallo tra Febbraio e Marzo e abbiamo provveduto a lasciare fondi ai nostri contatti fidati per la prossima distribuzione di cibo e Voucher orfani. Questo perchè siamo partiti in un clima di incertezza a causa della nascente pandemia di Covid 19 e non sappiamo quando potremo tornare.

Il rientro infatti è stato rocambolesco, avendo chiuso i confini tornare in Italia ci è costato un lungo giro di aeroporti. Ma ce l’abbiamo fatta.

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In questi mesi siamo riusciti a partire con cadenza mensile regolare.

Ad Ottobre siamo stati un gruppo molto coeso: 2 medici, un fotografo ed Elisabetta di Comitato Mahmud, responsabile della piccola Tenda Arcobaleno che segue i progetti di ricreazione per i bambini e supporta i due insegnanti che abbiamo al campo.

Il tempo è stato clemente, l’organizzazione capillare ci ha permesso di far si che si visitassero e censissero i bambini, i piccoli malnutriti ed infine gli adulti che ne avevano necessità.

I malnutriti crescono abbastanza bene, grazie a cure e soprattutto latte in polvere.

Abbiamo distribuito i Voucher agli orfani sostenuti a distanza, distribuito i pacchi alimentari e impostato i prossimi mesi di attività per i piccoli frequentatori della Tenda Arcobaleno.

Nel mese di Novembre e Dicembre siamo potuti partire solo in due: Arianna e Luca. Abbiamo distribuito i Voucher agli orfani che sono sempre il nostro primo pensiero. Il latte ai malnutriti, proseguendo con le misurazioni con le istruzioni che i medici ci hanno dato dall’Italia.

Abbiamo distribuito coperte e legna per tutto il campo coprendo il fabbisogno dell’inverno.

A Kilis invece siamo riusciti a consegnare i sostegni alle famiglie e il carbone per i due mesi più freddi.

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La situazione 

La Turchia ospita il maggior numero di rifugiati siriani che sono fuggiti dal loro paese dall’inizio del conflitto.  Concordando con UNHCR, 3.654.173 milioni (di rifugiati) sono registrati dal governo turco, mentre un numero incalcolabile di persone vive in campi profughi spontanei diffusi nel paese. La regione di Adana ospita uno di questi campi nell’area di Tuzla, dove SSCH è operativa dal 2013. In quell’area circa 500 famiglie vivono con più di mille bambini che soffrono per malnutrizione e infezioni dovute all’acqua sporca. Le condizioni igieniche sono terribili e questo rende più facile per i virus, i batteri e altre forme di malattie diffondersi nel campo.

Le persone che vivono in quell’area lavorano nei campi agricoli dalle 7 del mattino fino alle 5 del pomeriggio per poco più di 2 euro al giorno, non sufficienti per mangiare tutti i giorni e con i quali acquistano gli stessi prodotti che coltivano. Il lavoro dei bambini è la normalità da quando è l’unica forma di approvvigionamento di cibo che possono avere, e per questa ragione non possono inserirsi nel sistema educativo. Inoltre il campo è situato lontano dalla città (più di un’ora di auto), il che significa che non possono avere accesso a nessun servizio o assistenza di base.

Dal 2013 SSCH fornisce pacchi di cibo, latte in polvere quando necessario, coperte e vestiti pesanti per l’inverno e assistenza medica. La situazione sta peggiorando, specialmente per quanto riguarda l’educazione e la malnutrizione.

Ma volevamo fare qualcosa di cuore, una piccola oasi di colore… qualcosa che curi l’anima…

Obiettivi e durata 

L’obiettivo dell’associazione è quello di provvedere a quei servizi educativi ai quali i bambini non possono avere accesso organizzando una Tenda Scuola nel campo profughi. Dal momento che la maggior parte di essi è completamente analfabeta, le lezioni copriranno tutti gli aspetti dell’educazione di base, insegnando loro come scrivere, fare di conto e leggere. Oltre a questo, SSCH vorrebbe mantenere la lotta contro la malnutrizione. Abbiamo registrato 4 casi specifici e molto gravi a rischio di morte: 3 neonati e una bambina di tre anni. Uno dei neonati è paralizzato e nutrito artificialmente. Inoltre, l’associazione vorrebbe prendersi cura dei circa 100 orfani registrati, che sono i più vulnerabili. L’area dove è situato il campo non è una zona sicura: quando i bambini vanno a lavorare nei campi agricoli, affrontano la violenza e talvolta il rapimento; i più a rischio sono questi orfani perché non sono protetti dagli adulti. SSCH vuole fornire cibo sufficiente così che loro non siano obbligati a lavorare in quei campi. Quegli orfani sono 110 e sono stati suddivisi in 26 nuclei, rispettando il fatto che sono fratelli. Nel settembre 2019 abbiamo iniziato con loro un “sostegno a distanza” coinvolgendo famiglie italiane che li sostengono mensilmente fornendo cibo di base. Questo ammonta a 40 o 50 euro per gruppo di fratelli orfani. Questo tipo di aiuto non è sufficiente. Abbiamo calcolato che per essere di supporto in maniera efficace, andrebbe spesa una cifra di 110 euro per ogni gruppo di bambini, dal momento che la maggior parte di loro soffrono di malnutrizione e di problemi patologici. Il progetto è pensato per i prossimi due anni con resoconti periodici rispetto alla situazione.

 

Monitoraggio 

I nostri volontari viaggiano in Turchia tutti i mesi. Il monitoraggio viene fatto attraverso relazioni scritte e fotografie in collaborazione con i coordinatori locali del campo e l’insegnante della scuola.

 

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Scrivo dopo tre settimane dal rientro, non so se è un bene o un male.

Le emozioni si sedimentano, cambiano forma ma sono sempre dentro di te.

Chi scrive, Arianna, sono 6 anni che parte e torna e non sa più in che posto mettersi e che direzione dare alla propria vita.

Ma continua a farlo con il sogno o l’utopia di poter cambiare anche solo un destino a questi bambini a cui gli adulti hanno tolto tutto:il futuro e la speranza.

E’ stata una missione impegnativa: abbiamo distribuito i pacchi alimentari e il medico che ci accompagna, Lorenzo, ha dispensato per un giorno intero cure mediche ed è intervenuto sui malnutriti, sia verificandone i miglioramenti, sia distribuendo il latte in polvere. Con lui Pietro, un volontario che ha raccolto fondi per poter aiutare e si è messo a disposizione partendo con noi.

Insieme hanno iniziato anche a creare cartelle cliniche per poter poi lavorare anche nei mesi successivi con un database che consenta anche di fare passaggi di consegne fra i tre medici che ci seguono a turno.

Un lavoro immenso e faticoso, viste le condizioni in cui si lavora.

Un altro piccolo gruppo di lavoro, Luca e Andrea, montano la tenda scuola e l’insegnante (che da anni è anche il nostro interprete) censisce i futuri alunni.

Sarà una piccola scuola senza pretese, sono tanti bambini e disomogenei. Si cercherà di insegnar loro a leggere, scrivere e contare. Sarà una piccola oasi di pace e colori. Gli unici che questi bambini abbiano visto da anni.

Inauguriamo la scuola in uno dei più bei momenti che io abbia mai vissuto: gioia allo stato puro, euforia ma anche ordine e compostezza.

Qualcosa solo per loro, loro che non hanno niente se non ore di duro lavoro nei campi.

Speriamo di avere fondi per mantenere viva e attiva la scuola.

Mentre i bambini hanno la loro prima lezione informale, passiamo a consegnare i Voucher per i sostegni agli orfani. Per ogni consegna Andrea fa una foto che poi manderemo alle famiglie in Italia.

E’ molto emozionante ritrovarli e raccontare poi le loro storie a chi vuole loro bene dall’Italia.

E’ un lavoro lunghissimo, arriviamo a sera e al buio. Alcuni di loro dormono, solo alcuni perché sono tutti felici di vederci, e ci manderanno le foto il giorno dopo.

Abbiamo individuato un piccolo negozio dove abbiamo stipulato un contratto: noi diamo loro i soldi per ogni Voucher e i bambini possono recarsi, accompagnati dai due capi campo, ad acquistare quello che serve loro.

Funziona, ma ci si deve fidare.

Stare al campo ti riempie e ti svuota, la sera sei stanco e frastornato. Non vorresti andare via.

Il giorno dopo ci facciamo le solite quattro ore di macchina per andare a Kilis, ospiti di Majad (The Sons of War) per consegnare i sostegni alle famiglie profughe, famiglie sempre sostenute da altrettante famiglie italiane.

Il giro è sempre pieno di affetto misto a sconforto per le sorti di tutte queste persone, bambini soprattutto.

Ci conforta sapere che, grazie a questi sostegni che li aiutano a mangiare, i bambini non sono costretti a lavorare e molti di loro sono tornati a scuola.

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Ad Agosto è stata una missione molto particolare e “piena”. Una missione con più tempo per soffermarsi a pensare e approfondire.

E’ potuta partire solo Lidia come volontaria interna, accompagnata da un amico.

Sono stati una settimana sul confine, ospiti del nostro contatto Majad (The Sons of War) che ci aiuta con i sostegni alle famiglie.
Avevano delle attività universitarie da svolgere ma hanno anche impiegato gran parte del tempo a consegnare i sostegni alle famiglie, perdendo davvero molto tempo con loro per parlare e farsi raccontare le loro storie.

I due ragazzi sono tornati molto provati ma pieni di umanità ritrovata, le famiglie ci hanno sentito molto vicini e i donatori italiani hanno ricevuto molte notizie sulle vite di queste persona che sono adesso in qualche modo legate a loro.

Sono anche andati al campo ma un solo giorno, per seguire il piccolo Tamer di cui vi avevamo parlato nel resoconto di luglio e consegnare il latte ai casi di bambini denutriti che avevamo individuato sempre nella missione precedente.

 

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Questa missione è stata molto importante perché abbiamo deciso, oltre che portare pacchi alimentari e cure mediche, di censire i bambini.

Al campo ci sono più di mille bambini, di cui più di cento sono orfani di entrambi i genitori o di uno dei due.

Vorremmo iniziare a censire appunto quest’ultimi per poi far partire un progetto di sostegno a distanza.

Ogni famiglia italiana sosterrà un orfano o un nucleo di fratelli orfani.

Atterriamo e il caldo ci soffoca, anche se è sera. Immaginiamo le condizioni del campo e dei bambini costretti a lavorare 10 ore sotto al sole.

Come prima cosa andiamo a controllare che i quasi 500 pacchi alimentari siano pronti. Non lo sono ma lo saranno per la mattina dopo.

Questa volta e come sempre ci accompagna anche un medico, Anna.

Molte medicine ci sono state donate insieme a latte in polvere, altre le andiamo ad acquistare la mattina seguente. Poi passiamo al magazzino e seguiamo verso il campo i due furgoni carichi di pacchi alimentari.

Il medico visita tutto il giorno con temperature insopportabili.

Troviamo neonati malnutriti a cui lasciamo il latte (ne acquistiamo anche molto altro perché quello che abbiamo non basta) e un caso molto grave: un bambino con paralisi cerebrale a seguito di un’infezione che ora viene nutrito con sondino nello stomaco.

Per questo bambini servirà un alimento specifico che decidiamo di portare la missione successiva, intanto tamponiamo con del latte multi vitaminico e proteico.

Ha anche in corso un’infezione e Anna interviene con antibiotico, istruendo poi la madre su come proseguire.

La distribuzione alimentare è sempre un momento di confusione ma ormai abbiamo lista delle famiglie e i due capi campo la gestiscono molto bene.

Contare gli orfani e fare foto affinché siano sostenuti è davvero un “lavoro” faticoso, ma ce la facciamo.

I bimbi sono tanti, la confusione anche.

L’interprete è molto più utile al medico, ovviamente, ma cerca di dividersi tra una cosa e l’altra.

La sera siamo stremati ma contenti, ora abbiamo censito gli orfani e le adozioni potranno partire al nostro rientro in Italia.
La mattina dopo ci spostiamo verso il confine, sono 4 ore di macchina, per raggiungere Kilis e portare i sostegni alle famiglie che altrettante famiglie aiutano dall’Italia.

La notte siamo, come sempre, ospite di Majad dell’associazione The Sons of War che è il nostro amico e collaboratore sul posto. Il suo team ci supporta quando siamo al lavoro e anche dall’Italia provvedendo alle distribuzioni tutte le volte (rare) in cui non possiamo esserci personalmente.

Majad ha anche un piccolo laboratorio in cui donne Siriane confezionano saponi e piccoli oggetti, strappandole da una vita di miseria.

Ne portiamo, come sempre, un po’ in Italia per farne dei gadget.

Il nostro trio: Arianna, Andrea e Anna ha lavorato in maniera affiatata e senza una lamentela. Le giornate sono pesanti e quello che si vede toglie equilibrio, ma con persone che condividono i tuoi stessi ideali la missione è più lieve.

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Da Maggio 2019 sosteniamo sul confine Turco/Siriano 21 famiglie selezionate tra le più fragili e bisognose. Sono famiglie con bambini orfani, genitori, infermi, figli disabili. Esseri umani al limite della sopravvivenza.
Questo sostegno è possibile grazie al supporto economico di altrettante famiglie italiane che ogni mese ci donano una cifra che trasformiamo in un Voucher d’acquisto che consegniamo personalmente alle famiglie.

Il progetto crea un legame stretto fra noi ed i donatori, fra noi e le famiglie siriane e fra queste sfortunate famiglie e i loro donatori che le supportano. Ne siamo molto orgogliosi ed è possibile grazie alla generosità di molti.

 

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Siamo partiti con un bel clima caldo e arriviamo in Turchia che fa ancora più caldo.

Si sta bene, i bambini al campo hanno superato un altro inverno.

Il sesto da quando li conosciamo.

Ad Adana, la sera, ci aspetta sempre l’interprete che ci segue in tutte le missioni e che aiuta nella contrattazione con il magazzino alimentare per la preparazione dei pacchi, per la trattativa del prezzo, nel cercare furgoni e autisti per il trasporto.
Non è facile gestire la preparazione della missione dall’Italia. E’ fatta di mail, di messaggi, di telefonate, di video chiamate. Si tratta di dare disposizioni, capirsi ed essere poi veloci quando si arriva.

Ma gli imprevisti sono all’ordine del giorno, per lingua e zona del mondo non certo semplice.

La sicurezza negli spostamenti e l’organizzazione devono essere al primo posto.

Stavolta siamo senza medico, al campo sarà un problema ma non abbiamo trovato chi sostituisse il nostro medico abituale.

Tra imprevisti e colpi di scena riusciamo a portare i quasi 500 pacchi alimentari al campo (che poi sono due campi in uno), la distribuzione si svolge sempre più in maniera ordinata e seguendo una lista di famiglie stilata dai referenti del campo stesso.

Fa caldo, di bambini quando arriviamo ce ne sono meno del solito perché stanno lavorando nei campi coltivati circostanti. Vengono sfruttati per pochi euro a settimana.
Arrivano nel tardo pomeriggio, stanchi ma sorridenti e passiamo del tempo con loro.

E’ sempre quel tempo che ti strazia e ti colma allo stesso tempo, ti rende impotente e vivo.
Ti aiuta a proseguire, a dispetto di ogni difficoltà.

La mattina dopo ci spostiamo sul confine per consegnare i sostegni alle 22 famiglie.

Abbiamo un giorno e mezzo per farlo, sembra tanto ma è pochissimo.

In ogni famiglia ci sediamo, parliamo, cerchiamo di esser loro vicini e non solo di portare l’aiuto economico che le famiglie dall’Italia mandano loro.

Io, Arianna, scrivo tutto perché amo poi dare notizie alle persone che stanno aiutando questi bambini e le loro famiglie (quando le hanno).

Mi piace che ci sia uno scambio continuo. Questo è anche lo scopo del progetto: aiutare ma anche conoscere e conoscersi.

Le situazioni sono sempre al limite del possibile, sulla soglia della disperazione.

Questo da anni.

Mentre noi siamo in Turchia e sul confine con la Siria, in Iraq i nostri collaboratori della Croce Rossa Irachena stanno distribuendo 300 pacchi alimentari al Campo di Barika, lo stesso campo dove eravamo stati a Febbraio per distribuire cibo e cure mediche.

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MISSIONE MORIA E TURCHIA DAL 17 AL 24 FEBBRAIO 2019

Il Campo di Moria è l’inferno creato dall’uomo. Come ogni inferno sulla terra del resto.

Di campi peggiori di questo ne abbiamo viste a decine, ma Moria è su un livello diverso.

Le varie famiglie non comunicano fra loro, non c’è mutuo soccorso ma divisione, un’esasperazione che non abbiamo trovato altrove. C’è delinquenza e ci sono veri e propri casi sull’orlo della follia.

Sarà che queste persone sono arrivate in Europa con il miraggio di una libertà che non esiste e non hanno la minima prospettiva di futuro. Sanno solo di non essere morti.

A Moria è anche quasi impossibile aiutare, per via delle mille regole a cui un’associazione deve o dovrebbe sottostare. E a questo noi non siamo né abituati, né preparati.

Siamo partiti dall’Italia con 2 furgoni carichi di vestiti, coperte, giubbini, scarpe … tutti aiuti che persone comuni e di buon cuore ci hanno donato. Il viaggio via terra di Matteo, Marino e Jamal è lungo e faticoso, l’ultima tratta si fa su due traghetti, viaggiano di notte e arrivano la mattina presto al porto di Metilene, sull’isola di Lesbo.

Ad attenderli ci siamo io (Arianna) e Luca (mio marito) e i volontari di Refugee4Refugees che ci offriranno supporto e logistica per la distribuzione dei vestiti.

Marino, il medico, come sempre passerà il suo tempo al campo per visitare tutte le persone possibili, tenda per tenda. Caso per caso. Bambini, ragazzini per lo più, con sguardi stanchi e senza speranza.

Con il supporto logistico di Refugee4Refugees faremo sì che decine e decine di famiglie riceveranno indumenti di cui necessitano. Le famiglie si recheranno nel negozio dell’associazione (dove tutto è naturalmente gratis) anche dopo la nostra partenza e questo ci fa molto felici. Ogni abito che ci è stato donato sarà scelto da madri premurose, senza file, senza ressa ma tutto in estrema calma e semplicità.

A Moria ci sono storie che ti lasciano un segno profondo, come quella di Parisa, una ragazzina Afghana, a cui Holly (Holly e Andrea sono arrivati un giorno dopo di noi) chiede semplicemente il nome e lei ci consegna 8 pagine scritte in Persiano, contenenti la sua storia.

O come quella di un bellissimo ragazzo siriano di circa 17 anni i cui genitori lo hanno messo su un gommone affinché si salvasse e lui, per il trauma, lo stress e le privazioni, non ricorda quasi più nulla. Non del suo passato, ma mischia i giorni del presente e vive dissociato, quasi assorto. Ascolta musica e non fa niente tutto il giorno, gli occhi sono quelli di un bambino: pieni di meraviglia.

Conosciamo un giovane medico siriano che presta la sua opera in una piccola clinica fuori dal campo, attorno alla clinica è nato un centro dove si cerca di far fare qualcosa a tutte queste vite sospese: una scuola, una mensa, una palestra improvvisata…

Ci sono altri campi nell’isola, tutti inaccessibili e recintati come a dire che non hanno bisogno di niente.

Ma le persone che escono si accalcano in maniera feroce quando distribuiamo loro vestiti e coperte, una scena indimenticabile, specchio di disperazione e miseria. Esseri umani ridotti a contendersi un maglione o una coperta.

Alcuni di noi tornano a casa, Matteo e Jamal sempre guidando i furgoni e sono quelli che hanno dato di più in termini di tempo e fatica.
Il dottor Marino Andolina rientra in aereo, io (Arianna), Luca, Holly e Andrea proseguiamo per la Turchia dove abbiamo un paio di incontri con i nostri referenti locali.
Questa volta non faremo distribuzione alimentare e di beni di prima necessità, l’intento è di capire come e se riuscire ad aprire una scuola al campo che seguiamo dal 2014 per poi spostarci a Kilis per visitare una famiglia che sosteniamo e pensare ad un progetto stabile che coinvolga i profughi “cittadini” che vivono da anni in garage e scantinati, senza alcun aiuto e senza poter lavorare.

Come sempre visitiamo alcune famiglie e come sempre spezza il cuore vedere bambini, malati, anziani, disabili, orfani e vedove vivere in condizioni semplicemente disumane e inaccettabili.

L’idea sarebbe di tentare di creare dei sostegni a distanza ma anche di stabilire un progetto di più ampio respiro dove si possa preparare del pane e distribuirlo regolarmente, creando anche qualche occupazione retribuita per queste donne sole.

Il nostro contatto ci sottopone alcuni validi progetti, ai quali pensiamo e che vorremmo realizzare se solo prendessimo qualche sovvenzione, vincessimo qualche bando.

Dopo almeno 3 anni riesco a passare il confine e tornare in Siria, la situazione è quella di una catastrofe umanitaria. Indescrivibile.

Non c’è più niente, non ci sono case, strade, infrastrutture. La Siria è una sterminata distesa di tende e di sfollati, fango e detriti.
Queste persone, per lo più vedove, anziani e bambini, non ricevono quasi nessun aiuto ed i bambini mendicano per strada anziché andare a scuola e giocare.

A queste persone è stato tolto tutto e difficilmente potranno tornare alle loro case, i bambini saranno la prossima generazione di analfabeti, arrabbiati e pronti ad essere reclutati dai fanatici di turno.

Torno a casa con un senso di rabbia e impotenza, cerchiamo di immaginare cosa potremmo e vorremmo fare ma sono tanti, sono migliaia e migliaia e non potremmo mai noi di SSCh fare la differenza. Nemmeno per un piccolo numero, mancano fondi, mancano energie, manca tutta la comunità internazionale che muova progetti enormi.

Possano queste parole essere almeno scintilla per qualcosa di importante, possa il mondo chiedermi di raccontare e decidere di agire.

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Per la prima volta si parte senza andare al campo profughi che sosteniamo da anni.

Incontreremo i due referenti del campo a Gaziantep per mettere solide basi alle nostre azioni di aiuto.

Poi ci sposteremo a Kilis per iniziare un progetto di sostegno a distanza d famiglie in gravi situazioni.
L’incontro con i referenti del campo è necessario e non si può più rimandare.

Il campo non è organizzato o supportato da nessuna organizzazione, tranne che rarissimi interventi spot.
Siamo solo noi la realtà che cerca di dare costanza agli aiuti che portiamo: cibo, cure mediche, beni di prima necessità soprattutto per l’inverno.
All’interno del campo siamo supportati, sul territorio un po’ meno.
Stabiliamo con i due referenti che, grazie al loro aiuto, cercheremo di portare pacchi alimentari un mese si ed uno no, inizieremo un progetto scuola e sosterremo in maniera più attenta gli oltre 100 orfani che vivono al campo.
D’inverno ci impegniamo, come in passato, a portare ciò che serve per scaldarsi.

La sfida, economicamente parlando, è immensa per una piccola associazione come la nostra.
Personalmente io, Arianna, ne sono spaventata e quasi sopraffatta. Ma vogliamo tentare.
Cercheremo donatori che si prendano carico di un nucleo di profughi, cercheremo anche di presentare questi progetti ed ottenere finanziamenti.

E’ un’incognita ma si tratta di almeno 1000 bambini, quasi 500 famiglie. Un mondo di disperazione e privazioni.

A Kilis individuiamo 22 famiglie, tra le ultime tra gli ultimi e altrettanti donatori Italiani li sosterranno nei bisogni primari: cibo e materiale scolastico per i bambini.
Sono famiglie dove spesso la madre, vedova, non ha di che sfamare i propri figli ed è spesso costretta a mandarli a lavorare.

Spesso i padri non ci sono o sono mutilati e anche quando presenti non c’è lavoro per loro.
Spesso donne sole hanno figli disabili o anziani a carico.
Con questo sostegno vorremmo provare a far sì che possano almeno mangiare e mandare i figli a scuola.

Perché, a differenza del campo, esistono le scuole e d è un grande obiettivo far sì che questi bambini possano frequentarle e salvarsi.

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