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Scrivo dopo tre settimane dal rientro, non so se è un bene o un male.

Le emozioni si sedimentano, cambiano forma ma sono sempre dentro di te.

Chi scrive, Arianna, sono 6 anni che parte e torna e non sa più in che posto mettersi e che direzione dare alla propria vita.

Ma continua a farlo con il sogno o l’utopia di poter cambiare anche solo un destino a questi bambini a cui gli adulti hanno tolto tutto:il futuro e la speranza.

E’ stata una missione impegnativa: abbiamo distribuito i pacchi alimentari e il medico che ci accompagna, Lorenzo, ha dispensato per un giorno intero cure mediche ed è intervenuto sui malnutriti, sia verificandone i miglioramenti, sia distribuendo il latte in polvere. Con lui Pietro, un volontario che ha raccolto fondi per poter aiutare e si è messo a disposizione partendo con noi.

Insieme hanno iniziato anche a creare cartelle cliniche per poter poi lavorare anche nei mesi successivi con un database che consenta anche di fare passaggi di consegne fra i tre medici che ci seguono a turno.

Un lavoro immenso e faticoso, viste le condizioni in cui si lavora.

Un altro piccolo gruppo di lavoro, Luca e Andrea, montano la tenda scuola e l’insegnante (che da anni è anche il nostro interprete) censisce i futuri alunni.

Sarà una piccola scuola senza pretese, sono tanti bambini e disomogenei. Si cercherà di insegnar loro a leggere, scrivere e contare. Sarà una piccola oasi di pace e colori. Gli unici che questi bambini abbiano visto da anni.

Inauguriamo la scuola in uno dei più bei momenti che io abbia mai vissuto: gioia allo stato puro, euforia ma anche ordine e compostezza.

Qualcosa solo per loro, loro che non hanno niente se non ore di duro lavoro nei campi.

Speriamo di avere fondi per mantenere viva e attiva la scuola.

Mentre i bambini hanno la loro prima lezione informale, passiamo a consegnare i Voucher per i sostegni agli orfani. Per ogni consegna Andrea fa una foto che poi manderemo alle famiglie in Italia.

E’ molto emozionante ritrovarli e raccontare poi le loro storie a chi vuole loro bene dall’Italia.

E’ un lavoro lunghissimo, arriviamo a sera e al buio. Alcuni di loro dormono, solo alcuni perché sono tutti felici di vederci, e ci manderanno le foto il giorno dopo.

Abbiamo individuato un piccolo negozio dove abbiamo stipulato un contratto: noi diamo loro i soldi per ogni Voucher e i bambini possono recarsi, accompagnati dai due capi campo, ad acquistare quello che serve loro.

Funziona, ma ci si deve fidare.

Stare al campo ti riempie e ti svuota, la sera sei stanco e frastornato. Non vorresti andare via.

Il giorno dopo ci facciamo le solite quattro ore di macchina per andare a Kilis, ospiti di Majad (The Sons of War) per consegnare i sostegni alle famiglie profughe, famiglie sempre sostenute da altrettante famiglie italiane.

Il giro è sempre pieno di affetto misto a sconforto per le sorti di tutte queste persone, bambini soprattutto.

Ci conforta sapere che, grazie a questi sostegni che li aiutano a mangiare, i bambini non sono costretti a lavorare e molti di loro sono tornati a scuola.

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Ad Agosto è stata una missione molto particolare e “piena”. Una missione con più tempo per soffermarsi a pensare e approfondire.

E’ potuta partire solo Lidia come volontaria interna, accompagnata da un amico.

Sono stati una settimana sul confine, ospiti del nostro contatto Majad (The Sons of War) che ci aiuta con i sostegni alle famiglie.
Avevano delle attività universitarie da svolgere ma hanno anche impiegato gran parte del tempo a consegnare i sostegni alle famiglie, perdendo davvero molto tempo con loro per parlare e farsi raccontare le loro storie.

I due ragazzi sono tornati molto provati ma pieni di umanità ritrovata, le famiglie ci hanno sentito molto vicini e i donatori italiani hanno ricevuto molte notizie sulle vite di queste persona che sono adesso in qualche modo legate a loro.

Sono anche andati al campo ma un solo giorno, per seguire il piccolo Tamer di cui vi avevamo parlato nel resoconto di luglio e consegnare il latte ai casi di bambini denutriti che avevamo individuato sempre nella missione precedente.

 

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Questa missione è stata molto importante perché abbiamo deciso, oltre che portare pacchi alimentari e cure mediche, di censire i bambini.

Al campo ci sono più di mille bambini, di cui più di cento sono orfani di entrambi i genitori o di uno dei due.

Vorremmo iniziare a censire appunto quest’ultimi per poi far partire un progetto di sostegno a distanza.

Ogni famiglia italiana sosterrà un orfano o un nucleo di fratelli orfani.

Atterriamo e il caldo ci soffoca, anche se è sera. Immaginiamo le condizioni del campo e dei bambini costretti a lavorare 10 ore sotto al sole.

Come prima cosa andiamo a controllare che i quasi 500 pacchi alimentari siano pronti. Non lo sono ma lo saranno per la mattina dopo.

Questa volta e come sempre ci accompagna anche un medico, Anna.

Molte medicine ci sono state donate insieme a latte in polvere, altre le andiamo ad acquistare la mattina seguente. Poi passiamo al magazzino e seguiamo verso il campo i due furgoni carichi di pacchi alimentari.

Il medico visita tutto il giorno con temperature insopportabili.

Troviamo neonati malnutriti a cui lasciamo il latte (ne acquistiamo anche molto altro perché quello che abbiamo non basta) e un caso molto grave: un bambino con paralisi cerebrale a seguito di un’infezione che ora viene nutrito con sondino nello stomaco.

Per questo bambini servirà un alimento specifico che decidiamo di portare la missione successiva, intanto tamponiamo con del latte multi vitaminico e proteico.

Ha anche in corso un’infezione e Anna interviene con antibiotico, istruendo poi la madre su come proseguire.

La distribuzione alimentare è sempre un momento di confusione ma ormai abbiamo lista delle famiglie e i due capi campo la gestiscono molto bene.

Contare gli orfani e fare foto affinché siano sostenuti è davvero un “lavoro” faticoso, ma ce la facciamo.

I bimbi sono tanti, la confusione anche.

L’interprete è molto più utile al medico, ovviamente, ma cerca di dividersi tra una cosa e l’altra.

La sera siamo stremati ma contenti, ora abbiamo censito gli orfani e le adozioni potranno partire al nostro rientro in Italia.
La mattina dopo ci spostiamo verso il confine, sono 4 ore di macchina, per raggiungere Kilis e portare i sostegni alle famiglie che altrettante famiglie aiutano dall’Italia.

La notte siamo, come sempre, ospite di Majad dell’associazione The Sons of War che è il nostro amico e collaboratore sul posto. Il suo team ci supporta quando siamo al lavoro e anche dall’Italia provvedendo alle distribuzioni tutte le volte (rare) in cui non possiamo esserci personalmente.

Majad ha anche un piccolo laboratorio in cui donne Siriane confezionano saponi e piccoli oggetti, strappandole da una vita di miseria.

Ne portiamo, come sempre, un po’ in Italia per farne dei gadget.

Il nostro trio: Arianna, Andrea e Anna ha lavorato in maniera affiatata e senza una lamentela. Le giornate sono pesanti e quello che si vede toglie equilibrio, ma con persone che condividono i tuoi stessi ideali la missione è più lieve.

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Da Maggio 2019 sosteniamo sul confine Turco/Siriano 21 famiglie selezionate tra le più fragili e bisognose. Sono famiglie con bambini orfani, genitori, infermi, figli disabili. Esseri umani al limite della sopravvivenza.
Questo sostegno è possibile grazie al supporto economico di altrettante famiglie italiane che ogni mese ci donano una cifra che trasformiamo in un Voucher d’acquisto che consegniamo personalmente alle famiglie.

Il progetto crea un legame stretto fra noi ed i donatori, fra noi e le famiglie siriane e fra queste sfortunate famiglie e i loro donatori che le supportano. Ne siamo molto orgogliosi ed è possibile grazie alla generosità di molti.

 

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Siamo partiti con un bel clima caldo e arriviamo in Turchia che fa ancora più caldo.

Si sta bene, i bambini al campo hanno superato un altro inverno.

Il sesto da quando li conosciamo.

Ad Adana, la sera, ci aspetta sempre l’interprete che ci segue in tutte le missioni e che aiuta nella contrattazione con il magazzino alimentare per la preparazione dei pacchi, per la trattativa del prezzo, nel cercare furgoni e autisti per il trasporto.
Non è facile gestire la preparazione della missione dall’Italia. E’ fatta di mail, di messaggi, di telefonate, di video chiamate. Si tratta di dare disposizioni, capirsi ed essere poi veloci quando si arriva.

Ma gli imprevisti sono all’ordine del giorno, per lingua e zona del mondo non certo semplice.

La sicurezza negli spostamenti e l’organizzazione devono essere al primo posto.

Stavolta siamo senza medico, al campo sarà un problema ma non abbiamo trovato chi sostituisse il nostro medico abituale.

Tra imprevisti e colpi di scena riusciamo a portare i quasi 500 pacchi alimentari al campo (che poi sono due campi in uno), la distribuzione si svolge sempre più in maniera ordinata e seguendo una lista di famiglie stilata dai referenti del campo stesso.

Fa caldo, di bambini quando arriviamo ce ne sono meno del solito perché stanno lavorando nei campi coltivati circostanti. Vengono sfruttati per pochi euro a settimana.
Arrivano nel tardo pomeriggio, stanchi ma sorridenti e passiamo del tempo con loro.

E’ sempre quel tempo che ti strazia e ti colma allo stesso tempo, ti rende impotente e vivo.
Ti aiuta a proseguire, a dispetto di ogni difficoltà.

La mattina dopo ci spostiamo sul confine per consegnare i sostegni alle 22 famiglie.

Abbiamo un giorno e mezzo per farlo, sembra tanto ma è pochissimo.

In ogni famiglia ci sediamo, parliamo, cerchiamo di esser loro vicini e non solo di portare l’aiuto economico che le famiglie dall’Italia mandano loro.

Io, Arianna, scrivo tutto perché amo poi dare notizie alle persone che stanno aiutando questi bambini e le loro famiglie (quando le hanno).

Mi piace che ci sia uno scambio continuo. Questo è anche lo scopo del progetto: aiutare ma anche conoscere e conoscersi.

Le situazioni sono sempre al limite del possibile, sulla soglia della disperazione.

Questo da anni.

Mentre noi siamo in Turchia e sul confine con la Siria, in Iraq i nostri collaboratori della Croce Rossa Irachena stanno distribuendo 300 pacchi alimentari al Campo di Barika, lo stesso campo dove eravamo stati a Febbraio per distribuire cibo e cure mediche.

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MISSIONE MORIA E TURCHIA DAL 17 AL 24 FEBBRAIO 2019

Il Campo di Moria è l’inferno creato dall’uomo. Come ogni inferno sulla terra del resto.

Di campi peggiori di questo ne abbiamo viste a decine, ma Moria è su un livello diverso.

Le varie famiglie non comunicano fra loro, non c’è mutuo soccorso ma divisione, un’esasperazione che non abbiamo trovato altrove. C’è delinquenza e ci sono veri e propri casi sull’orlo della follia.

Sarà che queste persone sono arrivate in Europa con il miraggio di una libertà che non esiste e non hanno la minima prospettiva di futuro. Sanno solo di non essere morti.

A Moria è anche quasi impossibile aiutare, per via delle mille regole a cui un’associazione deve o dovrebbe sottostare. E a questo noi non siamo né abituati, né preparati.

Siamo partiti dall’Italia con 2 furgoni carichi di vestiti, coperte, giubbini, scarpe … tutti aiuti che persone comuni e di buon cuore ci hanno donato. Il viaggio via terra di Matteo, Marino e Jamal è lungo e faticoso, l’ultima tratta si fa su due traghetti, viaggiano di notte e arrivano la mattina presto al porto di Metilene, sull’isola di Lesbo.

Ad attenderli ci siamo io (Arianna) e Luca (mio marito) e i volontari di Refugee4Refugees che ci offriranno supporto e logistica per la distribuzione dei vestiti.

Marino, il medico, come sempre passerà il suo tempo al campo per visitare tutte le persone possibili, tenda per tenda. Caso per caso. Bambini, ragazzini per lo più, con sguardi stanchi e senza speranza.

Con il supporto logistico di Refugee4Refugees faremo sì che decine e decine di famiglie riceveranno indumenti di cui necessitano. Le famiglie si recheranno nel negozio dell’associazione (dove tutto è naturalmente gratis) anche dopo la nostra partenza e questo ci fa molto felici. Ogni abito che ci è stato donato sarà scelto da madri premurose, senza file, senza ressa ma tutto in estrema calma e semplicità.

A Moria ci sono storie che ti lasciano un segno profondo, come quella di Parisa, una ragazzina Afghana, a cui Holly (Holly e Andrea sono arrivati un giorno dopo di noi) chiede semplicemente il nome e lei ci consegna 8 pagine scritte in Persiano, contenenti la sua storia.

O come quella di un bellissimo ragazzo siriano di circa 17 anni i cui genitori lo hanno messo su un gommone affinché si salvasse e lui, per il trauma, lo stress e le privazioni, non ricorda quasi più nulla. Non del suo passato, ma mischia i giorni del presente e vive dissociato, quasi assorto. Ascolta musica e non fa niente tutto il giorno, gli occhi sono quelli di un bambino: pieni di meraviglia.

Conosciamo un giovane medico siriano che presta la sua opera in una piccola clinica fuori dal campo, attorno alla clinica è nato un centro dove si cerca di far fare qualcosa a tutte queste vite sospese: una scuola, una mensa, una palestra improvvisata…

Ci sono altri campi nell’isola, tutti inaccessibili e recintati come a dire che non hanno bisogno di niente.

Ma le persone che escono si accalcano in maniera feroce quando distribuiamo loro vestiti e coperte, una scena indimenticabile, specchio di disperazione e miseria. Esseri umani ridotti a contendersi un maglione o una coperta.

Alcuni di noi tornano a casa, Matteo e Jamal sempre guidando i furgoni e sono quelli che hanno dato di più in termini di tempo e fatica.
Il dottor Marino Andolina rientra in aereo, io (Arianna), Luca, Holly e Andrea proseguiamo per la Turchia dove abbiamo un paio di incontri con i nostri referenti locali.
Questa volta non faremo distribuzione alimentare e di beni di prima necessità, l’intento è di capire come e se riuscire ad aprire una scuola al campo che seguiamo dal 2014 per poi spostarci a Kilis per visitare una famiglia che sosteniamo e pensare ad un progetto stabile che coinvolga i profughi “cittadini” che vivono da anni in garage e scantinati, senza alcun aiuto e senza poter lavorare.

Come sempre visitiamo alcune famiglie e come sempre spezza il cuore vedere bambini, malati, anziani, disabili, orfani e vedove vivere in condizioni semplicemente disumane e inaccettabili.

L’idea sarebbe di tentare di creare dei sostegni a distanza ma anche di stabilire un progetto di più ampio respiro dove si possa preparare del pane e distribuirlo regolarmente, creando anche qualche occupazione retribuita per queste donne sole.

Il nostro contatto ci sottopone alcuni validi progetti, ai quali pensiamo e che vorremmo realizzare se solo prendessimo qualche sovvenzione, vincessimo qualche bando.

Dopo almeno 3 anni riesco a passare il confine e tornare in Siria, la situazione è quella di una catastrofe umanitaria. Indescrivibile.

Non c’è più niente, non ci sono case, strade, infrastrutture. La Siria è una sterminata distesa di tende e di sfollati, fango e detriti.
Queste persone, per lo più vedove, anziani e bambini, non ricevono quasi nessun aiuto ed i bambini mendicano per strada anziché andare a scuola e giocare.

A queste persone è stato tolto tutto e difficilmente potranno tornare alle loro case, i bambini saranno la prossima generazione di analfabeti, arrabbiati e pronti ad essere reclutati dai fanatici di turno.

Torno a casa con un senso di rabbia e impotenza, cerchiamo di immaginare cosa potremmo e vorremmo fare ma sono tanti, sono migliaia e migliaia e non potremmo mai noi di SSCh fare la differenza. Nemmeno per un piccolo numero, mancano fondi, mancano energie, manca tutta la comunità internazionale che muova progetti enormi.

Possano queste parole essere almeno scintilla per qualcosa di importante, possa il mondo chiedermi di raccontare e decidere di agire.

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Per la prima volta si parte senza andare al campo profughi che sosteniamo da anni.

Incontreremo i due referenti del campo a Gaziantep per mettere solide basi alle nostre azioni di aiuto.

Poi ci sposteremo a Kilis per iniziare un progetto di sostegno a distanza d famiglie in gravi situazioni.
L’incontro con i referenti del campo è necessario e non si può più rimandare.

Il campo non è organizzato o supportato da nessuna organizzazione, tranne che rarissimi interventi spot.
Siamo solo noi la realtà che cerca di dare costanza agli aiuti che portiamo: cibo, cure mediche, beni di prima necessità soprattutto per l’inverno.
All’interno del campo siamo supportati, sul territorio un po’ meno.
Stabiliamo con i due referenti che, grazie al loro aiuto, cercheremo di portare pacchi alimentari un mese si ed uno no, inizieremo un progetto scuola e sosterremo in maniera più attenta gli oltre 100 orfani che vivono al campo.
D’inverno ci impegniamo, come in passato, a portare ciò che serve per scaldarsi.

La sfida, economicamente parlando, è immensa per una piccola associazione come la nostra.
Personalmente io, Arianna, ne sono spaventata e quasi sopraffatta. Ma vogliamo tentare.
Cercheremo donatori che si prendano carico di un nucleo di profughi, cercheremo anche di presentare questi progetti ed ottenere finanziamenti.

E’ un’incognita ma si tratta di almeno 1000 bambini, quasi 500 famiglie. Un mondo di disperazione e privazioni.

A Kilis individuiamo 22 famiglie, tra le ultime tra gli ultimi e altrettanti donatori Italiani li sosterranno nei bisogni primari: cibo e materiale scolastico per i bambini.
Sono famiglie dove spesso la madre, vedova, non ha di che sfamare i propri figli ed è spesso costretta a mandarli a lavorare.

Spesso i padri non ci sono o sono mutilati e anche quando presenti non c’è lavoro per loro.
Spesso donne sole hanno figli disabili o anziani a carico.
Con questo sostegno vorremmo provare a far sì che possano almeno mangiare e mandare i figli a scuola.

Perché, a differenza del campo, esistono le scuole e d è un grande obiettivo far sì che questi bambini possano frequentarle e salvarsi.

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Le missioni sul confine siriano sono sempre rischiose e difficili da programmare, bisogna organizzare dall’Italia la sicurezza e le distribuzioni di cibo e beni di prima necessità, aiutati da contatti e
associazioni locali.
Ma quando si parte sappiamo già che l’imprevisto è sempre all’ordine del giorno.
Si deve solo cercare di gestirlo, senza eccessivo panico.
Siamo partiti Io (Arianna) ed Andrea, pronto a scattare le sue meravigliose foto ai nostri piccoli bambini.
Personalmente non sono partita tranquilla, meno di altre volte intendo dire.
Eravamo stati minacciati, come già accaduto, ma stavolta la minaccia aveva un nome ed una concretezza diversa.
Non si tratta di essere eroi ma abbiamo cercato di calcolare bene ogni mossa e ogni rischio e, una volta arrivati, deciso di esporci e andare ai campi solo a fronte di garanzie. Almeno minime.
Il caldo era soffocante, davvero da stare male e alcune cose hanno iniziato ad andare storte. Per esempio il noleggio del furgone su cui carichiamo i pacchi alimentari, il numero dei pacchi, la scorta che non si trovava.
Se ci si lasciasse andare allo sconforto, ogni missione salterebbe. Io e Andrea siamo affiatati e basta poco per capirci e supportarci, anche quando la fatica ti mette a dura prova e le ore di sonno sono poche.
Arrivati al campo la situazione che abbiamo trovato è sempre più tragica: le famiglie aumentano e l’esasperazione rende queste persone, che vivono da anni in miseria e disperazione, a volte difficilmente gestibile.
Ma è sempre meraviglioso rivedere bambini che conosciamo e supportiamo da anni, bambini che ci corrono incontro e ci chiamano per nome.  Sedersi nelle tende di adulti che cercano di farci stare bene con il poco che hanno (stavolta era Ramadan però… J ).
La distribuzione è un momento che qualche tempo fa poteva dirsi caotico, ora è ben organizzato con liste e nomi delle persone a cui spetta il pacco. Tutto questo grazie ai contatti e amici che ormai
abbiamo al campo.
Questa volta abbiamo previsto pacco doppio per i numerosi orfani, gli stessi a cui a Marzo avevamo portato le barrette energetiche.
Questa volta eravamo senza il medico, impegnato in Iraq, e purtroppo la parte sanitaria è stata quasi nulla ma fortunatamente non abbiamo visto casi gravi come spesso invece capita.
E poi il tempo per i bambini, seduti per terra a mostrare loro le nostre vite e le loro piccole e vuote esistenze donate a noi.
Li conosciamo quasi tutti, li chiamiamo per nome. Li abbracciamo e ci innalziamo al loro livello superiore, quello dell’innocenza.

Dell’innocenza e dei sorrisi anche dopo 12 ore di lavoro nei campi,  sfruttati e feriti nell’anima e nella dignità.
Bambini senza sogni, senza genitori e senza futuro. Invisibili, fragili come ali di farfalla ma che sanno donare più di quello che ricevono.

Non andiamo mai via a mani vuote: un piccolo anello di plastica, un disegno o un frutto.
Il senso profondo di aver fatto il possibile ma non abbastanza , perché nessun bambino, nessun essere umano, dovrebbe vivere aspettando elemosine altrui.
Eppure il nostro aiuto può fare ed ha fatto la differenza tra la vita e la morte.
E’ stata una missione breve, di corsa. Due soli giorni, pericolosa e concitata.

Ma tutto è andato bene e sappiamo che non potremmo fare altro che tornare presto.
Una promessa fatta ad occhi di bambino.

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I profughi che ho incontrato sono un inno alla vita. di Holly Boncoraglio

La partenza

Pegasus Airlines ringrazia. Ci siamo trovati tutti in aeroporto verso le 12. In questa missione saremo in 6, Arianna, Stefania, Marja, Andrea, io e Marino.

I bagagli sono tantissimi. Ognuno di noi aveva circa 5 borsoni a testa da 6/8 chili ciascuno, un preziosissimo lavoro fatto da Maruska, Mariateresa e Margherita. Il fatto di avere una tale quantità di bagagli è stata in realtà la nostra fortuna al banco check-in. Erano così tanti che hanno riservato un desk solo per noi. Gli altri passeggeri ci lanciavano occhiate a dir poco preoccupate, contenti di non essere loro quelli in fila dopo di noi. Una volta caricati tutti i borsoni ci siamo guardati soddisfatti; fino a che qualcuno ha chiesto se avevamo contato il numero dei bagagli e ci siamo resi conto di non averlo fatto. Fortunatamente Mariateresa e Margherita avevano attaccato su ogni collo dei biglietti con scritto il contenuto e il peso di ogni singolo borsone!

Il viaggio è andato bene, i voli erano entrambi in orario e abbiamo incontrato Marino e Marija in aeroporto ad Adana, nell’area ritiro bagagli. Avevamo 6 carrelli così stipati che ad ogni buca e ad ogni piccola discesa puntualmente cadeva qualcosa. Una vota fuori dall’aeroporto abbiamo preso i nostri furgoni. Si trattava di due furgoni neri da 7 posti ciascuno, belli ampli internamente e con i vetri scuri. Li abbiamo caricati e siamo partiti, diretti al  market, dove avremmo trovato i pacchi alimentari pronti da portare al campo.

Il market è in realtà un garage con accatastate una montagna di scatole che il nostro istinto riteneva fossero i nostri pacchi alimentari. Una volta scese io e Arianna ci siamo guardate un po’ preoccupate: erano scatoloni da 25 chili ciascuno contenenti pasta, riso, legumi, olio, burro e dolci per bambini…. come avremmo fatto a trasportarli? I nostri furgoni erano già per metà occupati dai borsoni con le giacche.

Per fortuna,  uno dei dipendenti del negozio che parlava un po’ inglese, si trovava li “per caso” con il suo camion bianco. Sempre per caso il furgone è abbastanza spazioso per i pacchi. Non avevamo scelta, perciò “per caso” o meno ci siamo trovati a dover accettare il suo aiuto.

Il piano originale era prendere il cibo, distribuirlo al primo campo, poi spostarci verso il secondo e distribuirlo lì. In un secondo tempo saremmo passati a prendere il furgone con le coperte, lo avremmo portato al secondo campo e distribuito insieme ai vestiti, poi saremmo tornati nel primo. Ma con il fatto che avevamo perso così tanto tempo, abbiamo dovuto cambiare piano. Prima passare a prendere il furgone con le coperte e guidarlo verso il primo campo, distribuire cibo e coperte. Poi andare al secondo campo, distribuire cibo e coperte in modo tale da lasciare liberi gli autisti, distribuire pail e giacche e poi ritornare al primo e completare la distribuzione.

Per fortuna l’autista che guidava il camion delle coperte conosceva la zona, la quale si trova in “the middle of nowhere”.

Il primo campo è abitato da curdi e siriani. In particolare ricordo una bambina con gli occhi verdi, siriana, e la bambina bionda. Quella con gli occhi verdi, mi si era letteralmente attaccata durante la missione che avevamo fatto nell’Ottobre del 2015. Ricordo che non mi lasciava mai. Nei mesi successivi chiesi ad Arianna di cercarla, ma purtroppo non la trovò più. Avevo con me un diario, che avrei regalato alla sorella maggiore della bambina Curda (il cui nome è Fiore, per noi); non perché io sia particolarmente affezionata a lei, ma perché ha la mia età; e come tutti i ragazzi della mia età penso abbia bisogno di qualcuno con cui confidarsi. Arianna mi aveva avvisato che probabilmente si era sposata, quindi nel diario ho messo una foto dove siamo ritratte insieme ad Arianna e a Fiore. Così, caso in cui non l’avessi trovata, avrei potuto donarlo alla sorella, con tantissimo affetto.

Questo campo è più vivibile rispetto al secondo; forze per la presenza del fiume, o perché è circondato da campi coltivati, o forse per la presenza della legna per ardere il fuoco. Certo non si può dire che se la passino bene, ma la povertà qui è diversa da quella desolante che si riscontra invece nel secondo campo.

Appena siamo arrivati Fiore, che teneva la mano della sua sorellina più piccola è corsa incontro a noi urlando “Arianna”. Ricordo come questa bambina mi era rimasta impressa poiché giocava sempre con i maschi, tra cui i suoi fratelli maggiori, e li comandava a bacchetta. Mentre sono immersa nei miei ricordi, lei viene verso di me chiamandomi “Abla” e mi abbraccia. Probabilmente anche lei si ricorda di me; forse perché durante il nostro primo incontro suo fratello mi aizzò contro una gallina.

Ci siamo spostati verso la parte sinistra del campo, dove c’era una piccola piazzetta. Lì ha avuto luogo la prima distribuzione. Questa volta avevamo chiesto la lista delle famiglie presenti, in modo tale da poter fare una distribuzione più equa e ordinata. Nonostante ciò non è stata una distribuzione facile. Non sono mancati qualche spintone né è mancato chi è rimasto senza cibo poiché non aveva lasciato il nome. Dopo la distribuzione io e Andrea ci siamo messi a gironzolare per il campo. Io volevo scattare qualche foto agli oggetti che facessero trasparire la condizione dell’essere rifugiato. Anche Andrea fotografava. Lui mi ricorda molto Sebastiao Salgado.

Stavamo camminando tranquillamente quando mi sono sentita chiamare da Arianna. Così sono tornata indietro e l’ho vista tenere in braccio un bambino. Questo piccolo non doveva avere più di 2 mesi, ma aveva due tubicini respiratori attaccati al naso, era molto pallido e magro, e muoveva a malapena gli occhi. Con voce preoccupata mi chiese di chiamare Marino. Lo ho trovato dopo qualche minuto mentre metteva una crema contro la leishmaniosi sull’orecchio di un bambino. Si è poi fatto condurre da Arianna che teneva tra le braccia il bimbo. Insieme siamo entrati nella tenda dei genitori, insieme all’interprete del negozio. In un attimo, da ironico Marino è diventato molto serio. Gli sono bastati pochi minuti per alzare lo sguardo e scuotere il capo in modo impercettibile. Nulla da fare. Il bambino morirà a breve.

Il suo problema è probabilmente dovuto ad anomalie durante il parto che gli hanno schiacciato la testa. Non vivrà a lungo. L’interprete si è poi girato verso i genitori, dicendogli che non servivano medicine e dovevano solo sperare in Dio, inshallah. Arianna lo ha corretto dicendogli che non c’era alcuna speranza; ma lui con gli occhi pieni di lacrime si è voltato verso di lei dicendo “lo so. Ma non posso, non posso proprio”. Uno alla volta siamo usciti in silenzio dalla tenda, lasciando soli i genitori che piangevano disperati. Avevano capito.

Fuori mi aspettava Fiore. L’ho presa da parte e le ho mostrato la foto della sorella e della bambina dagli occhi verdi. Ho scoperto così che la sorella si è sposata (ma non ho ben capito dove sia andata), mentre la mia piccolina è stata riportata in Siria.

Poi uno dei ragazzi ci ha chiesto se volessimo un po’ di chai. Noi, che avevamo fame e sete abbiamo detto di sì. Mentre loro si affrettavano a cercare 6 sedie che contassero tutte e 4 le gambe, io ho preso Fiore da parte, su suggerimento di Arianna, e l’ho portata dietro una tenda, dove nessuno ci poteva vedere. Dallo zaino ho tirato fuori il diario e un astuccio e glieli ho consegnati. Lei ha sgranato gli occhi e ha aperto la bocca. Io ho fatto segno di fare silenzio. Avevo un regalo per un bambino. Così se lo è nascosta nella maglietta e si è voltata per tornare a “casa” a nasconderlo (almeno questo è ciò che le ho segnato di fare; dico segnato perché non parlo mezza parola di curdo). Ma dopo qualche secondo si è fermata, si è girata e mi è corsa incontro. Si è bloccata e poi mi è letteralmente saltata al collo. Per poco non rotolavamo nel fiume entrambe. Ancora non so descrivere la felicità che provai in quell’abbraccio. Mi diede un bacio e corse via, verso la sua tenda.

Io sono tornata indietro mentre Arianna e Marja stavano comunicando con alcuni bambini. Quando dico comunicare non pensate alla comunicazione linguista, ma a quella corporea fatta di piccoli gesti volti a veicolare un messaggio. Marja in questo è davvero fantastica.

Io mi sono messa a passeggiare e ho trovato Andrea sorridente che accarezzava il volto di un bambino. Mi sono avvicinata e mi sono resa conto che stava parlando con un bambino speciale. Era un bambino paralizzato e affetto da un handicap mentale. Non parlava ma emetteva qualche vocale ogni tanto e batteva i polsi. Era su una sedia a rotelle, di quelle moderne. Eppure aveva un particolare che lo rendeva speciale, e che soprattutto aiutava noi: sorrideva moltissimo.

Questo bambino era un autentico inno alla vita. Così com’era si guardava in giro e sorrideva. Se provavi ad accarezzarlo sulla guancia chiudeva gli occhi e provava a dire qualcosa. In quel momento ho pensato a quale effetto avrebbe fatto su di lui un po’ di musicoterapia. Mentre io e Andrea lo ringraziavamo per la gioia che ci stava donando in quel momento, ci hanno chiamato per il the. Ma ci dispiaceva troppo lasciarlo lì da solo.

In più tremava un po’ per il freddo. Andrea corse verso Stefania che aveva in mano una delle sciarpe da donare ai bambini del campo. La portò al piccolo e gliela mise addosso e il bambino emise un verso di gioia sorridendo come un pazzo e battendo le mani. Per non lasciarlo lì, io presi la carrozzina e con l’aiuto di Andrea lo portai là dove avevano messo sei sedie. Mentre ci avvicinavamo Le persone venivano verso di noi. Marja, Stefania e Arianna si sono chinate verso questo bambino mentre io lo trasportavo. Per fortuna avevo l’aiuto di Andrea, in qualche punto, per colpa delle buche e dei sassi ho davvero rischiato di farlo cadere.

Avrei voluto portarlo via con me!

Dopo il the siamo ripartiti nuovamente per il secondo campo, con la promessa fatta a Fiore e agli altri bambini di cui non conosco il nome e che saremmo tornati con il resto della roba.

Son rimasta molto colpita dalla pazienza che hanno dimostrato sia i ragazzi del negozio, sia quelli delle coperte. In quel campo siamo stati più di un’ora, e sicuramente nell’altro campo avremmo impiegato un’ora nel distribuire le cose. E loro sono rimasti con noi, aiutandoci.

Dopo una ventina di minuti siamo arrivati nel  secondo campo, dove vive la famiglia di Alì. Questo campo è davvero desolante. La strada per arrivarci è pittoresca.

Ma una volta finita la strada sembra di entrare in una grande discarica, dove non c’è vegetazione, non c’è acqua e nemmeno erba. Il terreno è sabbioso e sporco. C’è una fontana da cui esce acqua sporca e maleodorante. E’ pieno di pattumiera di ogni genere che gli abitanti bruciano al posto della legna per cucinare e per avere un po’ di acqua calda per lavarsi. Molte tende sono fatte di plastica, completamente fatiscenti. Quasi tutti i bambini sono scalzi, nonostante sia il 29 di Gennaio e faccia davvero un freddo pungente.

 

In questo campo ci sono 3 diverse nazionalità, turchi, curdi e siriani. Io non riesco a distinguerli, mentre Arianna, Marino e Andrea che sono un po’ più esperti di me riescono.

Qui la distribuzione è stata diversa. Abbiamo messo in un’unica tenda pacchi alimentari e coperte, così da lasciare liberi gli autisti che sono ripartiti dopo averci aiutati a scaricare.

Dopo avere accatastato la roba, il capo-campo ha chiamato le famiglie che erano segnate anche qui su una lista, mentre io e Stefania cercavamo di tenere buoni i bambini. E’ triste vedere bambini che si azzuffano per entrare in tenda e prende un po’ di cibo; ad un certo punto mi sono infuriata con uno che brandiva un bastone e colpiva i bambini. Non potevo insultarlo, non fosse che non conoscessi la lingua, ma gli ho urlato in italiano di finirla. Quest’uomo mi ha guardata  malissimo e mi ha anche risposto in modo acido. Probabilmente non è abituato a vedere una donna, per di più giovane, che prende posizione contro di lui, ma a me non interessa: se ci sono io non ti devi azzardare a toccare un bambino. Così mi sono girata a cercare Arianna per chiederle se potevamo mandarlo via. Ma non sono riuscita a trovarla. Così ho chiesto un po’ in giro dove fosse, finché Marja non mi ha detto che era stata portata in una parte del campo da alcune persone. Insieme abbiamo concordato che se non fosse tornata presto saremmo andate a cercarla.

In realtà non c’era nulla di cui preoccuparsi, perché è tornata poco dopo verso la fine delladistribuzione. Ci ha spiegato di essere stata in una parte di campo molto povera, dove gli aiuti non arrivano. Lì vi sono diversi orfani, tra cui ha riconosciuto una bambina che avevamo visto a ottobre 2015 e che ci avevano detto essere morta. Mi ricordo bene questa bambina, era strabica e completamente denutrita, oltre che orfana. Avevamo lasciato ad una donna, la quale aveva un altro figlio, del latte in polvere chiedendole di darlo alla piccolina. Mi ero sentita quasi in colpa, perché sapevo di averla costretta a scegliere tra suo figlio e l’altra bambina. Infatti qualche giorno dopo ci avevano detto che era morta. Io ero così contenta quando Arianna ci ha raccontato che non solo era in vita, ma aveva persino un paio di occhiali, che ho preso in braccio una bambina di 7 anni che mi si era attaccata fin dal nostro arrivo. Me la sono tenuta stretta stretta, felice che ogni tanto qualche miracolo accade davvero. E in cuor mio ho ringraziato quella donna per la sua generosità.

Dopo la distribuzione abbiamo allestito 3 tende e ci siamo divisi i compiti. In una tenda, Stefania e Marja avrebbero fatto il loro lavoro di elaborazione del trauma attraverso il disegno. La seconda tenda invece sarebbe stata il luogo dove Marino poteva visitare e curare i bambini con l’aiuto di Arianna. La terza tenda invece l’avremmo gestita io e Andrea per la distribuzione delle giacche.

 

 

Il laboratorio di disegno per l’elaborazione del trauma è stato veramente intenso ed doloroso, ma sicuramente molto importante. Stefania ha chiesto ai bambini di disegnare un luogo sicuro. Quasi nessuno ci è riuscito. Sui disegni solo bombe, gente stesa a terra, case incendiate e carri armati.

Marino ha diagnosticato 3 cardiopatie, un ragazzo a cui mancava un osso del braccio (e faceva davvero impressione vedere questo braccio piegato in modo totalmente innaturale), qualche leishmaniosi e malattie intestinali dovute all’acqua totalmente sporca. Il nostro interprete veniva chiamato incessantemente da una parte all’altra, e ha fatto davvero un ottimo lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io e Andrea ce la siamo cavata bene anche senza interprete. E’ venuto con noi all’inizio per spiegare ad alcuni ragazzi che ci aiutavano a distribuire di mettere tutti i borsoni in una tenda, fare entrare 3 bambini alla volta, consegnare loro vestiario e poi farli uscire. Io ero dentro la tenda che aiutavo a distribuire, mentre Andrea stava fuori passandomi i borsoni e tenendo d’occhio la situazione. Fuori dalla tenda c’era una calca di  persone che spingevano incessantemente. Mi ricordo molto bene che a ottobre 2015 quando dovevo distribuire i giochi mi avevano letteralmente assalito e avevano distrutto una parte della tenda. Questi bambini non hanno davvero nulla, e la loro foga è più che comprensibile.

Nel complesso la distribuzione è andata bene. Quasi tutti hanno avuto qualcosa. Mi è rimasto in mente un papà che teneva sempre in braccio la sua bambina che aveva un’infezione a un piede e non riusciva a camminare. Nonostante fosse un uomo non ha approfittato né della sua statura né della sua forza. Si è messo ad attendere in silenzio fuori dalla tenda, facendosi superare dagli altri bambini. Quando me ne sono accorta ho pensato che fosse doveroso portare qualcosa a quella bambina, così ho preso una piccola giacca e gliel’ho portata fuori. L’uomo mi ha fatto un inchino e mi sono resa conto che era molto magro. Non avevo cibo da offrirgli, allora gli dato una lattina di iced coffee che mi aveva regalato il proprietario del negozio di Adana.

 

 

 

Nel frattempo mi ha raggiunta Arianna la quale ci ha aiutato a distribuire qualche giacca e ha liberato Andrea che ha potuto continuare a fotografare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta finito con le distribuzioni, siamo stateraggiunte da Stefania e Marja.

Marja, artista distrada, ha iniziato a fare divertire i bambini. Era uno spettacolo bellissimo. I piccoli ridevano, urlavano e ballavano, la seguivano e la imitavano guardandosi a vicenda con occhi allegri e pieni di vita. Anche gli adulti e alcuni ragazzi che pressappoco avevano la mia età si sono radunati li vicino, incuriositi dalle risa e dalle urla che si sentivano in tutto il campo.

Mentre aspettavamo Marino, l’aria diventava sempre più fredda man mano che il sole tramontava. Così ho provato a imparare i nomi di quei bambini che avevano passato il pomeriggio a seguirmi. I. Ho detto loro che io parlavo italiano e inglese, così qualcuno di loro ha incominciato a contare “one, two, three..” fino al 7. Dopo il 7 c’era il vuoto assoluto. Così ci siamo seduti per terra e abbiamo incominciato a ripetere i numeri, fino al 10. Ad un certo punto una bambina bionda mi ha guardato e mi ha detto “Abla, love”; ci siamo stretti tutti in un abbraccio strettissimo, uno di quegli abbracci di gruppo fatti non per facciata, ma per dimostrarci che ci volevamo davvero bene. Poi ci siamo riseduti a terra e abbiamo detto il nostro paese di provenienza. In questo gruppo di bambini c’erano turchi, siriani e curdi. Era bello vederli tutti assieme, giocare e ridere.

Quando Marino ci ha raggiunti era quasi buio, e noi dovevamo ancora distribuire giubbini nel primo campo. Poco prima di salire in macchina abbiamo salutato la famiglia di Alì. La ragazza più grande, Majada, si è messa a piangere mentre salutava Arianna. Invece la più piccola si teneva stretta a Marino, e sorrideva.  Prima di partire ci siamo girati tutti, noi e loro, verso le tende. Sopra le tende il sole stava calando del tutto, lasciando nel cielo sfumature che scaldavano il cuore.

Una volta sola in vita mia ho vissuto un addio tanto doloroso.

Sono salita in macchina con Arianna, Marja e l’interprete. Lui è un siriano laureato in archeologia che vive e insegna di Turchia da molto tempo. Nell’altra auto invece c’erano Marino, Andrea, Stefania e una famiglia con un bambino disabile al quale abbiamo acquistato una carrozzina. Mentre il furgone andava io ero in piedi sul retro cercando di svuotare più borsoni possibile e infilare i vestiti in un unico sacco. Essendo buio avevamo poco tempo, e avremmo semplicemente lasciato tutta la roba in una tenda e ognuno di loro sarebbe entrato a prendere ciò di cui aveva bisogno.

Una volta tornati nel primo campo abbiamo preso i sacchi che avevo riempito e li abbiamo trasportati in tenda. Fiore appena ci ha visti arrivare c’è corsa in contro. Ha aiutato me e Arianna a trasportare un sacco (che era più alto di me), e poi ci ha stretto la mano. Il cielo era bellissimo, una pioggia di stelle brillanti sopra le nostre teste. Faceva davvero freddissimo, e nonostante ciò la maggior parte di loro era scalza.

Il momento di risalire in macchina è stato per me il peggiore. Perché tornare in Italia dove i momenti più eccitanti erano le litigate in Consiglio di Dipartimento o l’organizzazione di eventi culturali? In quel momento non riuscivo proprio a trovare un motivo valido che mi permettesse di dire “che bello tornare a casa”. Sento già la mancanza delle corse e degli imprevisti, tanto quanto dell’abbraccio di Fiore. Prima di salire in macchina mi ha raggiunta, abbracciata strettissima e dato un bacio.

Vorrei concludere con una breve riflessione sulla fame e sul freddo.

Peter Hoeg, nel suo libro autobiografico “I quasi adatti”, racconta che quando immaginava come fosse avere una famiglia pensava ad una casa calda ed una tavola con tanto mangiare. E’ curioso come parlando con i profughi, la prima cosa che ricordano non è cosa facevano prima della guerra o come si vestivano, ma cosa mangiavano e come. Una persona per esempio mi ha raccontato che c’era sempre lo yogurt.

Per quanto riguarda invece il freddo non so davvero come facciano a sopportarlo. Io odio profondamente e detesto il freddo. Quando c’è nebbia o la pioggerellina stupida mi viene addirittura da piangere. E non sopporto la neve. Nei campi poche settimane fa c’è stata neve e pioggia; hanno distrutto le tende e allagato il campo. Io credo che queste persone abbiano una forza interiore incredibile. Davvero li ammiro per come affrontano la loro situazione, per come continuano a costruirsi una vita senza aspettare che essa passi sopra di loro  passivamente. I profughi che ho incontrato sono un inno alla vita.

 

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Exemple

“SONO I NOSTRI?”
“SONO DEI MATERASSI?”
“MA LI POSSIAMO TENERE?”
“E POSSIAMO SCEGLIERE IL COLORE?”
“IO, IO, LO VOGLIO PORTARE IO E VOGLIO FARLO VEDERE ALLA MIA MAMMA !”
“POSSO PRENDERLO CON I FIORI, QUELLO ROSA? E MIA SORELLA QUELLO VERDE, NO BLU, NO LO VUOLE AZZURRO!”

Queste le prime frasi in arabo che ci siamo sentiti dire 2 giorni fa, al momento della consegna dei materassi.

E con gli occhi che hanno i nostri figli la mattina di Natale, il giorno del loro compleanno, quando ricevono la bici nuova, l’ultimo modello di Xbox, il costume di Elsa o la racchetta da tennis nuova, ti salutano, ti ringraziano, ti dicono che quei materassi sono bellissimi!!!!
Molti di loro, dopo mesi, avranno un giaciglio su cui dormire e non più un tappeto liso che diventa umido con le piogge.
Parliamo di materassi, comprendete?
Parliamo di materassi…

Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo con le loro donazioni. La cifra non è stata raccolta interamente e mancava davvero poco, ma poco importa, i volontari Support Syrian Children hanno fatto il resto.
Grazie

 

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